Il crollo sul ghiacciaio della Marmolada è solo l’ultimo e più drammatico episodio

Nessuno poteva sapere quando e dove, ma la cronaca di quello accaduto sul ghiacciaio della Marmolada è una tragedia più che annunciata e per questo ancor più grave e dolorosa. Quanto accaduto corrisponde agli scenari e agli avvertimenti che climatologi e glaciologi diffondono da anni insieme alle associazioni ambientaliste. I fatti: almeno sei persone sono morte travolte dalla frana causata nel primo pomeriggio di domenica 3 luglio dal distacco di una grossa porzione del ghiacciaio della Marmolada, il gruppo montuoso più alto delle Dolomiti. Si pensa però ci possano essere ancora diversi dispersi, anche se per ora non ci sono stime troppo affidabili. Si parla di 16 dispersi. La causa è il crollo avvenuto intorno alle 13.45, quando un enorme blocco di ghiaccio si è staccato nella parte sommitale della montagna, a oltre tremila metri, dove le temperature superavano i 10 °C, molto superiori alla media per via della prolungata ondata di caldo in corso nel Nord Italia.

 

In cento anni la Marmolada si è ridotta dell’80 per cento

Il gran caldo è stato con ogni probabilità la causa del distacco, di dimensioni eccezionali: ha coinvolto un fronte di ghiaccio di decine di metri di larghezza, che è venuto giù lungo la parete Nord portandosi dietro per centinaia di metri una enorme quantità di ghiaccio e roccia, che ha travolto la via normale ed è passata non lontana dal rifugio Marmolada: «Siamo di fronte ad una riduzione del volume di quel ghiacciaio maggiore dell’85% avvenuta tra il 1905 ed il 2010 e uno spessore della fronte, passato dai quasi cinquanta metri dell’inizio del secolo scorso ai pochi metri di oggi sono i segnali che il ghiacciaio della Marmolada sta morendo e lasciano presagire la sua definitiva scomparsa tra 20-30 anni. Un fatto come quello avvenuto, così tragico, poteva non avere quella scia di sangue, ma era destina a capitare. E lo sarà sempre più spesso», spiega Vanda Bonardo, responsabile della Carovana dei ghiacciai di Legambiente che ha toccato anche il ghiacciaio della Marmolada tra Veneto e Trentino Alto Adige.

 

Ghiacciai, fragili, anzi…

Il ghiacciaio della Marmolada, un tempo massa glaciale unica, è ora frammentato e suddiviso in varie unità, dove in diversi punti affiorano masse rocciose sottostanti. «I terreni carsici come la Marmolada sono irregolari e costituiti da dossi e rilievi. Se il ghiaccio fonde gradualmente, le aree in rilievo affiorano, diventando fonti di calore interne al ghiacciaio stesso. Questo aspetto, unito al cambio di albedo (la neve e il ghiaccio sono bianchi e riflettono molta radiazione solare, mentre la roccia, più scura, ne riflette di meno) sta ulteriormente minando la salute della Marmolada accelerandone la già forte e rapida fusione» aggiunge Bonardo.

 

Sono due gli indicatori che testimoniano quanto ormai sta accadendo ad alta quota: l’aumento, a un ritmo sempre più accelerato, della fusione dei ghiacciai – che stanno perdendo superficie e spessore, frammentandosi e disgregandosi in corpi glaciali più piccoli – e l’aumento dei cosiddetti fenomeni di instabilità. Cioè frane, valanghe di roccia, di ghiaccio e colate detritiche. È quanto è emerso dalla seconda edizione di Carovana dei ghiacciai, la campagna realizzata da Legambiente con il supporto del Comitato Glaciologico Italiano. Questi elementi hanno giocato un ruolo cruciale nella tragedia di domenica.

 

…fragilissimi

C’è di più, dai rilevamenti di della Carovana emerge, fra l’altro, che tra il 1850 e il 1975 i ghiacciai delle Alpi europee hanno perso circa la metà del loro volume; il 25% della restante quantità si è perso tra il 1975 e il 2000 e il 10-15% nei primi 5 anni del nostro secolo.Inoltre, secondo il catasto online del gruppo di ricerca GeoClimAlp, nel periodo 2000-2020 nelle Alpi Italiane ad una quota inferiore a1500 metri di altezza si sono registrati 508 processi di instabilità naturale (frane, colate detritiche ed eventi di instabilità glaciale). I dati raccolti evidenziano una concentrazione di eventi in alcune regioni: Valle d'Aosta (42%), Piemonte (18%), Lombardia (16%) e Trentino Alto Adige (15%). «Gli habitat di montagna, - spiega Bonardo, responsabile della Carovana dei ghiacciai di Legambiente - subiscono molto prima e maggiormente rispetto ad altri luoghi gli effetti della crisi climatica, diventando un ambiente sempre più esposto alle sue conseguenze e più fragile. Per questo è fondamentale che si definiscano al più presto adeguate strategie e piani di adattamento al clima su scala regionale e locale, perché non si può perdere più altro tempo. Nel nostro Paese, particolarmente vulnerabile ai fenomeni di instabilità naturale, l'accelerazione del cambiamento climatico rende necessarie ulteriori misure di protezione e adattamento, precedute da moderne tecnologie di osservazione, per anticipare, monitorare e affrontare la sfida della tutela di ecosistemi complessi e altamente interconnessi, in condizioni di crescente squilibrio».

 

I compagni di scioglimento della Marmolada

Il ghiacciaio della Marmolada purtroppo non è solo: il suo manto di ghiaccio e di nevi perenni ha migliaia di anni, ma si stanno riducendo e assottigliando, centimetro dopo centimetro, e negli ultimi 5 anni è entrato in agonia. Proprio come il ghiacciaio dell’Adamello, il più esteso d’Italia in Valle Camonica tra Lombardia e Trentino. Ogni anno sull’Adamello spariscono 14 milioni di metri cubi d’acqua pari a 5600 piscine olimpioniche. La sua estensione si sta riducendo progressivamente, passando dai circa 19 chilometri quadrati del 1957 ai circa 17.7 del 2015, a causa del ritiro dell’area glaciale che si è ridotta di quasi 2 chilometri quadrati in 58 anni. «Negli ultimi anni inoltre si sta registrando una riduzione pari a 10-12 metri dal 2016 ad oggi, un’accelerazione spaventosa rispetto ai 2-3 centimetri l’anno di qualche decennio fa», spiega Vanda Bonardo, responsabile della Carovana dei ghiacciai di Legambiente.

 

«Preservare i ghiacciai vuol dire anche conservare una riserva d'acqua di importanza strategica - ha osservato Vanda Bonardo -. Il ghiacciaio dell’Adamello contiene una quantità d’acqua in grado di riempire più di 4 volte il lago di Garda. Una risorsa che, venendo meno, sta già creando grossi problemi anche, ad esempio, per l’irrigazione in pianura a causa anche dell’aridificazione del Nord Italia di cui la siccità attuale è solo l’ultimo segnale».

 

I ghiacciai si possono salvare?

Si può invertire la rotta per quanto riguarda la sorte di questi ghiacciai? «Lo si sta provando a fare sul ghiacciaio Presena, che è di fianco all’Adamello, coprendolo con teloni riflettenti per abbassare le temperature durante l’estate ed evitare almeno in parte lo scioglimento: ma è accanimento terapeutico. Anche perché questi espedienti vengono usati solo sulle superfici che interessano per le piste da sci, non per preservare un elemento essenziale dell’ecosistema alpino di quella zona. Il resto del ghiacciaio infatti è lasciato a se stesso, e vederlo così, da studiosa e da appassionata di montagna mi ha fatto male».

 

In quota però non c’è molto da fare, lì l’attenzione all’ambiente è massima già da prima che le tematiche ambientali fossero messe sotto l’etichetta “emergenza”. «Le azioni politiche, di cittadinanza attiva e culturali vanno portate avanti a valle e in pianura, nelle città - conclude Vanda Bonardo. Solo che l’accelerazione di questi ultimi mesi verso pratiche di vita sostenibile è inversamente proporzionale rispetto all’accelerazione dello scioglimento dei ghiacciai».

 

Infatti con il progressivo riscaldamento climatico, pur in presenza di fattori favorevoli come la limitata esposizione all’irradiazione, nei prossimi due decenni - ’20 e ’30 - i ghiacciai delle Alpi italiane al di sotto dei 3000 metri sono destinati a scomparire. Intanto, mentre i ghiacciai si sciolgono e crollano e un quinto del territorio nazionale è a rischio desertificazione. I dati, e ora anche i fatti di cronaca, fanno rabbrividire.

 

di Luca Cereda 

 

Fonte: http://www.vita.it/it/article/2022/07/04/il-crollo-sul-ghiacciaio-della-marmolada-e-solo-lultimo-e-piu-drammati/163438/

Conai: “L’anno scorso l’Italia ha avviato a riciclo il 73,3% degli imballaggi”

“Nel 2021 l’Italia ha avviato a riciclo il 73,3% degli imballaggi immessi sul mercato: 10 milioni e 550mila tonnellate”. Lo ha annunciato ieri CONAI, il consorzio nazionale imballaggi: “Una percentuale in leggera crescita rispetto al record del 2020, in cui si era toccato un livello di avvio a riciclo che sfiorava il 73%, e un risultato che supera abbondantemente il 65% di riciclo totale chiesto dall’Europa ai suoi Stati membri entro il 2025”. Ovviamente – come abbiamo già raccontato – “avvio a riciclo” non equivale a riciclo, soprattutto con l’entrata in vigore del nuovo metodo di calcolo europeo. E i dati forniti da CONAI devono essere ancora vagliati da ISPRA e inviati alla Commissione europea (c’è tempo 18 mesi dalla fine dell’anno solare cui i dati fanno riferimento).

Se alle cifre dell’avvio a riciclo sommiamo quelle del recupero energetico, che usa i rifiuti di imballaggio come combustibile alternativo per produrre energia, i numeri crescono: “Nel 2021 l’Italia supera l’82% di imballaggi recuperati, ossia più di 11 milioni e 800mila tonnellate”.

CONAI sottolinea il risultato alla luce della forte ripresa dei consumi dopo il lockdown del 2020: “10 milioni e 550mila tonnellate vuol dire l’8,5% in più rispetto all’anno precedente”. “In una situazione pandemica che allentava la morsa pur senza cessare, la ripresa dei consumi nel 2021 è stata davvero forte”, ha spiegato Luca Ruini, presidente CONAI: “Molti pensavano che l’Italia non avrebbe confermato il 73% del 2020. Gli Italiani, però, si sono confermati bravissimi nella raccolta differenziata, e il nostro lavoro non si è fermato. Così, l’Italia ha potuto avviare a riciclo un nuovo quantitativo record di imballaggi”.

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Miniere urbane

Osservando i dati delle diverse filiere, si tratta di “quasi 400mila tonnellate di acciaio; 53mila tonnellate di alluminio; oltre 4 milioni e 450mila tonnellate di carta e cartone; quasi 2 milioni e 200mila tonnellate di legno; più di 1 milione e 250mila tonnellate di plastica e bioplastica; e quasi 2 milioni e 200mila tonnellate di vetro”. Questi numeri sono stati ottenuti per il 50% grazie al lavoro dei Consorzi di filiera del sistema CONAI, per il 48% grazie ai riciclatori indipendenti e per il restante 2% grazie all’operato dei sistemi autonomi.

Riciclo_imballaggi

“È un grande risultato per l’Italia” commenta ancora Ruini. “Da noi, più di otto imballaggi su dieci oggi evitano la discarica. Siamo primi fra i grandi Paesi europei, secondo i dati Eurostat, per riciclo pro-capite, e la stragrande maggioranza dell’avvio a riciclo avviene sul territorio nazionale, non all’estero. Senza contare che nel nostro Paese il riciclo dà risultati più efficienti a costi che, in Europa, risultano fra i più bassi per il tessuto imprenditoriale. Le nostre città, del resto, sono sempre più vere e proprie miniere urbane: i crescenti quantitativi di rifiuti avviati a riciclo si trasformano in nuove materie prime, e la piccola percentuale che va a recupero energetico diventa un’alternativa ai combustibili fossili”.

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Il Sud

Un’attenzione particolare viene dedicata da CONAI alle aree del Mezzogiorno. “Nell’ultimo anno i progetti territoriali speciali nelle Regioni del Centro-Sud hanno coinvolto più di 15 milioni di abitanti” fa sapere Ruini. “E un progetto speciale è stato portato avanti con ANCI per aiutare i Comuni di Puglia, Calabria, Campania e Sicilia a drenare parte dei fondi del PNRR: 189 Comuni sono stati supportati nel presentare 1.775 soluzioni progettuali, per un valore di 115 milioni di euro”. Anche grazie a tutte queste attività i rifiuti di imballaggio conferiti dai Comuni al sistema CONAI sono cresciuti proprio nel Centro (+4,5%) e nel Sud (+4,4%), compensando la flessione registrata al Nord (-2,5%), “dove il dato ha risentito soprattutto di un calo nei conferimenti di acciaio e alluminio dovuto alle quotazioni favorevoli del rottame ferroso, che hanno reso più conveniente affidare i metalli al libero mercato”.

Fonte: https://economiacircolare.com/conai-avvio-riciclo-imballaggi-2021/

Siccità: il 2022 è l'anno più caldo di sempre con il 45% di precipitazioni in meno

È quanto emerge dallo studio presentato da Coldiretti all’Assemblea Nazionale dell’Anbi, con la presentazione del piano invasi contro la siccità elaborato congiuntamente dalle due organizzazioni.

 

“Uno stravolgimento che pesa sulle coltivazioni, con una siccità che ha causato danni importanti nelle campagne.

 

Il mondo agricolo sta già facendo la propria parte, assicura Coldiretti Vicenza, ma non è sufficiente, in quanto serve un impegno istituzionale sempre maggiore e costante. 

Il caldo impatta anche sulle rese agricole – rileva Coldiretti Vicenza – con cali medi del 30% nel 2022 per il mais e per il grano, minacciando di condizionare la produzione anche in futuro.

 

Se ne è parlato anche su altri media

 

Secondo i dati dell'Isac-Cnr il mese di giugno appena conclusosi è stato il secondo più caldo mai registrato, con una temperatura media superiore alla norma di 2.88°C. Temperature superiori alla media anche di 8-10°C per giorni e giorni, con punte reiterate di 38-40°C se non superiori al Sud. (PisaToday)

 

La seconda parte estiva: luglio e agosto roventi. Le ultime proiezioni del centro di elaborazione europeo Ecmwf conferma, purtroppo, una tendenza orientata a forti anomalie termiche positive sul lungo periodo, quindi per tutto il mese di luglio e agosto. (Agronotizie)

 

I valori termici sono risultati superiori alla media su tutto il territorio nazionale, sia per quanto riguarda i valori minimi che massimi. Clima e meteo: è stato il secondo giugno più caldo mai registrato in Italia Il mese di giugno chiude con un'anomalia di ben 2.88°C rispetto alla media, al primo posto rimane il 2003.

 

I dati arrivano dallo studio presentato dalla Coldiretti all’assemblea dell'associazione nazionale bonifiche irrigazioni miglioramenti fondiari (Anbi) assieme al piano invasi contro la siccità elaborato dalle due organizzazioni. 

 

“Da notare comunque che la siccità peggiore si ebbe in altre due annate: nei primi sei mesi del 2019 si misurarono 178.6 mm di precipitazione mentre nel 2012 si misurarono 172.6 mm” (Sky Tg24 )

 

Al momento questo è stato il terzo giugno per caldo rilevato, dopo quello del 2003 e del 2019. Al primo posto resta il giugno 2003 con temperature ancora 2°C più elevate e il 2019 con temperature 0.5°C più alte.

 

Fonte: https://www.informazione.it/a/33D67C13-B63D-4920-A581-CAAF5B756CA6/Siccita-il-2022-e-l-anno-piu-caldo-di-sempre-con-il-45-di-precipitazioni-in-meno

Tassonomia verde, il Parlamento Ue dice sì all’inserimento di gas e nucleare con i voti del centrodestra italiano

Non è passata la mozione per il no presentata da Verdi europei, Ppe, Sinistra, S&D e Renew. Occorreva la maggioranza assoluta, ossia il voto contrario di 353 eurodeputati, per costringere la Commissione Ue a ritirare o emendare la sua proposta. Alla vigilia del voto a Strasburgo Kiev ha chiesto di dare via libera all'atomo

 

La plenaria dell’Europarlamento vota e fa entrare a pieno titolo gas e nucleare nella tassonomia verde, la lista delle attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale. Lo fa bocciando la mozione di rigetto dell’atto delegato con cui lo scorso 9 marzo la Commissione Ue aveva proposto l’inclusione, a determinate condizioni, di specifiche attività energetiche legate al nucleare e al gas. Quel documento, presentato da cinque gruppi politici (Verdi europei, Ppe, Sinistra, S&D e Renew), non è passato: 278 i voti a favore, 328 i contrari, 33 gli astenuti. Subito dopo nella tribuna del pubblico otto persone si sono alzate indossando ciascuna una maglietta rossa con una lettera in nero, componendo la scritta ‘Betrayal (tradimento)’. Occorreva la maggioranza assoluta, ossia il voto contrario di 353 eurodeputati, per costringere la Commissione Ue a ritirare o emendare la sua proposta. Solo a metà giugno le commissioni Economia e Ambiente del Parlamento Ue avevano votato a favore.

 

Chi ha votato e come – Sulla carta erano favorevoli al veto Verdi, socialisti e sinistra, contrari gli altri gruppi. Ago della bilancia il gruppo politico del Ppe, che include Forza Italia. Alla fine, gli eurodeputati del Pd hanno votato tutti a favore della mozione di rigetto (quindi contro gas e nucleare), così come il Movimento 5 Stelle. Si sono astenute Chiara Gemma e Daniela Rondinelli, passate a Insieme per il futuro. Al centrodestra, gli eurodeputati italiani hanno votato tutti contro il documento (a favore dell’inclusione di gas e nucleare) tranne Herbert Dorfman (Sudtiroler Volkspartei). Contrario anche l’indipendente Marco Zullo. “Per la seconda volta nel giro di un mese, la cosiddetta maggioranza Ursula va in frantumi. Ancora una volta, l’ideologia della sinistra deve fare i conti con la realtà”, scrive il gruppo della Lega all’Eurocamera via Twitter dopo il voto.

 

La vigilia e il colpo di grazia – D’altronde fino alla vigilia i segnali della direzione in cui si stava andando ci sono stati tutti. A iniziare dalle parole del vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans che, parlando in Lussemburgo ai giovani dei movimenti per il clima, ha citato anche la tragedia della Marmolada in Italia, causata proprio dal cambiamento climatico che il regolamento sulla tassonomia dovrebbe combattere, dato che fa parte del piano d’azione della Commissione per finanziare la crescita sostenibile, promuovere gli investimenti verdi e prevenire il greenwashing. “Francamente credo che il provvedimento su gas e nucleare passerà in Parlamento, cioè non sarà respinto”. E poi c’è stato il colpo di grazia. Alla vigilia del voto a Strasburgo, l’intervento di Kiev con una lettera del governo ucraino firmata del ministro dell’Energia, German Galushenko e diretta alla presidente della commissione economica del Parlamento europeo, l’eurodeputata del Partito democratico Irene Tinagli. Chiaro il messaggio: “Se dovesse passare l’obiezione all’atto delegato, questo metterebbe in difficoltà la ricostruzione post bellica del settore energetico ucraino”.

 

La posizione dell’Italia – Anche l’Italia ha fatto la sua parte, con le dichiarazioni del coordinatore nazionale di Fi ed europarlamentare del Ppe Antonio Tajani: “L’Italia deve tornare al nucleare perché è una energia che ci permette di essere autonomi e indipendenti. Va tutelato l’ambiente, ma anche l’economia reale. Noi domani voteremo a favore della proposta della Commissione sul gas e nucleare nella tassonomia”. E ancora: “È un gravissimo errore da parte della sinistra votare contro questa proposta della Commissione. Bisogna avere coraggio. Come possiamo avere l’auto elettrica senza avere energia? Ed è una scelta che non va nell’interesse russo perché, come sta accadendo da settimane, noi ci stiamo rifornendo da altri Paesi”. Parole che avevano scatenato le reazioni, tra gli altri, dei Verdi e del Movimento 5 Stelle. Dopo il voto, Tajani ha scritto su Twitter: “Vince la linea del buon senso, vince la linea di Forza Italia e del Ppe”.

 

Le reazioni politiche dopo il voto – “L’esito del voto di oggi al Parlamento Ue sull’inclusione di gas e nucleare nella tassonomia dimostra in modo drammatico la miopia e la sudditanza alle lobby del fossile di una certa politica che ancora una volta antepone il mero profitto alla salute dei cittadini e alla tutela del pianeta” è il commento di Eleonora Evi e Angelo Bonelli, co-portavoce nazionali di Europa Verde e di Nicola Fratoianni, di Sinistra Italiana. “Vergognoso – aggiungono – che aziende strettamente legate al Cremlino, come Gazprom e Lukoil, siano riuscite ad influenzare la decisione della Commissione, ora avallata anche dal Parlamento europeo, l’unico organo Ue votato direttamente dai cittadini, ma di cui oggi non ha evidentemente ascoltato le istanze, come evidenziato da un recente sondaggio del WWF secondo il quale più della metà degli europei non considerano gas e nucleare come sostenibili”. 

 

Per i Greens “chi oggi ha votato a favore di gas e nucleare in tassonomia ha fatto un grande favore a Putin, visto che la Russia potrebbe ricavare fino a 4 miliardi di euro in più all’anno grazie all’inclusione del gas fossile in tassonomia. Per Ignazio Corrao, anche lui europarlamentare dei Verdi “nonostante i disastri ambientali all’ordine del giorno causati dal cambiamento climatico e una guerra geopolitica che ha messo a nudo tutte le debolezze dell’Europa di fronte al ricatto energetico russo, si è voluto ancora volta voltare le spalle al green deal e porgere la mano ai lobbisti”. “Questa tassonomia, che ha ricevuto il via libero del Parlamento europeo, è un danno per l’ambiente, per l’Italia e per il futuro dell’Europa. Sarà molto difficile per l’Unione europea spiegare ai cittadini come sia possibile finanziare la crescita sostenibile con due fonti energetiche che sostenibili per definizione non sono”, aggiungono gli europarlamentari del Movimento 5 Stelle Fabio Massimo Castaldo e Laura Ferrara. “Oggi vincono le lobby del gas e del nucleare, perdono invece tutti i cittadini e la lotta ai cambiamenti climatici”.

 

Una questione di conti – L’eurodeputata dei Greens/EFA, Rosa D’Amato, ricorda che “dietro la tassonomia c’è un bottino di investimenti pubblici e privati che solo in Europa valeva 290 miliardi nel 2020, ma che potrebbe diventare 10 volte più alto nei prossimi anni”. Di recente, la Bce ha reso noto che indirizzerà il suo portafoglio di corporate bond da 363 miliardi verso le società che garantiscono performance climatiche elevate. “Senza dimenticare che il 30% del Recovery fund dell’Ue è finanziato da green bond, cosa che vincola almeno 250 miliardi agli investimenti verdi”, spiega D’Amato.

 

di Luisiana Gaita 

 

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/07/06/tassonomia-verde-il-parlamento-ue-dice-si-allinserimento-di-gas-e-nucleare-con-i-voti-del-centrodestra-italiano-pd-e-m5s-per-il-rigetto/6651771/

L’economia circolare e la raccolta differenziata in Italia: al via l’Ecoforum 2022

L’economia circolare e la raccolta differenziata in Italia, questi i temi al centro della IX edizione dell’Ecoforum. L’appuntamento, organizzato da Legambiente, La Nuova Ecologia e Kyoto Club, ha visto la presentazione del sondaggio Ipsos “L’Italia e l’economia circolare”, che ha mostrato come il 70% degli intervistati creda che l’economia circolare e le energie rinnovabili possano contrastare l’aumento delle bollette. Presentato inoltre lo studio, realizzato dal cigno verde, sulla raccolta differenziata: serve organico meglio selezionato e raccolta porta a porta. 

 

“L’economia circolare – ha detto Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – è un settore cruciale per il Paese, in grado di creare investimenti, occupazione, economia sul territorio, e generare importanti benefici all’ambiente. Per questo è fondamentale che l’Italia acceleri il passo in questa direzione iniziando da quelle opere che servono per farla decollare. Il primo cantiere da avviare riguarda quello della rete impiantistica su cui oggi si registra una forte disparità tra il nord, dove è concentrata la maggioranza degli impianti, e il centro sud dove sono carenti. Per avvicinarsi all’obiettivo rifiuti zero a smaltimento servono mille nuove impianti di riciclo per rendere autosufficiente ogni provincia italiana, coinvolgendo nella fase autorizzativa i cittadini, le attività produttive e le istituzioni locali attraverso una fase di dibattito pubblico. E poi bisogna lavorare al meglio sull’ottimizzazione dei sistemi di raccolta, sui progetti faro che servono al Paese, semplificando gli iter autorizzativi, e sull’innalzamento qualitativo dei controlli ambientali pubblici in tutto il Paese”.

 

I cantieri dell’economia circolare in Italia

Dopo la chiusura dei bandi sul PNRR del Ministero della Transizione Ecologica sarà indispensabile, secondo gli organizzatori, concentrare l’attenzione dei primi cantieri italiani sull’economia circolare su tre pilastri essenziali: raccolta differenziata, impianti di riciclo e progetti faro. 

 

Costruire dunque innovazione, sviluppo e sostenibilità nel solco degli obiettivi europei può essere il volano per una reale economia circolare in Italia. 

 

L’Ecoforum, tenutosi a Roma nelle giornate di ieri e oggi a Palazzo Faletti, ha visto la collaborazione di CONAI e CONOU e i patrocini di Regione Lazio e Ministero della Transizione Ecologica: l’obiettivo è stato aprire il dibattito sul tema “cantieri”, portando politica e istituzioni a confrontarsi pubblicamente con esperti, realtà e associazioni. 

 

“L’economia circolare come soluzione ai problemi economici e climatici è una delle risposte più efficaci, vieppiù nel contesto attuale caratterizzato da crisi e incertezze”, ha commentato Riccardo Piunti, Presidente del CONOU, Consorzio Nazionale degli Oli Usati. “Abbiamo bisogno di sostenere – favorendo la realizzazione di nuovi impianti di trattamento, l’innovazione tecnologica nei processi così come la semplificazione autorizzativa – tutte le iniziative che, ispirate alla circolarità, con la valorizzazione e il recupero dei rifiuti, possano contribuire al risparmio di risorse da un lato e alla salvaguardia dell’ambiente dall’altro. La realtà dei Consorzi di filiera, a partire dal CONOU, dimostra ampiamente che la conversione al modello circolare non solo è possibile, ma è in grado di apportare benefici durevoli a vantaggio di tutti. Più rifiuti rigenereremo, meno rifiuti saranno dispersi nell’ambiente e meno CO2 produrremo. La posta in gioco è il nostro futuro e potremo farla nostra solo con il sostegno della cooperazione tra istituzioni, imprese e cittadini”.

 

L’Italia e l’economia circolare

Le giornate dell’Ecoforum sono inoltre state l’occasione della presentazione del sondaggio Ipsos “L’Italia e l’economia circolare”, a cura di CONOU, Legambiente e La Nuova Ecologia. 

 

Oggetto dell’indagine la percezione e le conoscenze di cittadini e cittadine sul tema. Il 70% degli intervistati ritiene che possa esserci un legame tra economia circolare, energie rinnovabili e contrasto all’aumento delle bollette, mentre il 48% ritiene che in futuro aumenteranno i green jobs. 

 

Il sondaggio ha inoltre chiesto dove, secondo gli interrogati, bisognerebbe investire per incentivare la circolarità: per il 41% tra le priorità ci sono chiusura degli impianti a rischio e delle fabbriche inquinanti. La ripresa post pandemica è il momento ideale per una ricostruzione che prevenga shock futuri per il 71%, che ritiene che quanto il Covid ci ha insegnato dovrebbe regolare la società civile del futuro.

 

FOCUS: la raccolta differenziata

 

Nel corso della giornata di ieri è stato presentato anche lo studio, in avvio da parte di Legambiente, sulla qualità della raccolta differenziata, in particolare nella filiera dell’organico. 

 

La ricerca intende mostrare gli aspetti virtuosi della gestione dei rifiuti urbani ma sottolinearne anche le criticità, attraverso due casi studio in Umbria e Marche. 

 

Le attuali percentuali di raccolta differenziata delle due Regioni, secondo Legambiente, sono positive e mostrano trend di crescita da molti anni ma permane un problema: nell’organico sono ancora presenti percentuali di materiali non compostabili (MNC) che ne compromettono la qualità e non sono compatibili con il trattamento negli impianti. 

 

Secondo le analisi di Arpa Umbria, infatti, solo nel 46% dei casi la percentuale di MNC è sotto il 5%; nel 36% dei casi è tra il 5 e il 10% mentre nel 18% è addirittura superiore al 10%. 

 

Significative le corrispondenze di questi dati con i tipi di raccolta effettuati: quando si effettua il porta a porta, infatti, c’è una maggiore attenzione alla selezione dei rifiuti e vengono reperite le quantità di materiali non compostabili più basse del 5%. La quota sale all’8,7% quando ci sono modalità di raccolta miste, che tengono sia il porta a porta sia la raccolta stradale, e al 9,9% quando si effettua solo raccolta stradale. A contaminare l’organico, principalmente, frammenti di plastica. 

 

Per quanto riguarda invece le Marche, dove si raccoglie principalmente con i cassonetti per strada, i rifiuti organici trattati negli impianti generano fino al 28% di scarti non compostabili. I dati di Arpa Marche hanno inoltre mostrato come importanti percentuali di materiali potrebbero essere intercettati e avviati a una corretta differenziazione: per l’organico le stime dicono tra il 14 e il 33%, tra l’8 e il 26% degli imballaggi in plastica, tra il 7 e il 18% per carta e cartone. 

 

Con una raccolta organizzata porta a porta si potrebbero inoltre meglio differenziare una percentuale tra il 2 e il 16% di rifiuti tessili, tra il 5 e il 29% di pannolini e tra l’1 e il 5% di plastica rigida. 

 

Per allinearci agli obiettivi europei bisogna – a detta delle organizzazioni organizzatrici – migliorare queste performance, sottraendo rifiuti alle discariche o all’incenerimento. Strumenti suggeriti dallo studio sono trasparenza e analisi sulle merci e eliminare il concetto di “rifiuti indifferenziati” a favore di quello di “residuo indifferenziabile”.

 

Fonte: https://www.rinnovabili.it/ambiente/cambiamenti-climatici/siccita-jrc-italia-settembre/

Cinque vele 2022: le 18 spiagge italiane più belle e più pulite, la classifica di Legambiente e Touring Club

Assegnate ieri, venerdì 24 giugno, nel corso della manifestazione che si è svolta a Capri, le 5 Vele 2022. Legambiente e Touring Club Italiano hanno premiato 18 località balneari con il mare più bello e pulito, che hanno saputo distinguersi anche per l'offerta di vacanze slow e sostenibili. Ecco i lidi italiani inseriti nella Guida Blu di Legambiente e Touring Club Italiano in cui sventolerà quest'estate il vessillo.

 

5 Vele blu 2022, Sardegna sul podio

La regione che spicca nella classifica 2022 del mare più bello d'Italia è la Sardegna, che si aggiudica ben sei delle 18 Vele blu totali. Tra i tratti costieri dell'isola in cui sarà più bello tuffarsi in questa estate 2022 spicca il litorale di Baunei.

 

Ma questo grazioso tratto costiero in provincia di Nuoro non è il solo dell'isola ad essersi aggiudicato l'ambito riconoscimento. Se l'azzurro delle acque che bagnano Baunei e le spiagge indimenticabili sono riuscite a regalare a questa splendida località il titolo di mare più bello d'Italia 2022, ce ne sono altre cinque in cui sarà possibile vedere sventolare le 5 Vele blu.

 

Cinque Vele 2022, la classifica

Le 5 Vele Legambiente è uno dei titoli tra i più ambiti insieme a quello di Bandiera Blu 2022. Ecco quali sono le località in cui quest'anno vedremo sventolare il vessillo delle Cinque Vele 2022:

 

Litorale di Baunei, Nuoro - Sardegna

Cilento Antico (Pollica, Castellabate, San Mauro del Cilento e Montecorice) - Salerno - Campania

Maremma toscana (Castiglione della Pescaia, Scarlino, Marina di Grosseto e Follonica) -Grosseto) - Toscana

Isola di Capraia - Livorno - Toscana

Litorale di Chia - Sud Sardegna

Isola di Salina -  Messina - Sicilia

Gallura costiera e Area marina protetta Capo Testa  - Sassari - Sardegna

Costa d'argento e isola del Giglio (Orbetello, Capalbio) - Grosseto - Toscana

Alto Salento jonico (Nardò, Gallipoli, Porto Cesareo, Racale) - Lecce - Puglia

Alto Salento adriatico (Melendugno, Otranto e Vernole) - Lecce - Puglia

Baronia di Posada e Parco di Tepilora - Nuoro

Cinque Terre  - La Spezia - Liguria

Costa di Maratea (Potenza) - Basilicata

Golfo di Oristano e Area marina protetta  Sinis - Mal di Ventre - Sardegna

Costa del Mito (tra Camerota, Centola-Palinuro e Pisciotta) - Salerno - Campania

Pantelleria - Trapani - Sicilia

Isole Tremiti - Puglia

Planargia - Oristano - Sardegna

Come vengono assegnate le Cinque Vele

L'analisi di Legambiente e Touring Club Italiano parte dall'esame di comprensori e non singole località, assegnando punteggi che "premiano" la qualità delle acque (certificata da Goletta Verde) ma anche la qualità dei servizi ricettivi e l'attenzione alla tutela della biodiversità.

 

Nella Guida Blu 2022 sono inserite intere zone balneari e lacustri, capaci di offrire al turista la garanzia di una vacanza perfetta. La scelta di premiare interi comprensori piuttosto che singole località nasce dal concetto che quando si va in vacanza si parte da una base per poi spostarsi, e i comprensori inseriti nella Guida 2022 sono il top per vacanze slow e sostenibili.

 

Fonte: https://www.meteo.it/notizie/cinque-vele-2022-ecco-le-18-spiagge-italiane-piu-belle-e-piu-pulite-1d8bc9a2