Il capitale naturale d’Italia si sta degradando, e a rimetterci è anche l’economia

La Giornata della terra, celebrata ieri in tutto il mondo, sembra l’occasione perfetta da festeggiare per gli ambientalisti della domenica che difatti sono tornati a spuntare ovunque come funghi: ma qual è davvero lo stato del capitale naturale italiano, e costa facciamo concretamente per difenderlo negli altri 364 giorni dell’anno? Molto, troppo poco a leggere l’ultimo Rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia, presentato

 

due settimane fa dal ministero della Transizione ecologica ma reso disponibile solo in questi giorni.

 

Del resto basta osservare le priorità di spesa a bilancio dello Stato. Prendendo le mosse dal Catalogo sui sussidi ambientali approntato dallo stesso ministero, il rapporto mostra che ogni anno (dati 2018) il «valore complessivo dei sussidi favorevoli alla biodiversità ammonta a 12,5 miliardi di euro», mentre i sussidi dannosi alla biodiversità arrivano a «28,8 miliardi di euro». Ovvero, ai sussidi dannosi per il capitale naturale destiniamo oltre il doppio dei sussidi posti a sua tutela.

 

Più nel dettaglio, il rapporto mostra che dei sussidi dannosi «l’84,3% (86 su 102) favorisce l’inquinamento e l’eutrofizzazione, come nel caso degli incentivi ai trasporti, ai fertilizzanti e fitosanitari, all’agricoltura intensiva e allo smaltimento dei rifiuti; il 76,5% (78 su 102) è climalterante poiché incentiva le fonti fossili di energia e i trasporti privati; il 51% (52 su 102) incentiva il consumo di suolo e la frammentazione ed è causa di perdita di habitat come, ad esempio, nel caso della coltivazione delle biomasse o della nuova edilizia; il 33,4% (33 su 102) sostiene il sovrasfruttamento delle risorse, come nel caso degli incentivi alle attività di estrazione delle materie prime, le agevolazioni fiscali sul canone dell’acqua e il sostegno alla pesca; infine, il 19,6% (20 su 102) è potenzialmente impattante per la diffusione di specie invasive aliene come gli incentivi al commercio internazionale e l’agricoltura intensiva».

 

È di fondamentale acquisire la consapevolezza che tali danni non toccano direttamente “solo” la natura ma anche i cittadini e l’economia italiana, in quanto suoi sottosistemi: «La nostra prosperità economica e il nostro benessere – sottolinea il rapporto – dipendono dal buono stato del capitale naturale, che comprende gli ecosistemi che forniscono beni e servizi essenziali. La perdita di biodiversità può indebolire un ecosistema e compromettere la fornitura di tali servizi. Per questo motivo, è molto importante effettuare quantificazioni biofisiche e stime monetarie per misurare da un lato i costi ambientali associati alla perdita della biodiversità, dall’altro i benefici ottenuti per il benessere umano».

 

Sotto questo profilo sono stati analizzati in dettaglio 12 servizi ecosistemici (fornitura di biomassa legnosa, agricola, ittica, disponibilità idrica, impollinazione, regolazione del rischio di allagamento, protezione dall’erosione, regolazione del regime idrologico, purificazione delle acque da parte dei suoli, qualità degli habitat, sequestro e stoccaggio di carbonio, turismo ricreativo) e la loro variazione fra il 2012 e il 2018.

 

Non c’è da stupirsi se «le stime indicano, a distanza di 6 anni, diminuzioni nel flusso di molti dei servizi ecosistemici analizzati», con ripercussioni gravi: «72 milioni di m3 in meno di risorsa idrica ricaricata in acquiferi, al 2018 rispetto all’anno base, fino a 146 milioni di perdite economiche associate all’incremento di erosione dei suoli che è aumentata nel frattempo da 11,63 a 11,69 ton/ha, quasi due milioni e mezzo di tonnellate di perdita di carbonio immagazzinato nella vegetazione e nel suolo a causa della variazione di uso e copertura del suolo, da cui deriva una perdita di benefici economici che varia tra i 491 e i 614 milioni di euro, 259 milioni di m3 di acqua in eccesso, ovvero di carenza del servizio di regolazione dei regimi idrologici con perdite potenziali fino a 3,8 miliardi di euro».

 

Più in generale, su 85 tipi di ecosistemi italiani analizzati dal Comitato capitale naturale, quelli «a elevato rischio» certificati dalla Lista rossa Iucn «sono ben 29 pari a circa il 20% del territorio nazionale».

 

Certo, non tutto sta peggiorando: ad esempio, nell’arco di poco più di mezzo secolo l’ampiezza delle foreste nel nostro Paese è praticamente raddoppiata. Negli ultimi 70 anni le foreste italiane hanno raggiunto quasi il 40% del territorio nazionale – circa 12 milioni di ettari – e all’interno di questi ecosistemi è ormai immagazzinato CO2 per 4,5 Gt (miliardi di tonnellate). Ogni anno, grazie all’accrescimento degli alberi, vengono fissate altre 46,2 Mt di CO2, contribuendo a lenire la crisi climatica.

 

Ma per delle foreste che crescono, altre – quelle marine – stanno scomparendo.  Si guardi ad esempi alle piante di posidonia: nell’ultimo secolo abbiamo perso il 30% delle praterie di fanerogame marine, e a scala nazionale solo la perdita di sequestro del carbonio – senza dimenticare altri servizi ecosistemici come la protezione dei litorali dall’erosione, o il rifugio offerto dalla posidonia a numerose specie ittiche – si stima arrivi a 226mila ton/anno. «La perdita di fanerogame marine – spiega il rapporto – è paragonabile a quella segnalata per mangrovie e coralli». Per le foreste di alghe brune va ancora peggio: negli ultimi 50 anni è andato perso l’80% delle foreste esistenti lungo le coste italiane.

 

Che fare dunque per migliorare? Recenti valutazioni dell’Ocse stimano che il finanziamento della biodiversità a livello globale ammonti a una cifra compresa tra 78 e 91 miliardi di dollari l’anno, contro i 140-440 miliardi di dollari annui che si stima siano necessari per colmare il gap finanziario per la conservazione della biodiversità (definita nel raggiungimento degli Obiettivi di Aichi). Anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte per aumentare quest’importo, a partire dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che la prossima settimana dovrà arrivare a Bruxelles.

 

di Luca Aterini

 

Fonte: https://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/il-capitale-naturale-ditalia-si-sta-degradando-e-a-rimetterci-e-anche-leconomia/

 

 

 

Più CO2 in atmosfera e temperature più calde: il cambiamento climatico ha accelerato nel 2020

Gli indicatori del cambiamento climatico sono peggiorati nel 2020, che è stato uno dei tre anni più caldi registrati finora, con una temperatura media globale superiore di circa 1,2 °C rispetto ai livelli preindustriali (1850-1900).

 

E il decennio 2011-2020 è stato il più caldo della storia.

 

Questi i dati più rilevanti comunicati dalla World Meteorological Organization (WMO) nel suo ultimo rapporto sullo stato del clima, State of the Global Climate 2020 (link in basso).

 

Il grafico sotto, tratto dal rapporto, riassume le oscillazioni delle temperature medie globali dal periodo preindustriale a oggi, secondo cinque differenti set di dati (sono le cinque linee colorate nel grafico).

 

In particolare, nel rapporto si spiega che le concentrazioni in atmosfera dei principali gas-serra hanno continuato a crescere nel 2020, nonostante il rallentamento economico mondiale dovuto alla crisi sanitaria e alle misure di lockdown contro il Covid-19.

 

Ad esempio, la concentrazione media globale di CO2 ha già superato 410 ppm (parti per milione di molecole in atmosfera) e se nel 2021 seguirà lo stesso andamento degli anni passati, potrebbe raggiungere o superare 414 ppm.

 

Difatti, si legge nel documento della Wmo, la temporanea riduzione delle emissioni di CO2 durante la pandemia ha avuto un effetto del tutto trascurabile sulla concentrazione complessiva di anidride carbonica in atmosfera.

 

Inoltre, i dati appena diffusi dalla Iea mostrano che si è tornati in pochi mesi al business-as-usual che sta facendo risalire le emissioni annuali di CO2 a livello mondiale.

 

Il rapporto della Wmo poi evidenzia che nel 2020 sono accelerate le seguenti tendenze:

 

acidificazione degli oceani con impatti sugli ecosistemi marini (come le barriere coralline);

scioglimento dei ghiacci artici e antartici;

intensificazione di eventi meteorologici estremi come uragani, tifoni, ondate di calore, siccità, incendi.

Tutti gli indicatori climatici più importanti, ha commentato il segretario generale della Wmo, Petteri Taalas, “evidenziano un continuo e inarrestabile cambiamento climatico, una maggiore frequenza e intensificazione degli eventi estremi, gravi perdite e danni che colpiscono persone, società ed economie”.

 

E questa tendenza continuerà nei prossimi decenni, ha affermato Taalas, pertanto è necessario, oltre a ridurre velocemente le emissioni di gas-serra, investire in misure di adattamento al cambiamento climatico, come i servizi di allerta precoce e le reti avanzate per il monitoraggio dei dati meteorologici.

 

Fonte: https://www.qualenergia.it/articoli/piu-co2-atmosfera-temperature-piu-calde-cambiamento-climatico-accelerato-2020/

GreenPeace: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Itali

Le scelte a cui sarà chiamato il nostro governo nelle prossime settimane impatteranno profondamente sulla capacità del Paese di accelerare la transizione verso un modello economico circolare che favorisca la riduzione del consumo di risorse naturali e della pressione esercitata dalle attività umane sugli ecosistemi. Cambiare il paradigma della crescita economica è fondamentale per ricondurre lo sviluppo sui binari della sostenibilità ed evitare i peggiori scenari delineati dalla comunità scientifica internazionale. Nel rapporto in oggetto, ci siamo concentrati sulla filiera della plastica, con particolare riguardo agli impatti ambientali legati alla diffusione e dispersione nell’ambiente degli articoli monouso: prodotti su cui l’Italia dovrà a breve intervenire col recepimento della Direttiva 2019/904/UE “sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente” (cd. Direttiva SUP 2 ) entro il prossimo 3 luglio. Non nascondiamo la nostra preoccupazione per un recepimento “al ribasso”, disallineato rispetto ai contenuti della Direttiva e più in generale rispetto al quadro di riferimento europeo sulla transizione in ottica circolare dei modelli prevalenti di produzione e consumo.

 

La plastica è un materiale straordinario per la sua duttilità, economicità, leggerezza e resistenza il cui abuso, soprattutto in applicazioni monouso, porta con sé uno spreco di risorse non rinnovabili che inquinano, in modo pressoché irreversibile, i nostri mari, il Pianeta e le nostre vite oltre a contribuire in maniera decisiva alla crisi climatica. La sostituzione “tout court” della plastica “fossile” con altri materiali (ivi inclusi i materiali biobased certificati come biodegradabili e compostabili) appare una scelta sbagliata, guidata da esigenze di marketing e inadeguata rispetto alla complessità delle sfide ambientali che abbiamo di fronte. La sostenibilità non è una prerogativa dei materiali, ma del modo in cui vengono utilizzati nel ciclo economico. Insieme al recepimento della Direttiva SUP, anche il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offre al governo italiano l’occasione concreta per affrontare le sfide ambientali connesse alla diffusione del monouso in plastica, ma più in generale, del monouso.

 

La direttiva comunitaria sulle plastiche monouso e le azioni intraprese dagli altri paesi europei

 

Greenpeace nelle scorse settimane ha affidato a un consulente indipendente (Ingegnere Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti ed economia circolare) la redazione del rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” volto ad esaminare le prospettive per il recepimento della direttiva comunitaria tenendo presente il quadro normativo europeo, le iniziative intraprese da altri Stati e, infine, analizzare le misure adottate fino ad oggi nel nostro Paese.

 

L’uso crescente di materie plastiche in applicazioni monouso, il basso tasso di riciclo, la dispersione nell’ambiente e il contributo al cambiamento climatico hanno spinto l’Europa ad intervenire con una serie di misure collocate nel quadro più ampio del Piano d’azione sull’economia circolare e, nello specifico, nell’ambito della Strategia sulla plastica (Plastic Strategy) adottata nel 2018. I vari interventi normativi hanno l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo riutilizzabili o riciclabili “in modo efficace sotto il profilo dei costi” entro il 2030, ponendo particolare attenzione alla prevenzione e alla diffusione di soluzioni basate sul riutilizzo, al fine di ridurre il consumo di risorse naturali, la quantità di rifiuti prodotti e la dispersione degli stessi nell’ambiente. Tali direttrici sono peraltro presenti sia nel Green Deal europeo che nel nuovo Piano d’azione per l’economia circolare presentato a marzo del 2020.

 

La Direttiva SUP, approvata nel maggio 2019, si pone l’obiettivo di contrastare la dispersione di rifiuti da prodotti in plastica monouso nell’ambiente marino e prevede, in estrema sintesi: 1) la messa al bando di piatti, stoviglie, cannucce, bastoncini cotonati, aste per palloncini, mescolatori per bevande, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso 2) riduzione del consumo di tazze per bevande e alcuni contenitori in plastica monouso per alimenti 3) requisiti di progettazione per i contenitori in plastica o compositi per bevande (i tappi e i coperchi in plastica dovranno essere attaccati ai relativi contenitori e le bottiglie in PET dovranno contenere almeno il 30% di materiale riciclato entro il 2030) 4) istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcune tipologie di prodotti in plastica diversi dagli imballaggi (filtri per prodotti a base di tabacco, palloncini, salviette umidificate e attrezzi da pesca) ed estensione della responsabilità finanziaria dei produttori degli imballaggi oggetto della Direttiva (contenitori per alimenti, involucri flessibili, contenitori per bevande, tazze, sacchetti ultraleggeri) anche ai costi necessari per la rimozione dei relativi rifiuti dispersi nell’ambiente e per il successivo trasporto e trattamento 5) obiettivi di raccolta differenziata (90% entro il 2029) per le bottiglie in plastica per bevande con capacità fino a tre litri 6) misure di sensibilizzazione e requisiti di marcatura per alcune tipologie di prodotti (per un elenco dettagliato si rimanda al report completo). Va inoltre evidenziato che la Direttiva SUP include nel suo campo di applicazione i prodotti in plastica monouso biodegradabili e compostabili. La definizione di plastica riportata all’art. 3 comma 1 della Direttiva esclude infatti i soli “polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente”. Le principali plastiche biobased comunemente utilizzate per la realizzazione di articoli in plastica monouso biodegradabili e compostabili derivano da polimeri naturali modificati chimicamente realizzati a partire dalla trasformazione degli zuccheri presenti nel mais, barbabietola, canna da zucchero e altri materiali naturali e sono pertanto inclusi nel perimetro di applicazione della Direttiva.

 

Il recepimento della SUP in Italia

 

L’approccio adottato dalle norme vigenti in Italia per contrastare la plastica monouso risulta privo di una visione sistemica e fortemente sbilanciato a favore di una sostituzione tout court con alternative monouso in plastica compostabile. La maggior parte delle misure adottate a livello nazionale, infatti, ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso in plastica tradizionale con gli equivalenti in bioplastica compostabile, anche in quei contesti dove sarebbe stato possibile e necessario adottare misure volte a ridurre l’utilizzo del monouso (a prescindere dal materiale utilizzato) e promuovere sistemi e modelli di business basati su prodotti riutilizzabili. Riguardo il recepimento della Direttiva SUP, va inoltre rilevato che il testo approvato in seconda lettura alla Camera (il 31 marzo 2021) del Disegno di legge di delegazione europea 2019-2020 3 , dispone, contrariamente a quanto previsto dall’Europa, che l’immissione sul mercato dei prodotti in plastica monouso di cui alla parte B dell’allegato alla Direttiva, ovvero i prodotti soggetti a restrizioni all’immissione sul mercato, dovrà essere consentita “qualora per tali prodotti non siano disponibili alternative non monouso, e purché tali prodotti siano realizzati in plastica biodegradabile e compostabile”. Tuttavia, le restrizioni previste dall’Europa riguardano sia i prodotti in plastica fossile che in plastiche biodegradabili e compostabili e non demandano ai singoli Stati membri la discrezionalità di valutare l’esistenza (o meno) di alternative (valutazione peraltro già condotta a livello europeo e propedeutica alla redazione della proposta di Direttiva) Pertanto il recepimento nazionale, se approvato nella forma attuale, sarebbe in netto contrasto con la direttiva comunitaria.

 

Come si stanno muovendo altri paesi europei?

 

Molti Paesi europei stanno intervenendo per ridurre i rifiuti alla fonte, sostituendo il monouso in plastica con alternative riutilizzabili.

 

La Francia, ad esempio, punta ad eliminare tutti gli imballaggi in plastica monouso presenti sul mercato nazionale entro il 2040. Un obiettivo da conseguire in maniera progressiva con la fissazione (per decreto) di obiettivi vincolanti di riduzione, riutilizzo e riciclo. Parallelamente, sono stati introdotti target di riutilizzo complessivi per tutte le tipologie di imballaggi commercializzati nel paese pari al 5% entro il 2023 ed al 10% al 2027. Dal 1° gennaio 2020 è proibito mettere a disposizione tazze, bicchieri e piatti usa e getta in plastica per il consumo sul posto negli esercizi di somministrazione e, a partire dal 1° gennaio 2023, tale divieto sarà esteso a tutte le opzioni monouso (non solo a quelle in plastica), con l’obbligo di utilizzo di opzioni riutilizzabili. Misure specifiche vengono previste anche per le bottiglie in PET per liquidi alimentari. Dal 1° gennaio 2022 gli edifici pubblici saranno tenuti ad avere almeno una fonte di acqua potabile collegata alla rete accessibile al pubblico e anche le attività di ristorazione e i locali di somministrazione di bevande daranno ai consumatori la possibilità di richiedere acqua potabile gratuita. Tali misure sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo di riduzione del numero di bottiglie in plastica monouso per bevande immesse sul mercato francese del 50% entro il 2030. L’Irlanda punta a rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili o riciclabili entro il 2030, con interventi mirati anche sull’overpackaging, sulla progettazione e riduzione della loro complessità, oltre all’introduzione di un sistema di deposito su cauzione (DRS) per i contenitori per le bevande. La strategia irlandese estende il divieto di vendita ad alcuni oggetti non vietati dalla SUP: salviette umidificate, articoli da bagno in plastica monouso per hotel, articoli in plastica monouso utilizzati per il confezionamento di zucchero e condimenti (es. olio, salse). La Germania invece sta lavorando su misure volte ad introdurre l’obbligo (da gennaio 2023) di mettere a disposizione dei clienti contenitori riutilizzabili per il consumo di alimenti e bevande sia sul posto che da asporto in caffetterie e ristoranti. L’Olanda vuole ridurre ulteriormente il consumo di prodotti monouso in plastica previsto dalla SUP introducendo divieti di fornire gratuitamente prodotti usa e getta al cliente e obbligando a mettere a disposizione alternative riutilizzabili. L’Austria vuole introdurre il vuoto a rendere per le bottiglie, con percentuali vincolanti per l’uso di contenitori riutilizzabili, introducendo anche il deposito su cauzione e la plastic tax.

 

Raccomandazioni per l’Italia

 

Il recepimento della SUP e il PNRR sono delle concrete possibilità per ridisegnare un futuro sostenibile per il nostro Paese. Il parlamento e il governo Draghi possono scegliere di replicare quanto di buono già messo in atto da altri Paesi e adottare misure che favoriscano la diffusione dei modelli basati su prevenzione riuso, riducendo al minimo il monouso e i rifiuti che ne derivano. Le nostre raccomandazioni, dettagliate nel capitolo 8 del rapporto, mirano ad aumentare il “livello di ambizione” del nostro Paese in fase di recepimento della Direttiva SUP e, più in generale, intendono fornire un contributo ai fini della definizione delle politiche nazionali volte a ridurre la produzione di rifiuti e il consumo di risorse naturali legato alla diffusione dei prodotti monouso. Le misure proposte spaziano dall’introduzione di target vincolanti di riduzione e riuso per gli imballaggi e gli articoli monouso, alla definizione di incentivi economici volti a promuovere la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili e della vendita di prodotti sfusi, fino all’introduzione di misure di carattere regolamentare che garantiscano il progressivo abbandono dell’usa e getta nella somministrazione di alimenti e bevande sia per il consumo sul posto che da asporto.

 

Certo è che se l’impostazione data finora dal parlamento italiano al recepimento della SUP dovesse essere confermata, sembra difficile che tale recepimento sia accettabile dagli organi comunitari competenti. Greenpeace è pronta a fare la sua parte negli interessi del mare, del Pianeta e della collettività.

 

Fonte: http://esper.it/2021/04/23/greenpeace-indicazioni-per-il-recepimento-della-direttiva-sup-in-italia/

Svolta Ue sul clima alla vigilia del vertice di Biden: neutralità climatica entro il 2050

E' un'Europa con le carte in regola quella che si presenta al vertice internazionale sul clima più atteso degli ultimi tempi. Convocato da Joe Biden per rilanciare il ruolo degli Stati Uniti nella lotta ai cambiamenti climatici dopo la parentesi negazionista di Trump, il summit, che si svolgerà in versione virtuale, sarà l'occasione per vedere le carte in mano al presidente cinese Xi Jinping. Ma anche per ascoltare le parole di papa Francesco e degli altri leader invitati a partecipare - tra i quali il premier Mario Draghi - su una sfida epocale che solo l'emergenza Covid è riuscita a far passare in secondo piano.

 

La posizione dell'Ue - In questa prospettiva, dopo una maratona negoziale di 14 ore proprio alla vigilia del summit, l'Ue ha di fatto formalizzato i nuovi impegni per arrivare, nel 2030, ad una riduzione delle emissioni del 55% rispetto al 1990 e per raggiungere la neutralità climatica al 2050.

 

Inoltre, dopo mesi di impasse, la Commissione europea ha adottato un primo insieme di criteri tecnici per la cosiddetta finanza verde. Cioè per individuare le attività economiche meritevoli di essere economicamente sostenute e premiate per la loro valenza ambientale.

Rinviando però a giugno ogni decisione su gas e nucleare, due fonti che diversi Paesi, ma non tutti, considerano indispensabili per assicurare la transizione ecologica.

 

"La cosiddetta 'legge sul clima' e criteri per la finanza verde sono due grandi passi in avanti - ha detto il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis - e dimostrano che l'Ue sta facendo la sua parte. Ma non possiamo farcela da soli, visto che solo il 9% delle emissioni viene dall'Europa".

 

I grandi del mondo - E allora occhi puntati su Biden e sul leader cinese Xi Jinping poiché Cina e Usa insieme producono il 42% delle emissioni di gas serra del mondo. Biden, in particolare, dovrebbe presentare il nuovo obiettivo di taglio delle emissioni degli Usa che, secondo molti osservatori, dovrebbe essere di almeno il 50% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005. Il doppio del target fatto proprio da Barack Obama, poi apertamente sabotato dall'amministrazione Trump.

 

Xi Jinping, dal canto suo, ha fatto sapere che terrà "un discorso importante". La settimana scorsa, dopo due giorni di colloqui, l'inviato di Biden sull'azione climatica, John Kerry, e la sua controparte cinese, Xie Zhenhua, hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui si impegnano a cooperare per frenare il cambiamento climatico.

Le due potenze "sono impegnate a cooperare tra loro e con altri Paesi sulla crisi climatica, che deve essere affrontata con la serietà e l'urgenza che richiede", si legge nel comunicato.

 

Il summit si dovrebbe fermare agli impegni di principio. Se si andasse oltre i target, cioè sul come raggiungerli, il discorso potrebbe farsi molto, troppo complicato.

 

Con l'approvazione della legge sul clima, l'Ue è invece già pronta a passare all'azione. "Da qui al 2022 cambieremo 50 regolamenti e direttive su clima e ambiente, è un cambio sistemico", ha rivendicato il presidente della commissione ambiente dell'Europarlamento Pascal Canfin. I criteri per la finanza sostenibile sono solo un assaggio. "Non so se diventerà lo standard globale per gli investimenti verdi, ma sicuramente lo influenzerà visto che siamo i primi al mondo a proporre una cosa del genere", ha spiegato Dombrovskis.

 

Altre proposte Ue arriveranno in giugno ma fanno già discutere. Come la tassa sulla CO2 alle frontiere, che serve a tutelare le imprese europee dalla concorrenza di quelle di Paesi con legislazioni sul clima meno stringenti. Un'iniziativa che al momento viene bollata come "discriminatoria" dai Paesi del gruppo Basic (Brasile, Cina, India e Sudafrica) e sulla quale anche Kerry, nella sua visita a Bruxelles il mese scorso, si è dichiarato scettico. "Ne ho parlato con il segretario al Tesoro americano Janet Yellen, - ha detto Dombrovskis. - Gli Usa stanno osservando e valutando perché visto che sono rientrati nell'accordo di Parigi anche loro dovranno trovare modi per concretizzare i loro impegni e immagino ci sia spazio per il dialogo anche su questo punto".

 

Fonte: https://www.tgcom24.mediaset.it/green/svolta-ue-sul-clima-alla-vigilia-del-vertice-di-biden_31301244-202102k.shtml

Risanamento e salute, il Recovery non può dimenticare le ferite ambientali

Risanamento ambientale e diritto alla salute nei territori del nostro Paese. Questo lo spirito della campagna #liberidaiveleni lanciata da Legambiente in occasione della Giornata mondiale della Terra, e alla vigilia del Consiglio dei ministri che approverà il nostro Recovery, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

 

Un vero e proprio quello che l’associazione rivolge al premier Mario Draghi: “Non si dimentichino le vertenze ambientali croniche tuttora irrisolte. Si garantiscano adeguate risorse per le opere di risanamento ambientale delle ferite ancora aperte del Paese e si restituisca la speranza di cambiamento al popolo inquinato”.

 

Tutte questioni che – spiega Legambiente – non devono essere dimenticate dal Recovery e che dovranno essere al centro del Piano per la transizione ecologica. Secondo l’associazione è “fondamentale garantire risorse più adeguate per il risanamento ambientale e avviare al più presto dei veri e propri ‘Patti territoriali per la Transizione ecologica’, mettendo al centro i territori inquinati se davvero si vuole arrivare ad un’Italia al 2030 più moderna, sostenibile, inclusiva e soprattutto libera dai veleni”.

 

Sono “ferite ancora sanguinanti” per l’Italia: come “le mancate bonifiche nella Terra dei fuochi in Campania, nella Valle del Sacco nel Lazio, delle falde acquifere inquinate da Pfas in Veneto e Piemonte, dei Siti di interesse nazionale e dell’amianto dagli edifici, ma lo stesso vale per le ampie porzioni di territorio ammorbate dallo smog, a partire dalla pianura padana, l’assenza di depurazione, la vertenza del petrolio in Sicilia a Gela, e in Val d’Agri In Basilicata”. I numeri: “per esempio i 6 milioni di cittadini che vivono nei territori da bonificare, le 300mila persone con acque contaminate negli anni dai Pfas, le 6mila morti premature all’anno per amianto, gli oltre 50mila decessi all’anno per l’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici come le polveri sottili (in particolare il PM2,5), gli ossidi di azoto (in particolare NO2) e l’ozono troposferico (O3), il deficit di impianti di depurazione che tocca 30 milioni di cittadini”.

 

“C’è un popolo inquinato che non avuto finora cittadinanza nel Pnrr – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – e questo non è ammissibile: è ora di dire basta a questi ritardi e di avviare i primi ‘Patti territoriali per la transizione ecologica’ partendo da quelle ferite ancora aperte nel Paese che tutt’ora continuano a causare danni all’ambiente, alla salute dei cittadini e all’economia sana. È ora il tempo del coraggio e delle azioni concrete affinché la transizione ecologica di cui si parla non sia un’utopia per alcuni territori che sembrano aver perso la speranza del cambiamento”.

 

di Tommaso Tetro

 

Fonte: https://www.rinnovabili.it/ambiente/inquinamento/risanamento-e-salute-il-recovery-non-puo-dimenticare-le-ferite-ambientali/

Nucleare: arriva debat public per il deposito dei rifiuti

Eccolo. Ci voleva il nucleare. Per far arrivare il dibattito pubblico anche in Italia. Quello che i francesi chiamano 'debat public'. Ovvero condivisione e trasparenza delle informazioni con le comunità e i territori per la scelta del posto in cui costruire grandi impianti. In questo caso, il concetto d'oltrealpe, approda nel nostro Paese per il sito che dovrà ospitare il deposito dei rifiuti nucleari e l'annesso Parco tecnologico. E' su questo, in sostanza, l'impegno che dovrà assumere il governo con l'approvazione - a larghissima maggioranza con 409 voti a favore, un solo contrario, e 22 astenuti di Fratelli d'Italia - della mozione unitaria in Aula a Montecitorio dedicata alla Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi).

    Nello specifico assicurare che tutte le fasi della (lunga) procedura per la scelta dei siti idonei "siano caratterizzate dalla concertazione e condivisione con le Regioni, i territori e le comunità locali interessate, nel rispetto dei principi di trasparenza, leale collaborazione e cooperazione istituzionale, prevedendo una tempistica adeguata che tenga conto della complessità della materia e dell'impatto della pandemia sulla operatività delle strutture amministrative".

    Ma il débat public nel nostro Paese non ha avuto finora vita facile. Manca in realtà una vera e propria regolamentazione. E forse nel ginepraio delle normative taglia-burocrazia - che il Recovery dovrebbe favorire - potrebbe avere qualche speranza.

    Tenendo anche presente l'eventuale auto-candidatura da parte di Comuni (che comunque devono necessariamente rispettare i requisiti).

    Per la Lega, dice il capogruppo Riccardo Molinari, è "un passo avanti su vincoli e trasparenza. La localizzazione del sito avverrà con una procedura di dibattito pubblico". Il M5s - osserva Generoso Maraia - ritiene che in questo modo si garantiscano "i più elevati standard di sicurezza e il massimo coinvolgimento delle comunità locali nelle scelte che riguardano il territorio".

    Con la mozione approvata, il governo si impegna anche "ad informare preventivamente il Parlamento sugli esiti della consultazione pubblica e sulle scelte dei ministri interessati per la definitiva approvazione della Carta nazionale delle aree idonee"; cioè il passo successivo alle 'aree potenzialmente idonee', e prodromico per la decisione finale. Sarà poi necessario mettere nero su bianco anche "i previsti benefici" individuando sia quelli "economici" che quelli di "sviluppo territoriale", oltre a rendere pubblici i "criteri" sulle "compensazioni economiche e ambientali agli enti locali", e "assicurare" anche "la massima sicurezza del sito". A questo si aggiunge che storia e arte del nostro Paese, cioè luoghi sotto il cappello dell'Unesco, dovranno essere esclusi; e che si dovrà chiedere a Sogin (la società dello Stato che si occupa dello smantellamento del vecchio nucleare italiano e del deposito) di integrare la Carta qualora non fossero state prese in considerazione aree militari o siti produttivi dismessi.

    Un tema, quello dell'urgenza di un 'debat public', che emerge dalle parole della capogruppo di FacciamoEco - Verdi, Rossella Muroni: è necessario "dare massima priorità alla fase della consultazione pubblica. Chiediamo al governo un impegno ad allargare la platea di soggetti che possono partecipare al processo" per "una consultazione pubblica trasparente, inclusiva e imparziale". Una questione, quella del deposito, che per il Pd - racconta Stefania Pezzopane - "non è più rinviabile"; oltre al fatto che "va recuperato un grave ritardo. Siamo di fronte ad una scelta decisiva per l'ambiente, per la transizione ecologica. Il deposito nazionale è indispensabile". In questo modo - conclude - "per la prima volta in Italia la localizzazione di una grande opera avviene mediante una procedura di dibattito pubblico".

 

Fonte: https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/infrastrutture_citta/2021/04/14/nucleare-arriva-debat-public-per-il-deposito-dei-rifiuti_ba1e7c68-29f8-40fb-acef-948d95027734.html