Pubblicato il Decreto sulle Comunità Energetiche Rinnovabili

Il decreto che favorisce la crescita e lo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) e dell’autoconsumo è ufficialmente in vigore: la registrazione presso la Corte dei Conti e l’approvazione preliminare della Commissione europea hanno preceduto l’entrata in vigore, avvenuta ieri, 24 gennaio 2024. Ora il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica approverà, entro i prossimi trenta giorni, le regole operative per ottenere gli incentivi. L’Arera verificherà tali regole prima dell’approvazione, su proposta del Gestore dei Servizi Energetici (Gse) che agirà come gestore principale di questo piano e metterà a disposizione le risorse online per la presentazione delle richieste entro 45 giorni dall’approvazione delle regole.

 

“Comunità Energetiche Rinnovabili e autoconsumo diffuso sono due ingranaggi centrali della transizione energetica del Paese: oggi siamo dunque ancor più vicini a questo atteso obiettivo, che potrà veramente dare una svolta per lo sviluppo delle rinnovabili in Italia, rafforzandone la sicurezza energetica e avvicinandoci agli obiettivi climatici” afferma afferma il ministro Gilberto Pichetto Fratin. Il decreto prevede due modalità per promuovere lo sviluppo delle Cer in Italia. La prima consiste in un contributo non rimborsabile fino al 40% dei costi ammissibili, finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), destinato alle comunità con impianti situati nei comuni con meno di cinquemila abitanti. Questo contributo supporterà una capacità totale di 2 gigawatt. La seconda modalità prevede una tariffa incentivante sull’energia rinnovabile prodotta e condivisa su tutto il territorio nazionale. Le due opzioni possono essere combinate per favorire lo sviluppo di 5 gigawatt di impianti di produzione di energia rinnovabile. 

 

Soddisfazione tra gli operatori che attendenvano la pubblicazione del decreto da tempo. Per Germano Zanini, amministratore delegato di ForGreen, “questo decreto apre nuove strade e nuove straordinarie opportunità per le aziende che desiderano investire in energie rinnovabili per la loro crescita e quella del territorio di cui fanno parte. Attendevamo da tempo questa notizia. Finalmente, con regole chiare e l’appoggio dello Stato, possiamo accelerare la nostra missione di promuovere un futuro energetico più sostenibile e accessibile a tutti, comuni compresi“. Secondo Gianluca Corbellini, Ceo e co-founder di Hive Power, “le Cer possono essere una leva straordinaria per accelerare la diffusione delle fonti energetiche sostenibili e per promuovere l’elettrificazione dei consumi attraverso l’impiego di pompe di calore ad alta efficienza e veicoli elettrici. Ora abbiamo fatto un passo avanti in questa direzione”. Il Gse metterà presto online un simulatore per la valutazione energetica ed economica delle iniziative legate alle Comunità energetiche rinnovabili, mentre è già disponibile la mappa interattiva delle cabine primarie in Italia.

 

Fonte https://www.greenplanner.it/2024/01/25/pubblicato-decreto-comunita-energetiche-rinnovabili/

La contaminazione da Pfas non risparmia nemmeno i politici europei

Tre vicepresidenti della Commissione europea, il commissario per l’Ambiente, il capo dell’Agenzia europea per l’ambiente e sei membri del Parlamento provenienti da diversi di Stati dell’Unione (dalla Bulgaria alla Croazia, dalla Danimarca alla Svezia, passando per Germania e Paesi Bassi) hanno testato la presenza di 13 Pfas (sostanze per- e polifluoroalchiliche) nel proprio sangue. “Come gran parte della popolazione europea, tutti erano contaminati da Pfas”, segnalano le due organizzazioni che hanno promosso l’iniziativa, ovvero l’European environmental bureau (Eeb) e l’organizzazione ChemSec, che incentiva la sostituzione delle sostanze chimiche tossiche con alternative più sicure. In tutte le persone che si sono sottoposte al test sono state trovate oltre la metà delle 13 sostanze analizzate, con concentrazioni che vanno da 3,2 a 24,66 microgrammi per litro (µg/L). In cinque casi i livelli di esposizione superavano gli attuali livelli di riferimento.

 

I Pfas, noti anche come “inquinanti eterni”, possono avere effetti negativi sulla salute, causando ad esempio cancro, danni al fegato, malattie della tiroide e problemi di infertilità, sono correlati all’obesità, difetti congeniti e disturbi del sistema immunitario. “La contaminazione da Pfas non discrimina: siamo tutti vittime. Nessuno è immune dall’inquinamento chimico, indipendentemente da dove e come vive”, spiega ad Altreconomia Tatiana Santos, responsabile delle politiche sulle sostanze chimiche dell’Eeb.

 

Alcuni dei sette Pfas trovati negli esponenti politici sono già stati vietati in Europa, come il Pfoa e Pfos; altri hanno alcuni usi regolamentati mentre uno (il PFHpS) è ancora consentito sul mercato dell’Unione europea. Tra i politici che hanno accettato di essere testati ci sono Frans Timmermans, già vicepresidente esecutivo della Commissione europea per il “Green deal” europeo, e Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva della Commissione europea e commissaria alla concorrenza: nel suo sangue sono stati trovati sette dei 13 Pfas analizzati: “Ho partecipato perché volevo contribuire ad aumentare la consapevolezza di questo semplice fatto: potrebbe volerci ancora del tempo prima che i Pfas vengano completamente sostituiti ma è la strada giusta da percorrere”.

 

I risultati non sorprendono Giuseppe Ungherse, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia e autore del libro inchiesta “Pfas. Gli inquinanti eterni e invisibili nell’acqua” pubblicato nel 2024 per le edizioni di Altreconomia: “Di fatto, per la natura stessa di queste sostanze, siamo di fronte a una contaminazione che non risparmia nessuna creatura vivente sul Pianeta, compreso l’uomo. C’è stato un uso incontrollato degli Pfas che dura tutt’ora e che trova applicazione in diversi campi di uso quotidiano -spiega-. E la scienza è unanime nel dire che non ci sono soglie di sicurezza: gli Pfas possono causare danni alla salute anche a bassissime concentrazioni. Lo scorso dicembre, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Organizzazione mondiale per la sanità ha classificato l’acido perfluoroottanoico (Pfoa) come ‘cancerogeno per l’uomo’ e l’acido perfluoroottanosolfonico (Pfos) come ‘possibile cancerogeno’ per l’uomo”.

 

Queste sostanze sono state introdotte sul mercato a partire dagli anni 40 del Novecento e hanno trovato un massiccio impiego in migliaia di prodotti grazie alla loro capacità di conferire proprietà idro-repellenti e oleo-repellenti. Si trovano ad esempio nelle padelle antiaderenti, nel filo interdentale, nella carta da forno, in molti prodotti tessili e di arredamento, in prodotti per l’igiene e la pulizia, nelle vernici, nelle schiume anti-incendio e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

 

L’esito dei test condotti sui politici europei dimostra, ancora una volta, come tutte le persone che vivono nel continente siano esposte a livelli di inquinamento da sostanze chimiche allarmanti. Un fenomeno emerso nel corso degli anni grazie alle denunce di attivisti e comitati locali attivi in diverse aree che hanno subito la contaminazione da Pfas, come nel caso dell’azione legale avviata lo scorso giugno contro il colosso chimico Arkema da parte di un gruppo di cittadini di quella che è nota in Francia come “la valle chimica” a Sud di Lione. O come le “Mamme no Pfas” che da anni si battono contro la contaminazione delle falde acquifere nelle province di Vicenza, Verona e Padova che ha un impatto sulla vita di circa 300mila persone. Di recente, nel dicembre 2023, la Corte suprema svedese ha accolto il ricorso presentato dagli abitanti delle città di Kallinge e Ronneby, riconoscendo che “i residenti sono stati esposti, attraverso l’acqua potabile, a livelli elevati di Pfas” e ordinando alla società responsabile della contaminazione di risarcirli per lesioni personali.

 

Eppure, nonostante la gravità ormai accertata della situazione, le pressioni dell’industria hanno portato la Commissione europea a bloccare la tanto necessaria riforma dell’obsoleta normativa europea sul controllo delle sostanze chimiche (“Regulation for registration, evaluation, authorisation and restriction on chemicals, Reach) che risale addirittura al 2006. “C’è la proposta avanza a gennaio 2023 da cinque Stati membri dell’Unione per un divieto di queste sostanze -riprende Tatiana Santos-. C’è poi un’ulteriore proposta per rivedere l’attuale normativa in vigore sugli Pfas”. I tempi per una riforma, tuttavia saranno lunghi: “Verosimilmente non ci aspettiamo l’adozione di una nuova legge prima del 2027, che sarà seguito da un periodo di transizione per le aziende, per l’eliminazione graduale di queste sostanze, che potrà a lungo: ci vorranno almeno 15 anni per eliminare gli Pfas”.

 

La pressione esercitata in questi anni dalle lobby dei produttori è stata imponente, come ha mostrato un’inchiesta realizzata a luglio 2023 dal Corporate Europe Observatory da cui emerge che 13 grandi produttori e utilizzatori di Pfas investono tra i 18,6 e i 21,1 milioni di euro all’anno in attività di lobbying presso le istituzioni europee. Il tutto a fronte di un costo annuale stimato in 52-84 miliardi di euro solo per i danni alla salute causati dall’esposizione a Pfas. Mentre i costi per bonificare gli ecosistemi contaminati dagli “inquinanti eterni” richiederebbe un investimento annuale la cui forbice è compresa tra 10 e 20 miliardi di euro all’anno.

 

Di fronte a questa situazione agire è sempre più urgente, come ricorda Giuseppe Ungherese: “Con una produzione che non subisce battute d’arresto né regolamentazioni efficaci, il carico tossico che lasceremo alle future generazioni e al Pianeta è destinato a peggiorare. L’inerzia politica e istituzionale di fronte alla mole di dati che abbiamo acquisito in questi anni è inaccettabile”.

 

di Ilaria Sesana

 

Fonte https://altreconomia.it/la-contaminazione-da-pfas-non-risparmia-nemmeno-i-politici-europei/

Italia-Germania, sulle rinnovabili perdiamo ancora 3-0 ma ci sono segni di vitalità

La prima e la seconda potenza industriale d’Europa, rispettivamente la Germania e l’Italia, pur con tutte le difficoltà che frenano il comparto manifatturiero in entrambi i Paesi, stanno affrontando la transizione ecologica con piglio molto diverso.

 

Dopo aver ridotto le emissioni climalteranti del 42% nel periodo 1990-2022, nel corso dell’ultimo anno la Germania ha spinto con forza sull’acceleratore delle fonti rinnovabili, installando nuovi impianti per 17 GW. Come risultato, nel Paese per la prima volta le rinnovabili hanno superato la soglia psicologica del 50% di produzione elettrica, arrivando al 57,1%.

 

A valle di una performance inferiore alla media Ue per quanto riguarda il taglio delle emissioni di CO2 nel 1990-2022 (-25% vs -32%), l’Italia nell’ultimo anno ha ricavato dalle rinnovabili il 43,8% della produzione netta di elettricità, abbondantemente sotto al dato tedesco.

 

Al contempo resta imbarazzante il divario sulla potenza installata: 5,7 GW di nuovi impianti rinnovabili sono entrati in esercizio in Italia nel corso del 2023 – avrebbero dovuto essere 12 per rispettare la tabella di marcia della decarbonizzazione –, ovvero tre volte meno della Germania.

 

Eppure il gap inizia a mostrare timidi segnali di chiusura: dal 2022 al 2023 le installazioni tedesche di nuovi impianti rinnovabili sono cresciute del 12%, mentre quelle italiane dell’87%.

 

Com’è evidente, il lavoro da fare su questo fronte resta comunque enorme. Non a caso l’associazione ambientalista Kyoto club ha organizzato oggi a Roma il convegno “Le rinnovabili fanno bene all’Italia”, per condividere l’esperienza tedesca, ascoltare la posizione del Governo e dei rappresentanti dei principali gruppi politici italiani, oltre che per presentare le proposte delle aziende e degli enti locali associati proprio al Kyoto club.

 

In particolare, il gruppo di lavoro “Fonti energetiche rinnovabili” dell’associazione ha presentato le proposte in riferimento all’iter parlamentare del “Decreto energia” (convertito ieri in legge dal Senato) e alla revisione, da completare entro il prossimo 30 giugno, del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec).

 

«La potenza rinnovabile nel mondo è cresciuta del 50% nel 2023, raggiungendo 500 GW. Un vero boom, che ha visto anche un risveglio dell’Italia – argomenta Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto club – Nel nostro paese le energie pulite, con 5,2 GW solari e 0,4 GW eolici installati lo scorso anno, riacquistano un ruolo significativo nelle scelte energetiche. L’accelerazione delle rinnovabili sarà, infatti, decisiva nella lotta al cambiamento climatico, utilissima nel ridurre la dipendenza dalle importazioni di metano, importante per la creazione di posti di lavoro».

 

Concorde l’ambasciatore della Repubblica federale di Germania in Italia, Hans-Dieter Lucas, presente al convegno: «Le rinnovabili danno un contributo decisivo per una maggiore sicurezza e libertà in tutta l’Europa. Ci sono già da tempo idee e soluzioni innovative per il successo della transizione verde. Ora sta a noi incidere attivamente sulla transizione verde. Essendo grandi emettitori di CO2 non è solo una nostra responsabilità: come principali nazioni industriali dell’Europa è anche un nostro interesse. Pertanto, dobbiamo svolgere un ruolo guida nell’imminente trasformazione».

 

Fonte https://greenreport.it/news/economia-ecologica/italia-germania-sulle-rinnovabili-perdiamo-ancora-3-0-ma-ci-sono-segni-di-vitalita/

Dall’Europa all’Italia la protesta degli agricoltori contro il Green Deal: a cosa dicono no

Le proteste dei trattori degli agricoltori sono arrivate anche in Italia, dopo aver già coinvolto diversi paesi europei, tra cui Germania e Francia. Durante il fine settimana, in Italia sono iniziate le prime manifestazioni degli agricoltori che hanno impiegato i loro trattori come strumento di protesta.

 

Inizialmente, le proteste italiane hanno avuto una dimensione minore rispetto a quelle degli altri paesi. Tuttavia, sabato si sono registrate proteste più consistenti, dopo alcuni giorni di iniziative spontanee e con scarso seguito.

 

Le proteste sono dirette contro le politiche agricole dell’Unione europea, che gli agricoltori italiani ritengono penalizzanti per il loro settore. Tra le richieste degli agricoltori figurano: 

 

Aumento dei sussidi

Riforma dei prezzi all’ingrosso

Stop alla carne sintetica

No alle cavallette come cibo

No agli impianti fotovoltaici sui terreni produttivi

Le proteste degli agricoltori stanno suscitando un crescente interesse e preoccupazione, anche in Italia. Il governo italiano è chiamato a rispondere alle richieste degli agricoltori e a trovare soluzioni che possano garantire la sostenibilità del settore agricolo italiano.

 

Trattori in protesta in tutta Italia: le principali azioni degli agricoltori

A Orte, in provincia di Viterbo, la protesta degli agricoltori è stata la più numerosa e efficace: circa cento trattori hanno bloccato la rotonda che porta all’autostrada A1, creando problemi al traffico: il casello è rimasto inaccessibile per due ore. A Pescara, invece, cento trattori hanno fatto una semplice sfilata sul lungomare, senza creare particolari inconvenienti.

 

Altre proteste meno affollate si sono svolte in Sicilia a Enna, in Molise a Campobasso, su una strada statale in Calabria e a Venezia, dove una trentina di trattori hanno occupato per poco tempo un parcheggio vicino alla stazione di Porto Marghera. In precedenza, si erano viste proteste simili anche in Umbria, vicino a Perugia. Domenica, infine, alcune strade in Piemonte sono state bloccate, ma senza gravi conseguenze.

 

Proteste degli agricoltori in Europa: il Green Deal nel mirino

Le recenti proteste degli agricoltori, sebbene amplificate nelle ultime settimane, non sono un fenomeno nuovo. Nei mesi precedenti, si sono verificate in diverse occasioni in vari paesi europei, tra cui Spagna, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito e Serbia, oltre alla già citata Francia e Germania. La ragione alla base di tali proteste, che coinvolgono diversi paesi, è principalmente il Green Deal europeo. Si tratta di una serie di misure volte a rendere più sostenibile e meno dannosa per l’ambiente la produzione di energia e lo stile di vita dei cittadini europei, misure che sono state in gran parte approvate.

 

Il Green Deal per un sistema alimentare sostenibile

Il Green Deal europeo pone i sistemi alimentari sostenibili al centro della sua strategia, riconoscendo il legame fondamentale tra persone sane, società sane e un pianeta sano. Questa iniziativa dell’Ue mira a stimolare l’economia, migliorare la salute e la qualità della vita dei cittadini, e preservare l’ambiente.

 

Il sistema agricolo e alimentare europeo, già considerato uno standard globale per sicurezza, approvvigionamento, nutrizione e qualità, è chiamato ora a diventare il punto di riferimento mondiale anche per la sostenibilità. La transizione verso un sistema alimentare sostenibile, garantendo al contempo la disponibilità di prodotti a prezzi accessibili, porta con sé benefici ambientali, sanitari e sociali, oltre a favorire una distribuzione più equa dei vantaggi economici.

 

Per supportare questo obiettivo, a luglio 2023 la Commissione europea ha adottato un pacchetto di misure per l’uso sostenibile delle principali risorse naturali. Questo pacchetto include nuove regolamentazioni sul monitoraggio dei suoli per promuovere la salute del suolo entro il 2050, regolamenti sulle piante prodotte mediante tecniche genomiche e misure per ridurre i rifiuti alimentari e tessili. Tali iniziative, inserite nel pilastro “Risorse naturali” del Green Deal, mirano a rafforzare la resilienza del settore agroalimentare europeo.

 

Gli ambiziosi obiettivi dell’Ue includono garantire la sicurezza alimentare in risposta alle incertezze geopolitiche, ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità, ridurre l’impronta ambientale e climatica del sistema alimentare dell’UE, rafforzare la sua resilienza e guidare la transizione globale verso una sostenibilità competitiva, dall’agricoltore al consumatore.

 

Green Deal: obiettivi ambiziosi, ma costi elevati per gli agricoltori

Il Green Deal europeo impone agli Stati membri dell’Unione Europea di ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030 e di azzerarle completamente entro il 2050. Tuttavia, per raggiungere tali obiettivi, sono necessarie diverse misure a livello europeo e nazionale, con significativi impatti sulla vita degli agricoltori europei. Una delle sfide più rilevanti è la necessità di riconvertire il 25% dei terreni coltivati all’agricoltura biologica entro il 2030. Inoltre, è oggetto di dibattito una proposta volta a ridurre drasticamente l’uso di pesticidi, introducendo ulteriori cambiamenti nel panorama agricolo.

 

In Germania la scintilla della rivolta

Il tumulto tra gli agricoltori ha avuto inizio in Germania a metà dicembre, quando il governo tedesco ha annunciato l’aumento delle tasse e la riduzione dei sussidi agricoli, inclusa l’eliminazione dei privilegi fiscali cruciali. L’originario intento di attuare queste riforme in modo diretto è stato poi modificato dopo le prime rivolte, optando per un approccio graduale nell’arco di diversi anni per consentire alle aziende di adattarsi.

 

Diffusione della protesta: Francia, Spagna, Belgio, Olanda e Italia Coinvolte

Le ragioni delle proteste degli agricoltori in Germania, legate a riforme ambientali e aumenti dei costi, si sono rapidamente diffuse ad altri paesi europei. La protesta ha coinvolto Francia, Spagna, Belgio, Olanda e Italia. Il 2023 è stato un anno impegnativo per l’agricoltura europea, con sfide ambientali, come alluvioni e siccità, e un impegno verso politiche più sostenibili a livello ambientale, seguendo le linee guida del Green Deal dell’UE.

 

Blocchi in Francia: rivendicazioni e scontri

Il 23 gennaio, la protesta si è intensificata in Francia, con gli agricoltori che hanno organizzato blocchi stradali in tutto il paese, dopo un inconcludente incontro con il governo. Le richieste includono la revoca di nuovi divieti sui pesticidi, la stabilità dei prezzi del gasolio per i trattori, l’applicazione completa delle leggi che garantiscono pagamenti più elevati agli agricoltori da parte dell’industria, e risarcimenti più rapidi per i disastri naturali.

 

Mobilitazione in Belgio: azioni di ostruzione e rivendicazioni

In Belgio, la collera degli agricoltori non si placa. Dopo le mobilitazioni ai confini con Francia, Lussemburgo e Germania, un gruppo di agricoltori ha bloccato le rotatorie di accesso all’autostrada E42. Le richieste includono semplificazioni amministrative, una legislazione più completa e entrate migliori. Ulteriori azioni sono previste, con una protesta a Bruxelles il primo febbraio durante il Consiglio europeo straordinario.

 

Proteste in altri Paesi: Polonia, Romania, Grecia

Le proteste agricole si estendono in Polonia, con blocchi stradali contro l’importazione di prodotti agricoli ucraini, e in Romania, dove sono in corso manifestazioni da due settimane. Anche in Grecia, gli agricoltori sono preoccupati per l’attuazione della nuova Politica Agricola Comune (PAC), manifestando nel nord del paese per preservare la sostenibilità della produzione agricola e zootecnica. La situazione è tesa, con agricoltori che esprimono preoccupazioni sulle riduzioni delle entrate derivanti dai loro prodotti.

 

Ucraina verso l’Ue: le paure degli agricoltori europei

L’Ucraina ha avviato il processo di adesione all’Unione Europea, con il sostegno della Germania, che ha promesso di aiutare il Paese a superare la crisi economica e politica. Tuttavia, questa mossa ha suscitato l’allarme tra gli agricoltori europei, che temono di perdere i benefici e i sussidi che ricevono dalla Politica agricola comune (PAC). L’Ucraina è infatti una delle maggiori potenze agricole del mondo, con grandi aziende che producono cereali, olio, carne e latte. Se l’Ucraina entrasse nell’Ue, la PAC dovrebbe essere riformata per includere il nuovo membro, e il commissario europeo per l’Agricoltura, Janusz Wojciechowski, ha già suggerito di introdurre un limite massimo alle sovvenzioni. Gli agricoltori europei si sentono minacciati da questa prospettiva, e chiedono maggiori tutele e garanzie per il loro settore.

 

La contestazione al Green Deal

Le manifestazioni di protesta degli agricoltori in Germania e Francia, ora riflesse anche in Italia, come abbiamo visto, sono ampiamente attribuite alle Strategie del Green Deal europeo. Tuttavia, secondo la coalizione #CambiamoAgricoltura, la vera radice della crisi nell’agricoltura europea risiede nella dipendenza dalle fonti fossili e in un sistema agro-alimentare disfunzionale, sostenuto unicamente dai sussidi dell’Unione Europea.

 

Sabotaggio delle strategie del Green Deal: decisioni contrarie alle politiche ambientali

Le strategie del Green Deal, come la Strategia Farm to Fork e la Strategia Biodiversità 2030, sono accusate dalla coalizione di essere state sabotate dalle recenti decisioni delle istituzioni europee. Il voto contrario del Parlamento europeo su regolamenti chiave, come il Regolamento SUR per la riduzione dell’uso dei pesticidi, ha ridotto gli obiettivi del Green Deal a mere dichiarazioni di principio senza attuazione concreta nell’agricoltura e nella zootecnia.

 

Distanza tra obiettivi e realizzazione: lobby delle corporazioni agroindustriali

La coalizione #CambiamoAgricoltura denuncia che le azioni di lobby delle potenti corporazioni agricole e dell’agro-industria hanno notevolmente ridimensionato le ambizioni delle Strategie del Green Deal, favorendo gli interessi delle grandi aziende a scapito dell’ambiente, della salute e degli interessi pubblici.

 

Proteste e critiche in Italia: deroghe contestate e sussidi ambientalmente dannosi

Le proteste degli agricoltori in Italia, in particolare contro l’eliminazione delle agevolazioni per il gasolio, vengono strumentalizzate per contestare gli obblighi ambientali previsti dalla nuova condizionalità della PAC. La coalizione #CambiamoAgricoltura rileva l’incoerenza di ciò, considerando che l’80% dei fondi della PAC va alle grandi aziende agricole, favorendo l’agricoltura intensiva e l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi chimici di sintesi.

 

Crisi strutturale e cause vere: dipendenza da fonti fossili e speculazioni finanziarie

La vera causa della crisi nel settore primario europeo è identificata dalle associazioni come la dipendenza da risorse fossili, la volatilità dei prezzi alla produzione e le speculazioni finanziarie. L’aumento dei costi di produzione, derivante dall’aumento dei costi energetici, fertilizzanti e pesticidi chimici, ha colpito gli agricoltori, mentre l’agroindustria e la grande distribuzione hanno protetto meglio i loro risultati economici.

 

Soluzioni e necessità di cambiamento: la transizione ecologica e l’investimento nel biologico

La coalizione #CambiamoAgricoltura sostiene che la soluzione non può essere la cancellazione delle norme ambientali, ma piuttosto la promozione della transizione ecologica e la liberazione del sistema primario dalla dipendenza delle risorse fossili. Le Strategie UE Farm to Fork e Biodiversità 2030, che prevedono la crescita dell’agricoltura biologica, sono indicate come una parziale soluzione. L’Italia, con il suo Piano Strategico della PAC 2023-2027 e il recente Piano di Azione nazionale per il biologico, sembra intraprendere passi nella giusta direzione.

 

di Matteo Paolini

 

Fonte https://quifinanza.it/green/italia-protesta-trattori/789791/

Siccità in Spagna, nel bacino di Sau non c’è più acqua: le drammatiche immagini dal drone

Sono immagini drammatiche quelle girate con un drone mercoledì 31 gennaio sopra il bacino di Sau, la riserva idrica a circa 90 chilometri a nord di Barcellona che è ormai ridotta ai minimi termini. Martedì, la diga era al 4,25 per cento della capacità, rispetto al 63,39 per cento della stessa settimana di 10 anni fa. 

 

La penuria d'acqua ha fatto riemergere le rovine della chiesa e degli edifici di Sant Romà de Sau. La Catalogna ha dichiarato lo stato di emergenza in una vasta zona che include Barcellona e la sua area metropolitana e il sud della provincia di Girona.

 

Si tratta di un'area con 202 comuni e 5,9 milioni di residenti. Lo stato di emergenza comporterà l'introduzione di severe restrizioni idriche. La decisione è stata annunciata dal governatore catalano Pere Aragonès ed è dovuta al calo complessivo delle riserve del sistema Ter-Llobregat, che si trova al di sotto del 16 per cento della capacità.

 

Le misure entreranno in vigore da venerdì 2 febbraio e comporteranno un consumo massimo di 200 litri per abitante al giorno. Riguarderanno famiglie, agricoltura, industria e attività ricreative e comporteranno il divieto di lavare le auto e riempire le piscine vuote.

 

"Questa è la peggiore siccità mai registrata", ha detto Aragonès in conferenza stampa, sottolineando che mai se n'è avuta in Catalogna una "tanto lunga e di tale intensità". 

 

"La crisi climatica ci sta mettendo alla prova come è successo durante la pandemia", ha concluso.

 

Uno studio del 2022 ha dimostrato che la penisola iberica non è mai stata così arida negli ultimi 1.200 anni. Una situazione limite che sta costringendo i funzionari catalani a prendere in considerazione la possibilità di portare l'acqua a Barcellona via nave, una misura adottata nel 2008 quando i livelli dei bacini idrici erano vicini al 20% e gli impianti di desalinizzazione erano meno attivi. Il governo locale vuole che i residenti riducano il consumo di acqua del 5% e gli agricoltori fino all'80%.

 

Fonte https://www.rainews.it/video/2024/02/siccita-in-spagna-nel-bacino-di-sau-non-ce-piu-acqua-le-drammatiche-immagini-dal-drone-5ece42d6-35fc-4f2c-96ab-b7aea6ce20c5.html

Cala la produzione da nucleare in Ue, dalle rinnovabili arriva il doppio dell’elettricità

L’ufficio statistico dell’Unione europea ha aggiornato i dati relativi alla produzione di energia nucleare, stimando che nel 2022 siano stati generati negli Stati membri 609.255 GWh di elettricità da questa fonte, il dato più basso a partire dal 1990.

 

La produzione di elettricità da nucleare ha infatti registrato un calo del -16,7% rispetto al 2021 (e del -24,7% dal 2013), motivata da Eurostat principalmente con la manutenzione dei reattori in Francia – Paese che da solo produce quasi la metà dell’energia nucleare europea – oltre che dalla chiusura di tre reattori in Germania e di uno in Belgio.

 

A fine 2022 erano 103 i reattori nucleari attivi in Ue, diffusi in 13 Stati membri: complessivamente hanno fornito oltre un quinto delle produzione europea di energia elettrica.

 

Al contempo, sempre per il 2022 Eurostat documenta la robusta crescita delle fonti rinnovabili, che sono arrivate a coprire il 23% dei consumi finali lordi di energia (fermandosi al 19% nel caso italiano) e il 41,2% della domanda elettrica (+3,7%), nonostante la siccità che ha fortemente penalizzato la produzione da fonte idroelettrica.

 

Complessivamente, nel 2022 l’Ue ha prodotto 2.641 TWh di energia elettrica: il 39,4% da fonti rinnovabili, il 38,6% da combustibili fossili e il 21,9% dall’energia nucleare.

 

Dalle fonti rinnovabili è arrivata dunque circa il doppio dell’elettricità rispetto all’energia prodotta dal nucleare. Una differenza che si farà sempre più marcata nel corso dei prossimi anni, contando che la direttiva Red III impone di coprire almeno il 42,5% dei consumi finali lordi di energia con rinnovabili entro il 2030.

 

Non solo: il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) indica chiaramente nelle rinnovabili le tecnologie più efficienti sotto il profilo dei costi per contenere le emissioni di CO2, mentre l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) documenta che le rinnovabili continueranno ad essere più convenienti rispetto al nucleare – guardando sia ai costi di produzione sia a quelli di sistema – al 2030 come anche nel 2050.

 

Fonte https://greenreport.it/diventa-partner/