Nuovo sbiancamento massiccio della barriera corallina australiana

Il più grande nemico della barriera corallina australiana è tornato. La grande formazione che si trova di fronte alle coste nord orientali del continente ha subito il terzo massiccio sbiancamento in cinque anni, dopo quelli del 2016 e del 2017. Ne dà notizia l'Agenzia responsabile del Parco Marino della Grande Barriera Corallina (GBRMPA) in un comunicato, nel quale spiega di aver rilevato un fenomeno molto accentuato che verrà monitorato nelle prossime settimane.

 

Causa dello sbiancamento le temperature eccessive

Lo sbiancamento, spiega l’Agenzia, è stato osservato dai ricercatori del Centro di eccellenza per gli studi della barriera corallina della James Cook University, che stanno conducendo dei sorvoli su tutta l'area per valutare il fenomeno. Lo studio, che verrà portato a termine nelle prossime settimane, ha già evidenziato che si è verificato un esteso sbiancamento sia nelle aree più vicine alla costa della Barriera al nord, che al sud. Quest’ultima zona era rimasta incolume dai precedenti episodi di sbiancamento. La causa di questo fenomeno, spiega il GBRMPA, è dovuto alle temperature elevate che si sono registrate nel continente nel mese di febbraio, che hanno inevitabilmente avuto un effetto anche sulle acque marine.

 

Il fenomeno dello sbiancamento

Il fenomeno dello sbiancamento si verifica quando, per effetto delle acque più calde, i coralli espellono le alghe che vivono nei loro tessuti e donano loro il caratteristico colore (zooxanthellae). Questo evento rende le formazioni estremamente fragili. Nel 2016, il 93% dei coralli della grande barriera corallina è stato soggetto a sbiancamento, e il 22% è poi morto. Alcune aree sono state colpite in modo severo dallo sbiancamento e hanno visto la morte di gran parte dei coralli presenti, con numeri che si aggirano tra il 50 e il 90% a seconda della zona.

 

Greenpeace: "promuovere la riduzione delle emissioni"

Se le temperature non tornano alla normalità entro le 6-8 settimane, avverte l’Agenzia, gran parte dei coralli morirà. Per questa ragione Greenpeace Australia chiede al governo federale, nel momento in cui vengono prese misure di stimolo all'economia per far fronte all’emergenza coronavirus, di non sostenere l'industria del carbone e promuovere la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. "I cambiamenti climatici – spiega Giorgia Monti, campagna Mare di Greenpeace Italia - stanno minacciando questo ecosistema unico, mettendo a rischio le comunità locali e gli operatori turistici che dipendono dalla conservazione della barriera corallina, ancora di più in questo momento in cui il covid-19 mette a rischio il loro lavoro". Per evitare la distruzione di questo tesoro è necessario quindi, secondo Monti, "dimezzare le emissioni di gas serra e tutelare le zone più sensibili dei nostri mari è l'unico modo di evitare che ecosistemi così preziosi scompaiano con gravi conseguenze anche per l'uomo".

 

Fonte: https://tg24.sky.it/ambiente/2020/03/26/sbiancamento-barriera-corallina-australia.html

Gravi danni da neve e ghiaccio: Puglia e Campania settentrionale tra le più colpite

L’agricoltura del Mezzogiorno d’Italia subisce ora le ire del maltempo: la pur tanto attesa pioggia, giunta invece troppo copiosa, devasta le campagne in Sicilia con allagamenti, mentre nella notte scorsa le unghie affilate del gelo si sono portate vie il lavoro di mesi nei frutteti e negli orti di Puglia e Campania e nelle vigne della Sardegna.

 

Ma questa ondata di freddo e maltempo improvviso sferra un attacco in profondità ad un settore già pesantemente colpito dalla crisi da Covid-19. Sin dalle prime ore del mattino di ieri AgroNotizie ha iniziato ad analizzare le informazioni provenienti dalle province rurali del Sud ed il segnale pervenuto è inequivocabile: la saldatura tra emergenze diverse, che purtroppo spingono nella stessa direzione, rendono necessaria un’azione tempestiva e decisa, per mettere in condizioni di sicurezza il settore agricolo nei suoi gangli produttivi vitali. Intanto, nel corso della giornata, l'innalzarsi delle temperature accompagnato dall'arrivo delle piogge ha forse parzialmente attutito i danni nelle zone colpite da gelo e neve fuori stagione.

 

Campania, il gelo colpisce in profondità

In Campania la provincia più colpita è Caserta, con l’ortofrutta finita sotto ghiaccio, ma si segnalano i primi danni anche nel beneventano su olivo e nel napoletano nei frutteti della zona affacciata sul Tirreno a confine con la Terra di Lavoro e che corre verso nord-ovest lungo il reticolo dei Regi Lagni fino a Nola: tra i campi più fertili e con la più versatile tessitura del piano campano.

“ll crollo delle temperature in queste ore sta causando danni agli ortaggi nei campi e agli alberi già in fiore. L'agricoltura continua a soffrire – comunica Coldiretti Campania sin dal primo mattino – dovendo già fronteggiare la concorrenza di prodotti esteri in tempi drammatici”.

 

“Gelo e neve– continua la Coldiretti – si sono abbattuti su piante e verdure in campo, in particolare nelle aree interne della regione. Una situazione di difficoltà a macchia di leopardo, su cui sono in corso verifiche per quantificare l’entità dei danni.”

 

Secondo quanto trapelato da Confagricoltura, una conta dei danni è necessaria a partire anche dalla provincia di Napoli, perché sono “in Agro di Marigliano - Nola – Acerra ( ortaggi e patate ) e Giugliano in Campania ( colture frutticole)”. Secondo l’organizzazione agricola in provincia di Caserta sono particolarmente colpiti "i comuni di Alvignano (drupacee), Galluccio (viti da vino), Sessa Aurunca (drupacee, ortaggi e patate). Mentre sin dalla notte tra 24 e 25 marzo si sarebbero avuti danni in frutteto "a Teano e Riardo. E danni si contano anche in provincia di Benevento su olivo, a causa del gelo su piante in potatura e oltre il 30%". In via informale giungono notizie di danni severi anche alle produzioni ortofrutticole della provincia di Avellino.

 

“Abbiamo danni da gelo nell’alto casertano sugli alberi da frutto che erano in fioritura: pesche e mele annurche in particolare. Mentre nell’agro di Aversa e verso Mondragone e Sparanise la gelata ha colpito le ortive in pieno campo con danni rilevanti sulle primizie, mentre sotto serra per adesso siamo al 15 – 20% – dice Salvatore Ciardiello, presidente di Copagri Caserta ad AgroNotizie, e sottolinea - sulle pesche si va dal 60 al 70% mentre sugli ortaggi il danno è tra il 50 ed il 60%, dipende poi dalle zone”.

 

Per Ciardello i danni peggiori per il gelo li ha avuti chi aveva iniziato ad irrigare, vista anche la siccità: “Sono state trovate le piante ricoperte di ghiaccioli, pensi che a Vairano la temperatura è scesa ben 4 gradi sotto le zero.” Mentre il vento, nelle zone più esposte, ha invece evitato il peggio, consentendo alle piante di rimanere almeno parzialmente libere dalla coltre di ghiaccio.

 

A causa della particolare gravità della situazione venutasi a creare in Campania per la saldatura tra la crisi indotta dal Covid-19 e le gelate, Cia Campania ha scritto una lettera al presidente e assessore all’Agricoltura della Regione, Vincenzo De Luca, chiedendo interventi urgenti per la liquidità immediata delle imprese agricole.

 

Puglia, ortaggi e frutta tra neve e gelo

E’ una situazione da stato di calamità in Puglia dove il ciclone sul Mar Ionio continua a richiamare aria molto fredda ed instabile dai Balcani, con gravi danni in campagna per le forti raffiche di vento gelido, le piogge improvvise e torrenziali, il gelo persistente e le nevicate a macchia di leopardo. E’ quando segnala Coldiretti Puglia che a livello territoriale nelle sei province ha inoltrato le istanze di calamità all’assessorato regionale all’Agricoltura, alle Prefetture, alle province e alla presidenza della Regione Puglia.

 

“Stanno andando letteralmente in fumo mesi di lavoro in campagna, con intere coltivazioni di carciofi, asparagi, bietole, finocchi, rape, cicorie e piselli pronte per la raccolta distrutte nei campi con l’improvvisa e violenta ondata di maltempo dopo un inverno bollente. La morsa di gelo, pioggia e neve stanno compromettendo anche gli alberi da frutto che erano già fioriti per le temperature alte della primavera pazza e i vigneti di uva da tavola e da vino. La situazione è molto grave”, denuncia Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia.

 

La scure del gelo e della neve – continua la Coldiretti - si è abbattuta su piante di pesche, albicocche, percoche, susine e mandorli in piena fioritura o con già le gemme gonfie o i frutticini pronti a crescere ma anche sulle viti e sulle verdure in campo. Ma è allarme anche per le api - aggiunge Coldiretti - che sono state ingannate dal caldo e sono uscite dagli alveari. Ora rischiano di subire pesanti perdite.

 

Sardegna, il gelo colpisce vigne e orti

"Una gelata temuta che comporta serie perdite per l’agricoltura perché arrivata non solo a inizio primavera ma dopo un inverno, ed in particolare gennaio e febbraio, molto caldi che hanno anticipato il germogliare delle piante – afferma il presidente di Coldiretti Cagliari Giorgio Demurtas -. Nel nostro territorio, in tutto il sud Sardegna, anche se non possiamo ancora quantificare le perdite, i danni sono ingenti. Alcuni territori si sono salvati, in altri, i più esposti, i germogli delle vigne sono stati bruciati, ma anche asparagi, carciofi e i frutteti. Fra qualche giorno avremo un quadro più chiaro".

Stessa situazione anche nell’oristanese. “Siamo molto preoccupati  - sottolinea il presidente di Coldiretti Oristano Giovanni Murru -, solo tre anni fa la produzione della vernaccia fu azzerata proprio dalle gelate, allora ad aprile. Speriamo che quest’anno sia più clemente perché qui la situazione è già compromessa”.

 

Sicilia, piogge torrenziali nel siracusano

A causa della pioggia incessante arrivata dopo mesi di siccità, nella mattinata di ieri sono esondati i torrenti nell’area tra Rosolini e Noto nella provincia di Siracusa.

“Si temono allagamenti negli agrumeti e nei campi con ortaggi - è l’allarme di Coldiretti Sicilia, che sottolinea come - in particolare in una zona - Cava Granati vecchi - si stanno rinnovando i danni di qualche mese fa, perché i lavori, iniziati, sono ancora in corso. Pesanti problemi alla viabilità interna per raggiungere le aziende agricole riguardano tutta la provincia".

 

di Mimmo Pelagalli

 

Fonte: https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2020/03/27/il-sud-nella-morsa-del-gelo/66321

 

Quale significato diamo alla Natura? Ecco le differenze in oltre 60 lingue nel mondo

Oggi più che mai la crisi climatica e la continua perdita di biodiversità sollevano questioni su quale sia il nostro ruolo nella natura, nell’ambiente in cui viviamo. “L’estate nera” Australiana, con catastrofici incendi per centinaia di migliaia di km2, e l’arrivo di tre epidemie da coronavirus (Sars, Mers, e Covid-19) in meno di vent’anni, sono un campanello d’allarme che chiama a riflettere (e ad agire!) su come ci relazioniamo con l’ambiente.

 

Mentre l’antropologia e le religioni del mondo affrontano queste questioni, nei loro termini e domini d’azione, l’ecologia non ha mai realmente chiarito, applicando i suoi metodi di analisi, quale sia la nostra funzione nella biosfera. Siamo una “specie chiave” dalla quale dipende per gran parte la salute di un ecosistema? Siamo una specie che proporziona habitat per altre specie? Sorprendentemente, conosciamo più riguardo il ruolo di altri esseri viventi animali e vegetali, nei diversi ecosistemi, che non riguardo il nostro.

 

Questo apparente paradosso in realtà è espressione della nostra presenza nella maggior parte della grande varietà di ecosistemi terrestri e marini del pianeta, e nella varietà di azioni e relazioni tra noi e la natura nei diversi contesti culturali ed individuali. L’uomo coltiva la terra in una varietà di forme, dalle più tradizionali alle fortemente meccanizzate; l’uomo trasforma la natura, dipinge la natura, scrive di natura, documenta la natura, venera ed immagina la natura ed ogni individuo lo fa a modo suo. Quale sia il nostro ruolo nell’ecosistema diventa quindi una domanda estremamente complessa da affrontare nelle sue dimensioni multiple, una domanda che forse aveva una risposta più semplice agli inizi della nostra storia evolutiva.

 

Esiste però un registro delle nostre relazioni con la natura che permette di differenziare come diverse culture hanno inteso ed intendono oggi il nostro ruolo nell’ambiente: il linguaggio. Il linguaggio è infatti il nostro mezzo per descrivere e raccontare il mondo che ci circonda, e quindi riflette la nostra prospettiva sulla natura e su quale sia il nostro ruolo in essa.

 

In altre parole il linguaggio gioca un ruolo essenziale nella trasmissione della cultura e nella comprensione dell’ambiente. Attraverso il linguaggio esprimiamo cosa ha valore o cosa suscita la nostra attenzione nel mondo naturale. Attraverso il linguaggio esprimiamo le sensazioni della nostra esperienza della natura, ed il tipo di conoscenza necessaria per trasformarla. Inoltre, il linguaggio come l’ambiente cambia e si adatta nel corso del tempo, registrando come cambia la nostra percezione del mondo. Dal Cantico delle Creature di San Francesco, ai racconti di terre ricche e inabitate (o abitate da “selvaggi”) che hanno legittimato colonizzazioni ed imperialismo, il linguaggio utilizzato per descrivere il mondo riflette come cambiano le nostre relazioni con l’ambiente.

 

Su queste basi un recente studio (qui disponibile in una versione open acces: https://bit.ly/2vK86Xp) di un gruppo di ricercatori da oltre trenta diversi paesi del mondo, coordinato da chi scrive, ha rivelato tre principali coniugazioni del concetto di “natura”, analizzando come la parola “natura” viene usata e tradotta in oltre sessanta lingue diverse, incluse alcune lingue indigene. In particolare, la parola natura assume, oppure esclude, l’uomo come parte di essa, o assume una dimensione spirituale quando è intesa come un dono, o la personificazione di un dio o di una dea o come il risultato della “Creazione”.

 

Oggi, nelle culture occidentali, tendiamo a riferirci alla natura come un elemento vergine, cui le attività umane costituiscono un disturbo, la violazione di un certo ordine o l’alterazione di un certo “funzionamento naturale”. In questo contesto, l’unica forma di sviluppo possibile è alterare e controllare la natura. Di conseguenza, le politiche di conservazione ambientale tendono a promuovere l’isolamento della natura dall’uomo e dalle sue attività, e l’istituzione, ad esempio, di aree protette demarcate in cui la natura è all’interno e noi restiamo fuori e possiamo (quasi) solo osservare. Oppure, quando è l’argomento economico a vincere, ecosistemi “improduttivi” possono essere sacrificati ai nostri bisogni.

 

Accezioni più inclusive del termine “natura” esistono in altre culture e lingue. Ad esempio la parola 里山 (Sato-yama), in Giapponese, si riferisce alla natura come al luogo in cui esistono relazioni mutualmente vantaggiose tra l’uomo e l’ambiente. Altre culture mantengono elementi spirituali nell’idea di natura come la Pachamama, o Madre Terra, dei popoli Quechua e Aymara in America Latina. Questa relazione spirituale è all’origine della grande maggioranza di iniziative che garantiscono diritti legali all’ambiente come espressione di interesse collettivo tra cui, ad esempio, la Dichiarazione universale dei diritti della Madre Terra.

 

In generale, lo studio evidenzia come diverse relazioni tra uomo e natura in diverse culture, rappresentate nel linguaggio, danno origine a diversi approcci alla gestione dell’ambiente e delle attività umane. Spesso queste relazioni o forme di conoscenza sono ignorate, considerate non compatibili con il metodo scientifico o con un set di relazioni definite come normali o consone da una qualche cultura o visione del mondo dominante, largamente accettata.

 

In termini di conservazione e sostenibilità, dovrebbe però far riflettere come alcune culture e forme di vivere lontane dagli standard di sviluppo “occidentali” riescono a coniugare i bisogni dell’uomo e quelli della natura. Ad esempio, quando rispettati, i territori dei popoli indigeni in America come in Australia, ospitano e mantengono una biodiversità più ricca che in molte aree protette precluse alle attività umane. Non sarà che possiamo imparare qualcosa da loro, o da altre culture o forme di vivere dimenticate nel nostro stesso paese, sulla gestione dell’ambiente? La nostra ricerca evidenzia l’importanza di rispettare, comprendere e dare voce alle molteplici prospettive per definire politiche di conservazione efficaci. Il cambiamento climatico così come la perdita di biodiversità sono fenomeni globali. Le soluzioni a questi problemi emergeranno dalla nostra conoscenza collettiva del mondo e dell’ambiente naturale.

 

di Luca Coscieme

 

Fonte: http://www.greenreport.it/leditoriale/quale-significato-diamo-alla-natura-ecco-le-differenze-in-oltre-60-lingue-nel-mondo/

Coronavirus: calano le emissioni di gas serra, ma non durerà a lungo

Nel 2020 ci saranno meno emissioni di gas serra anche in Italia per via del coronavirus, ma questo calo potrebbe essere solo di breve termine perché manca un processo di decarbonizzazione strutturale. E' la conclusione del rapporto "10 key trend sul clima - i dati 2019 in anteprima per l'Italia" realizzato da Italy for Climate, l'iniziativa della Fondazione per lo sviluppo sostenibile che sta raccogliendo adesioni da alcune imprese particolarmente sensibili al tema dei cambiamenti climatici, tra cui figurano Erg, Ing, e2i, Conou, illy, Davines. Ma il rapporto racconta anche "questo calo potrebbe essere solo di breve termine", con "la pandemia" che "mette a nudo la fragilità delle nostre economie di fronte alle crisi globali".

 

L'attuale emergenza sanitaria sta avendo "impatti rilevanti sui trasporti, sui consumi e sulle attività produttive di tutti i Paesi colpiti, Italia inclusa, e questo si dovrebbe tradurre in una riduzione delle emissioni di gas serra, in primo luogo di CO2". Ma "senza un processo di decarbonizzazione strutturale" le emissioni torneranno a crescere. Inoltre viene spiegato che "il 2019 è stato per l'Italia un anno con più ombre che luci sul fronte del clima": viene confermato "un aumento delle temperature più alto che nel resto del mondo, gli eventi estremi connessi ai cambiamenti climatici sono stati oltre 1.600 (erano meno di 150 poco più di 10 anni fa), le emissioni di gas serra si sono ridotte di meno dell'1% rispetto all'anno precedente", e abbiamo "perso la storica leadership sulle fonti rinnovabili per la generazione elettrica in favore della Germania".

 

Alcuni "segnali incoraggianti" arrivano "dalla riduzione dei costi delle rinnovabili elettriche" e dalla discesa della produzione di energia elettrica da carbone, passata "dai 49 miliardi di kWh del 2012 a circa 20 stimati nel 2019". La crisi globale per il coronavirus, spiega Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, "fa riflettere anche su altre possibili crisi potenzialmente globali" come per il clima.

 

Quello che è avvenuto in Cina, cioè la riduzione delle emissioni di circa un quarto in queste settimane, potrebbe ripetersi anche in Italia: ma, avverte Ronchi, "i dati aggiornati fino al dicembre del 2019 ci mostrano emissioni praticamente stazionarie da circa sei anni. Questo significa che non è in corso un reale processo di riduzione. La storia ci insegna che dopo una crisi economica grave e un calo significativo delle emissioni queste potrebbero tornare a crescere come e forse anche più di prima".

 

La dimostrazione arriverebbe dai dati dell'ultima grande crisi finanziaria: "Nel 2009 un calo del Pil globale di circa l'1,7% si è tradotto in un calo delle emissioni dell'1,2% - conclude - ma l'anno successivo con un Pil a più 4,3% le emissioni sono rimbalzate a più 5,8%".

 

Fonte: https://www.repubblica.it/ambiente/2020/03/24/news/coronavirus_calano_le_emissioni_di_gas_serra_ma_durera_poco-252209401/

Coronavirus e attività umane, Unep: “La pandemia è un avvertimento della natura”

La pandemia da Covid-19 è in corso, e secondo Inger Andersen, direttore esecutivo del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) “La natura ci sta mandando un chiaro messaggio con la pandemia e la crisi climatica”. Della stessa opinione, come si legge nell’articolo di Damian Carrington del Guardian, è anche una gran parte della comunità scientifica internazionale, che sostiene che nella maggior parte dei casi è stato il nostro comportamento a permettere alle malattie degli animali di arrivare fino a noi.

 

Una volta allontanata l’emergenza del virus, sostengono gli scienziati, dovremo riorganizzarci con delle misure efficaci contro il riscaldamento globale, oltre che con una gestione più sostenibile dell’agricoltura, dell’estrazione mineraria e dell’edilizia, tutti settori in cui la fauna selvatica viene costretta al contatto con noi umani.  “La nostra continua erosione degli spazi naturali – prosegue Andersen – ci ha portato troppo vicino agli animali e alle piante, ospiti di malattie che possono trasmettersi anche a noi: il 75% di tutte le malattie infettive emergenti, infatti, proviene dalla fauna selvatica”. Bisogna mettere un freno ai mercati di animali vivi, caratteristici dell’Asia, e al commercio illegale di animali selvatici, un business fiorente e internazionale. Questi rappresentano la condizione ideale per la trasmissione dei patogeni.

 

Guardando solo gli ultimi mesi, ci sono tanti eventi che dimostrano l’impatto devastante che le nostre attività hanno sul mondo naturale: gli incendi australiani, i record di caldo e la recente invasione di locuste in Kenya, la peggiore degli ultimi 70 anni.

“Ci sono troppe pressioni sui nostri sistemi naturali – aggiunge – Siamo intimamente interconnessi con la natura, che ci piaccia o no. Se non ci prendiamo cura della natura, non possiamo prenderci cura di noi stessi. Tra non molto ci saranno 10 miliardi di persone sul pianeta, la natura deve essere il nostro più grande alleato”.

 

L’Ebola, l’influenza aviaria, la sindrome respiratoria del Medio Oriente (Mers), la febbre della Rift Valley, la sindrome respiratoria acuta improvvisa (Sars), il virus del Nilo occidentale e il virus Zika sono tutte malattie trasmesse all’uomo dagli animali.

“Era stato già previsto che ci sarebbe stata un’altra emergenza virale che avrebbe minacciato la salute pubblica”, dichiara Andrew Cunningham, della Zoological Society of London. Uno studio del 2007 sull’epidemia di Sars del 2002-03, infatti, riportava testualmente: “La presenza di un grande serbatoio di virus simili a Sars-CoV nei pipistrelli a ferro di cavallo, insieme alla cultura di mangiare mammiferi esotici nella Cina meridionale, è una bomba a orologeria”. E al mercato di Wuhan, dove si crede sia nata la pandemia da Coronavirus, si vendono animali selvatici vivi, dai mammiferi quadrupedi ai frutti di mare.

 

“Gli animali sono trasportati per lunghe distanze e poi stipati insieme nelle gabbie. Sono stressati e deboli, a volte pieni di infezioni. Vengono macellati sul posto, e i fluidi corporei arrivano a stretto contatto con gli esseri umani” spiega Cunningham. “Questi mercati in genere sono anche molto affollati, e diventano così un “bacino ideale” per l’insorgenza della malattia. Uno scenario perfetto per massimizzare le possibilità di diffusione”.

 

Per ora la Cina ha vietato i mercati di questo genere, e sarebbe auspicabile che il nuovo regolamento diventasse permanente, nonché valido a livello globale. Anche in altre parti del mondo ci sono mercati umidi nello stile di Wuhan, per esempio in Africa subsahariana e in molti altri paesi asiatici. A questo si aggiunge anche la nostra facilità di viaggiare in diverse parti del mondo in così poco tempo, che è un altro dei fattori che rende il Covid-19 la malattia della globalizzazione. Gli scienziati sono concordi nel dire che la distruzione dei luoghi naturali, operata dall’uomo, spinge la fauna selvatica a vivere troppo vicino ai centri abitati. Altro fattore da non dimenticare è il cambiamento climatico, che costringe gli animali a spostarsi, insieme con i loro patogeni.

 

Sono già varie le epidemie nate per le stesse ragioni (Covid19, Sars, Mers, Hiv) e non ne abbiamo mai considerato la diffusione come un avvertimento. La terribile pandemia del Coronavirus è la nostra opportunità per capire il messaggio che la natura vuole mandarci, senza pensare più solo agli affari.

 

Fonte: https://www.lanuovaecologia.it/coronavirus-impatto-antropico-pandemia-avvertimento-natura/

Giornata mondiale del riciclo, 5 idee per renderlo creativo

L'emergenza coronavirus ha costretto la maggior parte della popolazione mondiale a rimanere a casa. Ciò comporta un aumento della produzione dei rifiuti da differenziare per poter permettere alle materie prime di tornare a nuova vita. Il 18 marzo in tutto il mondo si celebra la Giornata mondiale del riciclo. In questa occasione è possibile sfruttare queste cinque facili idee per poter rendere il recupero dei rifiuti un gesto creativo.

 

Pancotto

Iniziamo dalla dispensa. L'invito a restare in casa dà la possibilità di ispezionare le cucine alla ricerca di alimenti scaduti, da buttare nella raccolta dell'umido. Il pane vecchio però può ancora servire come alimento, grazie a una delle ricette di recupero di origini contadine più famosa d'Italia: il pancotto. In questo caso basterà cuocere insieme il pane, delle verdure, legumi. Per renderlo più goloso si può aggiungere un po' di pancetta.

 

Saponette

Le saponette vengono spesso lasciate a metà nella doccia o nel portasapone, in attesa di trovare il coraggio di buttarle. Le si può trasformare in un detergente spray in modo semplice e veloce. Basta sciogliere i pezzi di sapone ridotti a scaglie in un litro di acqua bollente (ne bastano 100 grammi). Dopo aver fatto raffreddare la miscela, aggiungere un cucchiaio di succo di limone e versare il tutto in un contenitore spray.

 

Barattoli di latta

Se si stanno consumando prevalentemente cibi in scatola, i barattoli di latta rappresentano un potenziale rifiuto da salvare e riutilizzare. Adeguatamente decorati, possono diventare vasi per piccoli fiori o bellissimi portapenne. Decorati, fissati su un asse di legno e inchiodati a una parete, possono fungere da eleganti portasciugamani da bagno. Infine, possono essere trasformati in pratici portacandele.

 

Bottiglie di plastica

Sono tra i rifiuti più imponenti, anche in un momento di maggiore attenzione al consumo di plastica. Riutilizzare le bottiglie d'acqua vuote senza gettarle è possibile. Possono essere trasformate in vasi per piccole piante, in porta posate, persino in un porta riviste. Per quest'ultima creazione, basta tagliare le bottiglie un po' più sotto del collo e fissarle a una staffa di metallo che andrete a incollare al muro. In ognuno dei tubi di plastica ricavati, si potrà inserire una rivista.

 

Pneumatici

Non solo carta e plastica: è possibile riciclare in modo creativo anche gli pneumatici. Secondo automobile.it, dai vecchi copertoni è possibile creare fioriere e vasi pensili, ideali per accogliere le nuove piantine primaverili. Per prima cosa bisogna accuratamente lavare lo pneumatico con del bicarbonato di sodio. Poi bisogna scegliere il luogo in cui posizionarli. Questa scelta condizionerà anche il colore da scegliere, per ridipingere il copertone. Alla ruota va poi applicata una base di compensato trattato con antimuffa, dello stesso diametro, che va incollato con un trattamento come il mastice o il silicone o ancora nei casi più estremi con delle viti. Per realizzare vasi pensili da pneumatici, basterà agganciarli a una catena o a un forte sostegno e creare dei buchi sulla parte bassa dello pneumatico.

 

Fonte: https://tg24.sky.it/ambiente/2020/03/18/giornata-riciclo-creativo.html