Greta Thunberg, sit-in davanti alla Casa Bianca: simulata un'estinzione di massa

Greta è arrivata negli Usa il 28 agosto scorso, a bordo di uno yacht a pannelli solari, il Malizia II, messo a disposizione da Pierre Casiraghi, figlio della principessa Carolina di Monaco, L'attivista 16enne ha partecipato a una manifestazione di giovani a difesa del clima, a Washington. La ragazza ha cantato cori e ha simulato, insieme ai suoi coetanei, di morire a causa del cambiamento climatico.

La performance è durata 11 minuti, per ricordare gli anni che restano per limitare massicciamente le emissioni che danneggiano il clima.

Nel giorno della protesta, il presidente americano Donald Trump ha deciso di smantellare un altro tassello della politica ambientale di Obama, revocando una norma che limita l'inquinamento chimico vicino a ruscelli e specchi d'acqua.

Inoltre il presidente ha dato inizio alla costruzione di una sezione del muro con il Messico nell'Organ Pipe Cactus national monument, nell'Arizona meridionale: una riserva riconosciuta dall'Unesco e una delle aeree Usa più biologicamente diverse.

Molti gli slogan sugli striscioni dei manifestanti: da 'We are running out of time' (abbiamo poco tempo a disposizione) a 'Make Earth cool again' (Rendi la terra di nuovo bella), parafrasi del motto elettorale di Trump 'Make America Great Again'.

 

FONTE: https://tg24.sky.it/ambiente/photogallery/2019/09/13/greta-thunberg-casa-bianca.html#10

Cambiamenti climatici: servono 1.800 mld per adattarsi e guadagnarne altri 7mila

“Il cambiamento climatico è una delle maggiori minacce per l’umanità, con impatti di vasta portata sulle persone, sull’ambiente e sull’economia. Gli impatti climatici colpiscono tutte le regioni del mondo e attraversano tutti i settori della società. Le persone che hanno fatto il minimo per causare il problema, specialmente quelle che vivono in condizioni di povertà e fragili, sono maggiormente a rischio.”

 

Inizia così la presentazione del report realizzato dalla Global Commission on Adaptation (GCA), la commissione formata da 34 leader mondiali nei settori della politica, dell’economia e della scienza e guidata dall’ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, dall’amministratore delegato della Banca mondiale Kristalina Georgieva e dal co-fondatore di Microsoft Bill Gates.

 

Nello studio, dal titolo Adapt Now. A Global Call for Leadership on Climate Resilience, la GCA sostiene che è un urgente obbligo morale dei paesi più ricchi investire in misure di adattamento ai cambiamenti climatici a beneficio del mondo. I cambiamenti climatici, infatti, aggravano le iniquità esistenti allargando il divario tra le persone ricche e le persone che vivono in condizioni di povertà.

 

Se questo adattamento non dovesse accadere, i rischi ai quali si andrebbe incontro sarebbero davvero spaventosi:

 

Senza adattamento, i cambiamenti climatici potrebbero deprimere la crescita dell’agricoltura globale fino al 30 percento entro il 2050. Ne risentirebbero maggiormente i 500 milioni di piccole aziende agricole in tutto il mondo.

Il numero di persone che potrebbero non disporre di acqua sufficiente, almeno un mese all’anno, salirà da 3,6 miliardi di oggi a oltre 5 miliardi entro il 2050.

L’aumento dei mari e le maggiori mareggiate potrebbero costringere centinaia di milioni di persone nelle città costiere ad abbandonare le proprie case, con un costo totale per le aree urbane costiere di oltre mille miliardi ogni anno entro il 2050.

I cambiamenti climatici potrebbero spingere più di 100 milioni di persone all’interno dei paesi in via di sviluppo al di sotto della soglia di povertà entro il 2030.

Bill Gates ha affermato:

 

“Le persone di tutto il mondo stanno vivendo gli impatti devastanti dei cambiamenti climatici. I più colpiti sono i milioni di piccoli agricoltori e le loro famiglie nei paesi in via di sviluppo, che lottano con la povertà e la fame a causa dei bassi raccolti causati da cambiamenti estremi di temperatura e precipitazioni. Con un maggiore supporto per l’innovazione, possiamo sbloccare nuove opportunità e stimolare il cambiamento in tutto l’ecosistema globale. L’adattamento è una questione urgente che necessita del sostegno di governi e imprese per garantire a coloro che sono maggiormente a rischio l’opportunità di prosperare.“

 

Costi e strategie per adattarsi ai cambiamenti climatici

La ricerca rileva che un investimento di $ 1,8 trilioni a livello globale in cinque aree dal 2020 al 2030 potrebbe generare $ 7,1 trilioni in benefici netti totali.

 

Le cinque aree sulle quali è necessario investire per adattarsi ai cambiamenti climatici sono:

 

Sistemi di allarme: in particolare per le isole e le comunità costiere, i primi avvisi di tempeste, maree molto alte e altri fenomeni meteorologici estremi possono salvare vite umane. Un migliore monitoraggio del tempo e una semplice app per le comunità di pescatori delle Isole Cook, ad esempio, consentono loro di pianificare le uscite in base alle condizioni del mare

Infrastrutture: costruzione di strade, edifici e ponti migliori per adattarsi al cambiamento climatico. Un progetto a New York City ha voluto dipingere i tetti di bianco: una strategia che riflette il calore per raffreddare edifici e quartieri

Miglioramento dell’agricoltura della terraferma: qualcosa di semplice come aiutare gli agricoltori a passare a varietà di colture di caffè più resistenti alla siccità potrebbe proteggere i mezzi di sussistenza e prevenire la fame

Ripristino e protezione delle mangrovie: le foreste di mangrovie subacquee proteggono circa 18 milioni di persone dalle inondazioni costiere, ma vengono spazzate via dallo sviluppo. I progetti di ripristino potrebbero proteggere le comunità vulnerabili dalle tempeste e aumentare la produttività della pesca

Acqua: proteggere le risorse idriche e assicurarsi che l’acqua non venga sprecata sarà vitale in un clima che cambia

Ciascuno di questi investimenti, afferma la Commissione, contribuirebbe a quello che chiamano un “triplo dividendo”: evitare perdite future, generare guadagni economici positivi attraverso l’innovazione e apportare benefici sociali e ambientali. È quel dividendo che il rapporto ha valutato a $ 7,1 trilioni.

 

Tuttavia, lo studio afferma che il più grande ostacolo non sono i soldi, ma la mancanza di una leadership politica che scuote le persone dal loro sonno collettivo. È necessaria una “rivoluzione” nel modo in cui i pericoli del riscaldamento globale vengono compresi, nel modo in cui vengono pianificati gli interventi e individuate le soluzioni finanziate.

 

FONTE: https://forbes.it/2019/09/06/facebook-dating-incontri-online-via-social/

Con le rinnovabili al 2030, per l’Italia benefici economici fino a 23 miliardi

A quanto ammonteranno i benefici economici della transizione energetica verso le fonti rinnovabili in Europa e in Italia in particolare? Quanti posti di lavoro ci saranno in più grazie alle tecnologie pulite nei vari settori industriali? E quali ostacoli andranno superati per sviluppare la green economy?

 

Sono alcune delle domande che si sono posti gli autori dello studio Just E-volution 2030 realizzato da The European House-Ambrosetti in collaborazione con Enel e Fondazione Centro Studi Enel, presentato in questi giorni durante il forum The European House-Ambrosetti che si è svolto a Cernobbio.

 

E le risposte sono arrivate impiegando un nuovo modello econometrico che ha permesso di misurare in dettaglio gli impatti socioeconomici delle diverse tendenze che stanno plasmando il graduale passaggio dai combustibili fossili alle risorse rinnovabili, soprattutto l’elettrificazione dei consumi finali e l’uso di tecnologie smart digitali.

 

Secondo lo studio, si legge in una nota di Enel, la crescita del valore economico del settore elettrico nei diversi scenari esaminati, produrrà un aumento netto della produzione industriale stimabile tra 113 e 145 miliardi di euro per l’Unione Europea, di cui 14-23 miliardi in Italia, 7-8 in Spagna e 2-3 in Romania (i tre paesi analizzati in modo più approfondito nell’ambito della ricerca).

 

Per quanto riguarda tecnologie e servizi digitali, si parla soprattutto di soluzioni basate sull’accumulo elettrico con batterie, gestione “intelligente” dell’energia con sistemi Vehicle-to-Grid (V2G, vedi anche qui), domotica e piattaforme per condividere l’energia autoprodotta; qui il valore economico è stimato in circa 65 miliardi di euro al 2030 in Europa, di cui circa 6 miliardi in Italia.

 

Allo stesso tempo, prosegue la nota, lo studio prevede che la transizione energetica avrà un effetto netto positivo sull’occupazione che potrà vedere fino a 1,4 milioni di nuovi posti di lavoro al 2030 nell’Ue, in particolare fino a 173.000 nel nostro paese.

 

Inoltre, la ricerca fornisce una stima della riduzione dei costi legati all’inquinamento atmosferico: circa tre miliardi di euro al 2030 per l’Unione Europea.

 

L’analisi, chiarisce la nota, parte dall’osservazione del cambiamento che il settore energetico sta attraversando: alla diminuzione dei costi delle diverse tecnologie e alle nuove modalità di produzione, distribuzione e consumo, si aggiungono i nuovi comportamenti virtuosi dei cittadini, sempre più attenti alle tematiche ambientali.

 

La risposta a uno scenario di questo genere, che impone come priorità un’accelerazione del processo di decarbonizzazione, va ricercata, secondo The European House-Ambrosetti, nel vettore elettrico per almeno sette motivi.

 

Eccoli: l’elettricità, se generata da un mix bilanciato con una quota rilevante di rinnovabili, permette di ridurre le emissioni di CO2, rafforza la resilienza e la sicurezza di approvvigionamento del sistema energetico, offre livelli superiori di efficienza energetica, si integra facilmente con la digitalizzazione agevolando una migliore gestione dei consumi, stimola l’innovazione e la sostenibilità degli stili di vita e dei processi industriali, assicurando prodotti migliori, favorisce la crescita di soluzioni in ottica di economia circolare e, infine, riduce l’inquinamento acustico.

 

FONTE: https://www.qualenergia.it/articoli/per-litalia-fino-a-23-miliardi-di-benefici-economici-con-le-rinnovabili-al-2030/

Conte: ci sarà un Green New Deal, stop a concessioni per trivelle

“Siamo determinati a introdurre una normativa che non consenta più il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per l’estrazione degli idrocarburi”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante le dichiarazioni programmatiche alla Camera sulla fiducia al governo.“Nella prospettiva di un’azione riformatrice coraggiosa e innovativa, obiettivo primario del Governo sarà la realizzazione di un Green New Deal, che promuova la rigenerazione urbana, la riconversione energetica verso un progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici”.

 

FONTE: https://www.askanews.it/video/2019/09/09/conte-ci-sar%c3%a0-un-green-new-deal-stop-a-concessioni-per-trivelle-20190909_video_12203793/

Sviluppo sostenibile in Italia: basterebbero investimenti pubblici pari al 2% del Pil

I dati diffusi ieri dall’Istat sulla produzione nazionale confermano il quadro di un’economia nazionale asfittica, in ulteriore calo dello 0,7% rispetto al mese precedente: senza un colpo di reni il rischio concreto è quello di lasciare avvitare l’Italia in una nuova crisi economica, uno scenario cui il nuovo governo giallorosso ha contrapposto – rimanendo per il momento molto sui generis – un Green new deal in grado di promuovere lo sviluppo sostenibile del Paese. In questo scenario il ruolo della mano pubblica è determinante sotto molteplici aspetti, dalle semplificazione burocratica agli stimoli fiscali, ma occorre riconoscere che servono anche investimenti dedicati allo scopo: di quanto si parla? Basterebbe meno del 2% del Pil, come spiegato in questi giorni alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa nel corso del workshop Verso un’economia a zero emissioni di carbonio.

 

«Le stime ci dicono che un investimento pubblico inferiore al 2% del Pil annuo verso una crescita sostenibile permetterebbe di sviluppare nuove tecnologie, creare nuovi posti di lavoro, nuove imprese e portare di l’Italia sulla frontiera tecnologica di nuovi settori di investimento – afferma l’economista della Sant’Anna Andrea Roventini, inizialmente candidato dal M5S al ministero dell’Economia durante il primo Governo Conte – un circuito virtuoso che porterebbe ad una economia a zero emissioni».

 

Non si tratta del resto di una novità: ampliando lo sguardo a livello globale, il Programma Onu per l’ambiente (Unep) già nel 2011 col suo rapporto Towards a green economy riportava cifre molto simili affermando che «un investimento del 2% del Pil mondiale in 10 settori economici chiave potrebbe, da solo, produrre una transizione dal nostro modello economico attuale (inquinante e inefficace) verso una green economy». Una strada che purtroppo i leader mondiali scelsero allora di non seguire.

 

Quali risorse dovrebbe dunque mettere in campo oggi l’Italia se volesse rimediare? Dato che nel 2018 il Pil italiano ai prezzi di mercato è stato pari a 1.753.949 milioni di euro correnti, meno del 2% del Pil significa una cifra attorno ai 35 miliardi di euro annui. Troppi? Secondo le stime diffuse pochi giorni fa dall’Ue basterebbe combattere contro l’evasione dell’Iva – in Italia la più alta d’Europa – per recuperare fino a 33,5 miliardi di euro l’anno. Una cifra che sarebbe utopico pretendere di rimediare nel giro di 12 mesi solo su questo fronte, ma l’introduzione di un fisco verde permetterebbe molte strade alternative.

 

Come già accennato su queste pagine si spazia dalla rimodulazione ecologica dell’Iva a un fisco più verde (con una potenzialità stimata dalla Eea in 25 miliardi di euro/anno per il nostro Paese), passando per la carbon tax (8 miliardi di euro/anno) ai 19,3 miliardi di euro/anno di sussidi ambientalmente dannosi stimati dal ministero dell’Ambiente, fino a ipotizzare 6-9 miliardi di euro l’anno di gettito aggiuntivo se M5S e Pd volessero rispolverare la legalizzazione della cannabis, gli spunti di certo non mancano: occorre però la volontà politica per perseguirli.

 

In particolare appare urgente la rimodulazione dei sussidi finora erogati a sostenere l’impiego di combustibili fossili, pari a 16,8 miliardi di euro. Seguendo l’ipotesi presentata dallo stesso ministero dell’Ambiente si potrebbe ottenere una crescita del Pil italiano fino al +1,60% –  16 volte tanto quella stimata dalla Commissione Ue per il nostro Paese nell’anno in corso – -2,68% di emissioni e +4,2% di occupazione.

 

«Non c’è dubbio che sia tecnicamente possibile realizzare un’economia a zero emissioni di carbonio e che se il mondo lo facesse entro il 2050, il costo in termini di crescita economica e consumi sarebbe minimo – conferma lord Adain Turner, presidente della Energy transitions commission, durante il suo intervento alla Sant’Anna – ma raggiungere questo obiettivo richiederà un grande reindirizzamento degli investimenti dai combustibili fossili a fonti di energia rinnovabile e non avverrà senza politiche pubbliche efficaci, tra cui l’introduzione di tasse sul carbonio, la regolamentazione e il sostegno allo sviluppo tecnologico».

 

di Luca Aterini

 

FONTE: http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/per-lo-sviluppo-sostenibile-dellitalia-basterebbero-investimenti-pubblici-pari-al-2-del-pil/

Giappone, scoperta una nuova specie di dinosauro

Secondo quanto riportato dalla Cnn, il ritrovamento coincide con lo scheletro di dinosauro più grande mai scoperto in Giappone, sotto detriti risalenti a 72 milioni di anni fa. Gli scavi sono stati effettuati a Mukawa. Il primo pezzo a essere classificato è stato una parte della coda, scoperta durante il 2013. I lavori seguenti hanno rivelato uno scheletro quasi completo, appartenente a un nuovo genere e specie di adrosauridi erbivori.

 

Il Kamuysaurus japonicus

Gli scienziati lo hanno rinominato Kamuysaurus japonicus. Il nome deriva da "kamuy", parola Ainu (antica lingua indigena dei popoli che abitavano il nord del Giappone) che significa "divinità". "Japonicus" si riferisce al luogo in cui è stato ritrovato e in cui è morto, il Giappone. Secondo un'analisi del gruppo di ricerca guidato da Yoshitsugu Kobayashi dell'Hokkaido University Museum, lo scheletro è appartenuto a un dinosauro adulto, lungo circa 8 metri e pesante circa 5 tonnellate (a seconda che camminasse su due o su quattro zampe). Il teschio ha rivelato una struttura tale che ha fatto ipotizzare la presenza di un becco, simile a quello delle anatre.

 

In cosa è diverso il Kamuysaurus japonicus

L'analisi condotta dal team ha fatto emergere tre caratteristiche mai condivise con altri dinosauri simili. In primo luogo, questo animale aveva la tacca ossea cranica in una posizione più bassa rispetto alle altre specie. L'osso mascellare aveva un corto raggio d'azione. Infine, differisce anche l'inclinazione anteriore delle spine neurali dalla sesta alla dodicesima vertebra dorsale.

 

Cosa rivela questa scoperta

La scoperta del Kamuysaurus japonicus mette in luce le connessioni tra questa nuova specie e i suoi "vicini", oltre a dirci qualcosa sulla capacità migratoria di questo tipo di dinosauri. Gli antenati di questo esemplare si erano diffusi tra l'Asia e il Nord America. A quel tempo i territori erano connessi attraverso l'Alaska, che gli permetteva di spostarsi agevolmente tra i due continenti. Il ritrovamento vicino a un'area costiera fa presupporre che questo habitat abbia giocato un ruolo importante nella diversificazione degli adrosauridi.

 

FONTE: https://tg24.sky.it/ambiente/2019/09/06/giappone-nuova-specie-dinosauro.html