Scoperto il luogo esatto di origine della nostra specie? Il dibattito resta aperto

Un polveroso strato bianco ricopre l’arido paesaggio del Makgadikgadi pan, una delle più estese saline al mondo, situata nel Botswana. Ma circa 200mila anni fa, quella che oggi appare come una tela bianca era probabilmente una florida zona umida, ricca di acqua e vegetazione. Questo lussureggiante paesaggio situato nel bel mezzo di un arido deserto sudafricano un tempo sarebbe stato un luogo ospitale per i primi esseri umani.

 

Ora, secondo un nuovo studio pubblicato su Nature, che ha suscitato un acceso dibattito, questa oasi, la zona umida dell’Okavango e del Makgadikgadi, non era un luogo qualsiasi in cui i primi uomini vissero: è qui che si fanno risalire le origini degli esseri umani moderni. I ricercatori hanno studiato il DNA mitocondriale - vale a dire il materiale genetico immagazzinato nei mitocondri all’interno delle cellule, che si trasmette di madre in figlio - degli attuali abitanti dell’Africa meridionale. Gli studiosi hanno poi stratificato i dati genetici analizzando il clima del passato e la linguistica moderna, oltre a osservare le differenze culturali e geografiche delle popolazioni locali.

 

I risultati dello studio suggeriscono che i cambiamenti climatici permisero ad alcuni rami filogenetici di diffondersi dalla zona umida a zone di nuova formazione ricche di vegetazione. Migliaia di anni dopo, un piccolo gruppo di questi individui finì probabilmente per lasciare l’Africa e per diffondersi in ogni angolo del mondo.

 

“Tutti gli esseri umani hanno origine dalla stessa zona dell’Africa meridionale”, afferma Vanessa Hayes del Garvan Institute of Medical Research, in Australia, che ha condotto il nuovo studio.

 

Lo ricerca riaccende un dibattito sul luogo esatto dell’Africa in cui si originarono gli esseri umani moderni, suscitando aspre critiche da parte di diversi scienziati. Questi ultimi sottolineano che sebbene in tutti gli esseri umani moderni il DNA mitocondriale sia stato trasmesso da un antenato comune - quello che gli studiosi hanno soprannominato Eva mitocondriale - si tratta solo di una piccola parte del nostro materiale genetico. Dunque, anche se la presunta popolazione di primi esseri umani rappresenta la fonte del nostro DNA mitocondriale, è probabile che altre popolazioni abbiano contribuito a dare origine al nostro pool genico attuale.

 

“Le conclusioni tratte analizzando i dati del DNA mitocondriale sono essenzialmente errate”, afferma Mark Thomas, genetista dell’evoluzione della University College di Londra, aggiungendo che a suo parere lo studio era pura e semplice “narrazione”.

 

Eppure Rebecca Cann, genetista dell'Università delle Hawaii, a Manoa, uno dei revisori dell’articolo scientifico, fra i pionieri dello studio del DNA mitocondriale, definisce la nuova ricerca innovativa, in quanto interseca discipline diverse, in cerca di risposte.

 

“Lo studio avrà l’effetto di riaccendere la discussione e di incoraggiare il proseguimento delle ricerche”, afferma. Anche se lo studio non è perfetto, “contribuirà a farci compiere ulteriori passi  in avanti”.

 

Enigma genetico

 

L'albero genealogico degli ominini ha radici profonde in Africa. Il primo fossile rinvenuto finora appartenente al genere Homo è un frammento di mascella risalente a 2,8 milioni di anni fa scoperto nell'Africa orientale. La nostra specie, Homo sapiens, ha fatto la sua apparizione nell’albero genealogico umano solo a un certo punto, almeno 260mila anni fa, quando si verificò la divergenza fra specie arcaiche e Sapiens. Resta tuttavia ancora aperto il dibattito su quale sia stato il luogo dell’Africa in cui tale divergenza avvenne.

 

Infatti, in tutta l’Africa sono stati rinvenuti fossili riconducibili sia a esseri umani moderni, sia a ominini più antichi: dai resti rinvenuti a Florisbad, in Sudafrica, 260mila anni fa, e quelli scoperti in Etiopia 195mila anni fa, ai fossili ritrovati nel sito marocchino di Jebel Irhoud, risalenti a 315mila anni fa.

 

E mentre la ricerca di DNA antico continua, molti studiosi si sono dedicati allo studio del  variegato patrimonio genetico delle popolazioni africane. Una delle linee filogenetiche che si avvicina all’origine del nostro DNA mitocondriale si trova generalmente nelle popolazioni che vivono nell’Africa meridionale, e in particolare nei KhoeSan, popolazioni di raccoglitori, pastori e cacciatori la cui lingua include tra i suoi suoni gli schiocchi della lingua contro il palato o i denti per riprodurre le consonanti. Molte ricerche del passato, fra cui alcune in cui Hayes ha dato il suo contributo, si sono maggiormente dedicate allo studio delle tracce lasciate in passato dai Sapiens, piuttosto che concentrarsi sullo studio dell’albero evolutivo della nostra specie.

 

In questo nuovo studio, invece, Hayes e i colleghi volevano comprendere esattamente quale fosse l’origine di questa linea filogenetica. Per colmare alcune lacune presenti nel record genetico, i ricercatori hanno sequenziato il DNA mitocondriale di 198 individui provenienti dalla Namibia e dal Sudafrica, alcuni dei quali identificati come KhoeSan, e hanno incrociato questi dati con quelli precedentemente raccolti, per un totale di 1.217 individui. Successivamente hanno raggruppato le popolazioni dell'Africa meridionale per etnia e linguistica allo scopo di individuare la provenienza degli individui oggi caratterizzati da linee filogenetiche che si avvicinano all’origine del nostro DNA mitocondriale. Per fare ciò, hanno costruito un albero genealogico che ripercorre le relazioni genetiche mitocondriali risalenti a circa 200mila anni fa, vale a dire all’origine della nostra specie.

 

Le analisi hanno rivelato che per circa 70mila anni le prime popolazioni umane non si spostarono. L'analisi climatica ha rivelato che le ampie zone umide che si estendevano attraverso il Botswana avrebbero potuto costituire un territorio accogliente per i primi umani. Ma successivamente, fra circa 130mila e 110mila anni fa qualcosa cambiò: “Iniziarono a originarsi nuove linee evolutive umane”, afferma Hayes.

 

Lo studio suggerisce che durante quel periodo si aprirono probabilmente corridoi verdi, prima a nord-est e poi a sud-ovest, il che potrebbe aver incoraggiato alcuni gruppi a migrare in quelle zone, in alcune delle quali i loro discendenti vivono ancora oggi. Hayes, che ha lavorato a lungo con individui provenienti da tutta l'Africa meridionale, subito dopo aver condotto l’analisi, ha discusso i risultati con i partecipanti allo studio.

“Sono stati i primi cui sono stati comunicati i risultati dello studio. Ed erano entusiasti di conoscere la loro storia”, afferma”.

 

Eva mitocondriale

 

Il nuovo studio si concentra soprattutto sull'analisi delle popolazioni africane odierne, cui è stata data scarsa attenzione in molti studi genetici del passato. “Come tutti ammettono, studiamo gli europei da troppo tempo”, afferma Joshua Akey, genetista dell'Università di Princeton. “Con il proseguimento della ricerca e l’analisi di una diversità genomica sempre maggiore, riusciremo a comprendere in modo più chiaro e approfondito la storia umana”.

 

A grandi linee, i risultati della nuova ricerca dipingono un quadro simile a quello delineato da studi pubblicati in passato: le popolazioni odierne del Sudafrica sono caratterizzate da linee filogenetiche che si avvicinano all’origine del nostro DNA mitocondriale. Ma i dettagli del nuovo studio rimangono poco chiari, afferma John Hawks, paleoantropologo dell'Università del Wisconsin-Madison.

 

È difficile sapere se le popolazioni che vivono in quelle regioni oggi siano le stesse di quelle di centinaia di migliaia di anni fa, afferma. È possibile che la risposta sia da ricercare nelle migrazioni di massa nell’Africa meridionale, che è la pista seguita dai ricercatori. Ma può anche darsi che la genetica mitocondriale portasse con sé una qualche sorta di beneficio, permettendo al DNA di diffondersi senza che si verificassero grandi migrazioni della popolazione.

 

“Lo studio permette di mettere bene a fuoco una parte dell’intera storia dell’evoluzione. E tutto ciò è davvero straordinario”, prosegue Hawks. “Ma è importante conoscerla tutta a fondo”.

 

Il DNA mitocondriale costituisce solo una minima parte dei nostri genomi; contiene infatti circa 16.500 paia di basi, mentre il DNA nucleare ne contiene più di tre miliardi, afferma Carina Schlebusch, genetista dell’evoluzione all’Università di Uppsala, in Svezia. Conoscere del tutto i nostri genomi è invece storia più complessa. I ricercatori hanno costruito simili alberi filogenetici a partire dal DNA contenuto nel cromosoma Y, che costituisce il materiale genetico presente negli uomini. Sebbene i dettagli rimangano poco chiari, lo studio suggerisce l’esistenza di una linea filogenetica molto antica da cui discendono alcuni esseri umani moderni che oggi vivono nel Cameroon, in Africa occidentale.

 

Rintracciare questi antenati non è semplice, poiché è estremamente complesso individuare il DNA nucleare. Ciò che sappiamo studiando i genomi completi degli africani è che i risultati di questo studio non sono del tutto coerenti con le ricerche del passato, che puntano allo studio delle origini dell’uomo in Sudafrica, dichiara Brenna Henn, genetista delle popolazioni dell’Università della California a Davis, che ha studiato a fondo la storia della popolazione africana.

Eppure gli scienziati stanno scoprendo nuovi modi di studiare il DNA nucleare. Anche se non basta semplicemente osservare il codice genetico e leggerlo come fosse un libro: per comprenderne il significato occorre un complesso lavoro di elaborazione e realizzazione di modelli, e le ipotesi formulate durante l’analisi possono influenzare i risultati.

 

E alcuni indizi ci dicono che c’è ancora molto da imparare. Numerosi studi puntano alla presenza di popolazioni “fantasma” che si sarebbero ramificate in un periodo ancora precedente, che si sono mescolate con la nostra specie, lasciando piccole tracce di DNA in alcuni gruppi africani.

 

“Non sappiamo chi fossero, ma sappiamo che i loro genomi sono stati trovati di recente in individui moderni”, afferma Hawks.

 

L’origine della specie

 

La complessità del nostro quadro evolutivo ha condotto, di recente, molti ricercatori ad abbandonare l'idea che gli esseri umani moderni si siano originati da un unico luogo, da cui si è poi originato un albero genealogico globale. Piuttosto, suggeriscono che la nostra specie si sia evoluta a partire da diversi luoghi dell’Africa, come una sorta di rete o flusso d’acqua a canali intrecciati con diversi immissari, deviazioni e rivoli d’acqua che si ricongiungono.

 

"Non vedo alcun motivo per legarsi a un luogo particolare", afferma Thomas, fra gli autori di un recente studio che ha messo in dubbio che l’origine della nostra specie fosse riconducibile a un unico luogo.

 

Gli autori del nuovo studio riconoscono che la nostra specie potrebbe aver avuto origine da più luoghi. Ma non ci sono ancora dati sufficienti in grado di dimostrare con certezza che tale ipotesi è corretta, afferma Eva Chan, studiosa di genetica statistica del Garvan Institute of Medical Research, in Australia, fra gli autori dello studio. Nel suo ultimo lavoro ha tentato di colmare alcune lacune nel quadro della nostra storia evolutiva adottando un approccio interdisciplinare.

 

“Ciò non vuol dire che adesso il quadro sia completo: avendo a disposizione maggiori dati, cambierà ulteriormente”, afferma.

 

Il lavoro ruota intorno alla definizione, sempre più confusa, di specie. Agli esseri umani piace fissare gli eventi in categorie precise, ma non è così che funziona la natura, afferma Schlebusch. Non esistono confini ben definiti fra una specie e la successiva, tutto si gioca nei toni del grigio.

 

Il dibattito sulle origini della nostra specie andrà certamente avanti. A differenza di altri campi di ricerca, la genetica dell’evoluzione non si può verificare tramite esperimenti, prosegue Akey. Ma, ancora una volta, forse gli scienziati devono ripensare interamente il dibattito.

 

“Forse la domanda che stiamo ponendo non è quella corretta: dovremmo porcene una meno dettagliata”, conclude.

 

Fonte: http://www.nationalgeographic.it/scienza/2019/10/29/news/scoperto_il_luogo_esatto_di_origine_della_nostra_specie_il_dibattito_resta_aperto-4598626/

Le città più "green" d'Italia: sul podio Trento, Mantova e Bolzano

Trento, Mantova, Bolzano, Pordenone e Parma sono le 5 città in testa alla classifica di "Ecosistema Urbano 2019", la ricerca di Legambiente, Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore sulle performance "green" dei capoluoghi di provincia. Ultima è Catania mentre Siracusa e Vibo Valentia restano fuori, per insufficienza di dati forniti. La ricerca evidenzia un'Italia divisa, tra dinamismo e prestazioni ambientali scadenti, a partire dall'allarme smog o dal ciclo dei rifiuti.

 

Mantova regina 2018, cede il passo a Trento -  Mantova, regina nel 2018, cede lo scettro a Trento che sale per la 1° volta al vertice della classifica sulle città più verde d'Italia grazie al miglioramento nella qualità dell'aria, nell'utilizzo di trasporti pubblici e nell'attenzione alla mobilità ciclabile.

 

 

 

I parametri della ricerca - La classifica sull'Ecosistema Urbano, sesta tappa di avvicinamento all'indagine sulla Qualità della vita 2019 del Sole 24 Ore che quest'anno celebra i 30 anni dell'iniziativa, impiega 18 parametri divisi in cinque macro categorie: qualità dell'aria, rete idrica, mobilità, ambiente e rifiuti. Gli indicatori spaziano dal numero di alberi all'offerta del trasporto pubblico, dalla concentrazione di PM10 nell'aria alla dispersione della rete idrica, fino allo spazio occupato dalle piste ciclabili.

 

 

 

La prima metà della classifica: Milano perde 9 posizioni - Nella prima metà della classifica si trovano, infatti, città grandi come Bologna (13°), Firenze (24°), Perugia (26°) e pure Milano, che però perde nove posizioni e occupa il 32° posto, oppure Comuni del Sud come Cosenza (14°) e Teramo (28°), a confermare che la regola che l'Italia del buon ecosistema urbano è principalmente l'Italia che fa bene e spende bene le sue risorse, che si evolve e pianifica le trasformazioni future.

 

 

 

Chiude la classifica Catania - In coda alla classifica, chiusa da Catania, Siracusa e Vibo Valentia (queste ultime per mancanza di dati aggiornati), si trovano alcuni grandi centri urbani come Napoli (89°), Bari (87°), Torino (88°), Roma (89°) e Palermo (100°) sui quali pesano fattori come il traffico, i rifiuti, l'acqua.

 

 

 

Dal report emerge un'Italia a due velocità - Dall'analisi dei dati, che verranno presentati lunedi' 28 ottobre a Mantova, emerge un'Italia dinamica, attenta alle nuove scelte urbanistiche, ai servizi di mobilità, alla progressiva restituzione di vie e piazze ai cittadini, all'impegno contro lo spreco alimentare, alla crescita degli spazi naturali; ma una lettura d'insieme delle aree urbane restituisce emergenze, criticità e troppe performance ambientali scadenti o pessime, a cominciare dall'allarme smog o dal ciclo dei rifiuti. 

 

Fonte: https://www.tgcom24.mediaset.it/green/le-citt-pi-verdi-ditalia-sul-podio-trento-mantova-e-bolzano_10409221-201902a.shtml

Allarme Ue su incendi boschivi: nel 2018 record di Paesi colpiti

Con 147 grandi roghi (di ampiezza minima di 30 ettari) che hanno distrutto 14.649 ettari di boschi, l'Italia è al primo posto in Europa per numero di grandi incendi boschivi registrati nel 2018. È quanto emerge dalla relazione annuale sui roghi boschivi in Europa, Medio oriente e Nord Africa pubblicata oggi dalla Commissione europea. Dati che lanciano un allarme nell'Unione facendo registrare, lo scorso anno, il record di Paesi colpiti sebbene il numero di ettari colpiti (quasi 178mila) sia stato inferiore di un sesto rispetto al 2017.

 

"Boschi e foreste sono vitali per far fronte all'emergenza climatica ed ecologica. Sono i nostri polmoni e il nostro sistema di supporto vitale e ospitano l'80 % della biodiversità del pianeta. Eppure oggi più che mai sono in grave pericolo – ha avvertito Karmenu Vella, Commissario per l'Ambiente –. Ogni ora vanno in fumo superfici equivalenti a 800 campi di calcio, con incendi devastanti che imperversano in tutto il mondo. Come dimostra la nostra recente azione in materia di disboscamento, l'UE è pronta a collaborare con i paesi partner per proteggere le foreste dell'UE e del resto del mondo investendo nella prevenzione degli incendi boschivi".

 

Dopo il triste primato dell'Italia la mappatura effettuata dal sistema europeo di informazione sugli incendi forestali di almeno 30 ettari vede la Spagna (104 incendi, 12.793 ettari); il Portogallo (86 incendi; 37.357 ettari); Regno Unito (79 incendi, 18.032 ettari) e Svezia (74 incendi, 21.605 ettari).

 

Nel 2018, prosegue l'analisi Ue, in Europa il meccanismo di protezione civile dell'Unione è stato attivato 5 volte per rispondere ad incendi boschivi in Svezia, Grecia, Lettonia e Portogallo. Nel corso dell'estate sono stati mobilitati un totale di 15 aerei, 6 elicotteri e oltre 400 vigili del fuoco. L'Unione europea ha finanziato i costi di trasporto per mobilitare il sostegno ai paesi colpiti, per un ammontare di 1,6 milioni di euro. Su richiesta degli Stati membri sono state prodotte oltre 139 mappe satellitari Copernicus sugli incendi boschivi. Inoltre, l'Ue ha inviato in Portogallo esperti forestali provenienti da tutta l'Ue per una missione di prevenzione e preparazione destinata a potenziare la capacità del paese di gestire gli incendi boschivi.

 

Nel marzo 2019 è stato potenziato il meccanismo di protezione civile dell'Ue e lanciato il programma rescEU, volto a rafforzare la protezione dei cittadini dalle catastrofi e la gestione dei rischi emergenti in Europa e altrove. Nell'estate del 2019 l'UE ha creato una prima flotta di aerei antincendio, che ha già dispiegato due volte per estinguere incendi boschivi in Grecia e in Libano. Inoltre, nel mese di luglio la Commissione europea ha pubblicato una comunicazione in cui auspica un'intensificazione degli interventi dell'UE contro il disboscamento e il degrado forestale e si è impegnata a intraprendere ulteriori azioni, tra cui la trasformazione del sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi in uno strumento di monitoraggio degli incendi di incolto su scala globale.

 

L'edizione 2018 della relazione annuale sugli incendi boschivi segnala, infine, che nel 2019 la stagione degli incendi è iniziata presto, a causa delle condizioni asciutte e ventose e delle temperature elevate. Nel mese di marzo di quest'anno il loro numero aveva già superato la media annuale registrata nell'ultimo decennio, con molti focolai in regioni di montagna e incendi di proporzioni critiche nel delta del Danubio.

 

Fonte: https://www.ilmessaggero.it/mondo/allarme_ue_su_incendi_boschivi_nel_2018_record_di_paesi_colpiti-4833153.html

L’innalzamento del livello del mare colpirà 3 volte più persone di quanto si credeva

Dallo studio “New elevation data triple estimates of global vulnerability to sea-level rise and coastal flooding”, appena pubblicato su Nature Communications da Scott Kulp e Benjamin H. Strauss di Climate Central non arrivano per niente buone notizie: «I nuovi dati sull’innalzamento del mare mostrano che entro la metà del secolo le frequenti inondazioni costiere aumenteranno rispetto alle aree che attualmente ospitano centinaia di milioni di persone».

 

L’innalzamento del livello del mare è uno dei pericoli più noti dei cambiamenti climatici. Si prevede che nel XXI secolo i livelli globali del mare saliranno tra i 60 cm e i 2 metri. le variabili chiave saranno le quantità di gas serra che l’umanità scarica nell’atmosfera e la velocità con cui si destabilizzeranno le calotte glaciali in Groenlandia e soprattutto in Antartide. A Climate Central fanno notare che «Prevedere dove e quando tale aumento potrebbe tradursi in un aumento delle inondazioni e inondazioni permanenti è di fondamentale importanza per la pianificazione costiera e per il calcolo dei costi delle emissioni dell’umanità. La proiezione del rischio di alluvione comporta non solo la stima del futuro innalzamento del livello del mare, ma anche il suo confronto con le elevazioni del suolo. Tuttavia, dati di elevazione sufficientemente precisi non sono disponibili o inaccessibili al pubblico o i loro costi sono proibitivi in gran parte del mondo al di fuori degli Stati Uniti, dell’Australia e di alcune parti d’Europa». E’ una barriera economica che impedisce di capire dove e quando l’innalzamento del livello del mare potrebbe influenzare le comunità costiere nelle aree più vulnerabili del mondo.

 

Ora CoastalDEM, un nuovo digital elevation model prodotto da Climate Central aiuta a colmare questo gap e dimostra che «molte delle coste del mondo sono molto più basse di quanto si sapesse generalmente e che nei prossimi decenni l’innalzamento del livello del mare potrebbe colpire centinaia di milioni di persone in più di quanto si credesse precedentemente».

 

Sulla base delle proiezioni del livello del mare per il 2050, i territori che attualmente ospitano 300 milioni di persone sarebbero al di sotto dell’altezza di un’alluvione costiera annuale media. Entro il 2100, territori dove oggi vivono 200 milioni di persone potrebbe trovarsi permanentemente sotto la linea dell’alta marea.

 

Misure di adattamento, come la costruzione di dighe e altre difese o il trasferimento in aree più elevate delle popolazioni potrebbero ridurre queste minacce. Infatti, secondo CoastalDEM, «Circa 110 milioni di persone vivono attualmente su territori al di sotto della linea dell’alta marea. Questa popolazione è quasi certamente protetta in una certa misura dalle difese costiere esistenti, che possono o meno essere adeguate ai futuri livelli del mare».  Ma lo studio aggiunge che «Nonostante queste difese esistenti, l’aumento delle inondazioni oceaniche, la sommersione permanente e i costi della difesa costiera porteranno probabilmente a profonde conseguenze umanitarie, economiche e politiche. Questo accadrà non solo in un lontano futuro, ma anche nelle vite della maggior parte delle persone che vivono oggi».

 

Gli scienziati da tempo cercano di capire quanto velocemente – secondo i diversi scenari del riscaldamento globale – potrebbe aumentare il livello degli oceani, cosa che dipende da come le calotte glaciali risponderanno al riscaldamento climatico che stiamo vivendo ora. Ma Kulp e Strauss dicono che questi studi hanno molto trascurato un altro fattore essenziale: l’altezza delle coste: «In assenza di difese costiere come le dighe, l’altezza determina la misura in cui le alluvioni oceaniche possono allagare la terra».

 

Per mappare in modo affidabile l’altezza delle loro coste alcuni paesi, come gli Usa, utilizzano la tecnologia di telerilevamento lidar che richiede l’utilizzo di aerei, elicotteri o droni e attrezzature laser. Dove i dati lidar non sono disponibili, i ricercatori e gli analisti fanno affidamento su uno dei numerosi dataset globali che di solito sono i dati rilevati dall’orbita terrestre del progetto della NASA Shuttle Radar Topography Mission (SRTM).  MA anche se i dati SRTM siano disponibili gratuitamente online, sono meno affidabili di lidar e, oltre al suolo, misurano anche elementi che sporgono dal terreno, come edifici e alberi, quindi, generalmente i dati SRTM sovrastimano l’altezza, in particolare nelle aree densamente boscate e costruite. I ricercatori fanno l’esempio dell’Australia costiera, dove i dati SRTM sovrastimano l’altezza del terreno in media di 2,5 metri e dicono che «A livello globale, la sovrastima media sembra essere di circa 6 piedi (due metri). Questi valori corrispondono o superano la maggior parte delle proiezioni più alte del livello del mare per l’intero secolo. Nelle regioni costiere, le sopravvalutazioni dell’altezza producono sottostime delle future inondazioni causate dall’innalzamento del livello del mare. Comprendere la vera minaccia rappresentata dal futuro innalzamento del livello del mare richiede una migliore visione del terreno sotto i nostri piedi».

 

Ed è quello che fa CoastalDEM che è stato sviluppato utilizzando il machine learning utilizzando oltre 51 milioni di dati e realizzando così un nuovo dataset più accurato di SRTM, in particolare nelle aree densamente popolate, esattamente dove la maggior parte delle persone e delle infrastrutture sono minacciate dal livello s del mare in aumento. Per esempio, nelle aree costiere basse degli Usa con una densità di popolazione superiore a 50.000 persone per miglio quadrato, come alcune zone di Boston, Miami e New York, il SRTM sovrastima l’altezza in media di più di 4,5 metri, CoastalDEM riduce l’errore medio a circa 6 centimetri.

 

Kulp e Strauss sottolineano che «Combinando CoastalDEM con i modelli di innalzamento del livello del mare e delle inondazioni costiere produce nuove stime dell’esposizione al livello dei mari in aumento in tutto il mondo. Queste stime rivelano che, durante questo secolo, molto più territorio – e più persone – di quanto si pensasse saranno vulnerabili all’innalzamento del livello del mare. In effetti, l’utilizzo dei dati migliorati di CoastalDEM sull’altitudine costiera fa una grande differenza nella proiezione dell’esposizione alle inondazioni oceaniche rispetto al passaggio da uno scenario low-end to a uno di high-end quando si utilizzano i dati SRTM».

 

L’innalzamento del livello del mare è un problema globale e colpisce tutti i Paesi costiri – Italia compresa – ma nei prossimi decenni, i maggiori effetti si avvertiranno in Asia, a causa del gran numero di persone che vivono nelle zone costiere di quel continente. Lo studio evidenzia che «La Cina continentale, il Bangladesh, l’India, il Vietnam, l’Indonesia e la Thailandia ospitano la maggior parte delle persone sulla terra che si prevede che entro il 2050 siano al di sotto della media delle inondazioni costiere annuali. Insieme, queste 6 nazioni rappresentano circa il 75% dei 300 milioni di persone sulla Terra che affronteranno lo stesso tipo di vulnerabilità a metà del secolo.

 

In Cina, un territorio che oggi ospita 93 milioni di persone entro il 2050 potrebbe essere al di sotto dell’altezza dell’inondazione costiera annuale media locale. In assenza di difese costiere adeguate, Shanghai, la città più popolosa del paese, dovrebbe essere particolarmente vulnerabile alle inondazioni oceaniche. Anche provincia del Jiangsu, che confina con Shanghai, è vulnerabile. Così come lo sono Tianjin, il grande porto che fa parte dell’immensa conurbazione di Pechino, e la regione del Delta del Fiume delle Perle, un agglomerato urbano dove sorgono grandi metropoli cinesi e le regioni ad amministrazione speciale di Hong Kong e Macao.

 

Nel 2050, nell’altro gigante asiatico, l’India, l’innalzamento del livello del mare potrebbe portare le inondazioni medie annue ad allagare territori dove attualmente vivono circa 36 milioni di persone. Le basse coste degli Stati indiani del Bengala occidentale e l’Odisha sono particolarmente vulnerabili, così come la megalopoli di Calcutta.

 

Poi ci sono il Bangladesh e il Vietnam, sulle cui coste vivono attualmente rispettivamente 42 e 31 milioni di persone che entro la metà del secolo potrebbero essere minacciate di inondazioni marine almeno una volta all’anno. A quell’epoca, si prevede che le inondazioni costiere medie annue sommergeranno un’ampia fascia costiera del Bangladesh, comprese parti della capitale Dhaka e di Chittagong. In Vietnam, le inondazioni annuali oceaniche colpiranno in modo particolare il densamente popolato delta del Mekong e la costa settentrionale intorno alla capitale Hanoi, compresa la città portuale di Haiphong.

 

Man mano che i livelli del mare continueranno, quelle che i ricercatori chiamano «le inondazioni croniche» si diffonderanno e sempre più territori verranno definitivamente inghiottiti dal mare. Secondo i dati di CoastalDEM  «Entro il 2100, i territori che attualmente ospitano 200 milioni di persone potrebbero rimanere permanentemente al di sotto della linea dell’alta marea». E ancora una volta sono Cina, Bangladesh, India, Vietnam, Indonesia e Tailandia i Paesi dove il maggior numero di persone vivono in aree su terreni che potrebbero essere minacciati dall’inondazione permanente entro il 2100: in totale 151 milioni in totale e 43 milioni nella sola Cina.

 

Ma il pericolo di inondazioni permanenti riguarda solo l’Asia: in 19 paesi, che vanno dalla Nigeria al Brasile e dall’Egitto al Regno Unito, entro la fine del secolo, territori dove attualmente vivono almeno un milione di persone potrebbe finire permanentemente al di sotto della linea di alta marea e rimanere permanentemente inondati, in assenza di difese costiere. Alla luce di questi nuovi dati bisognerà anche rivedere le previsioni per l’Italia, dove già non mancano le aree costiere a forte rischio innalzamento del mare.

 

La situazione potrebbe essere particolarmente devastante per gli abitanti dei piccoli Stati insulari: nelle Isole Marshall 3 persone su 4 vivono ora in luoghi che potrebbero rimanere sotto il livello dell’alta marea nei prossimi 80 anni. Alle Maldive, sono 1 su 3. E ben prima che questi Paesi vengano sommersi gli abitanti e i governi dovranno affrontare l’intrusione del cuneo salino nelle riserve di acqua dolce e frequenti inondazioni. I piccoli Stati insulari, così come altre aree costiere del mondo, potrebbero diventare inabitabili molto prima che il mare li inghiotta.

 

Climate Central evidenzia: «Anche se un territorio che oggi ospita 200 milioni di persone sarà minacciata da un’inondazione permanente, le aree che ora ospitano altri 360 milioni dovranno affrontare la minaccia di inondazioni almeno annuali, per un totale di oltre mezzo miliardo di persone su territori altamente vulnerabili». Nello scenario di emissioni più elevate, la terra dove oggi vivono 640 milioni di persone – quasi il 10% della popolazione mondiale – entro la fine del secolo potrebbe essere minacciata da inondazioni croniche o inondazioni permanenti.

 

Lo studio non si occupa dei costi economici, umanitari e politici derivanti dai dati sull’innalzamento del livello del mare rivelati da CoastalDEM, ma i ricercatori sottolineano che «L’evidenza suggerisce che tali costi saranno elevati. Nei decenni a venire, l’innalzamento del livello del mare potrebbe distruggere economie e innescare crisi umanitarie in tutto il mondo. Le stime delle perdite economiche future dovute all’innalzamento del livello del mare variano a seconda della quantità di inquinamento climatico e del conseguente aumento previsto, nonché di altri fattori, ad esempio se si considera la futura crescita della popolazione, l’innovazione o la migrazione. Alcune proiezioni indicano che le alluvioni potrebbero causare perdite per decine di trilioni di dollari ogni anno entro la fine del secolo o trilioni di dollari all’anno, se fossero attuate estese misure di adattamento. In pratica, i costi saranno più profondi dei danni fisici immediati a edifici e infrastrutture o dei costi di adattamento, che non saranno mai perfetti. Le inondazioni possono essere costose perché possono far spostare economie locali produttive dipendenti dalla densità e da posizioni costiere convenienti. Potrebbe anche interrompere la catena di approvvigionamento globale limitando l’accesso ai porti e ai trasporti costieri».

 

I ricercatori fanno nuovamente l’esempio delle vulnerabili province costiere della Cina, che negli ultimi decenni, hanno attratto milioni di migranti dall’interno del Paese, diventando centri importanti nell’economia globale. In soli 30 Anni, la provincia di Jiangsu, la più densamente popolata della Cina, potrebbe essere altamente vulnerabile alle inondazioni croniche. Lo stesso vale per la provincia del Guangdong, un’altra potenza economica costiera. Le perdite economiche in Cina si ripercuoterebbero sul resto del mondo, dato che il Paese attualmente è responsabile di oltre un quarto della crescita economica globale e che si prevede che nel 2050 sarà la più grande economia del mondo.

 

L’innalzamento del livello del mare potrebbe anche provocare crisi umanitarie, spogliando milioni di persone dalle loro case e dai mezzi di sussistenza tradizionali. I Paesi in via di sviluppo – responsabili solo in piccola parte delle emissioni globali – non sono spesso in grado di proteggere i loro cittadini con opere di difesa costiere o evacuazioni pianificate e potrebbero essere particolarmente vulnerabili. In Bangladesh, che ha emissioni di gas serra pro capite e un Pil pro capite oltre 30 volte inferiore a quello degli Usa, le migrazioni indotte dalle inondazioni non sono solo una prospettiva futura: sono già in corso e i dati di CoastalDEM mostrano che il problema è destinato a peggiorare. Oggi, un abitante del Bangladesh su 4 vive in territori che in media potrebbero essere inondati almeno una volta all’anno entro il 2050 e questo potrebbe aggravare anche la crisi della migrazione di massa dei Rohingya, fuggiti dalla persecuzione della destra buddista e dei militari dal vicino Myanmar, molti si sono stabiliti a sud di Chittagong, un’area tra le più a rischio inondazioni annuali entro il 2050.

 

A Climate Central sono convinti che «L’innalzamento del livello del mare potrebbe avere conseguenze politiche di ampio respiro. L’esodo costiero potrebbe ridurre le basi fiscali locali, mettendo a dura prova le capacità dei Comuni di pagare per beni pubblici come l’istruzione. La ritirata delle coste del mondo potrebbe influenzare le rivendicazioni marittime costiere dei Paesi, incoraggiando le controversie internazionali sulla pesca e altre risorse oceaniche. E negli Stati di tutto il mondo, la migrazione di massa potrebbe plasmare la politica nazionale. La recente migrazione che ha avuto un ruolo così importante nelle recenti elezioni europee impallidisce di fronte ai potenziali sfollamenti dei prossimi decenni, quando molti milioni di persone potrebbero fuggire di fronte al livello dei mari in aumento in tutto il mondo, sia oltre i confini sia al loro interno. La siccità, il caldo estremo e gli altri pericoli del cambiamento climatico potrebbero farne spostare molti di più».

 

E il rimedio è sempre quello che si ostinano a non vedere i negazionisti climatici che sempre più coincidono o si alleano con la neo-destra sovranista rampante che sfrutta i migranti per raccogliere il suo cospicuo bottino di voti impauriti: fortissimi e immediati tagli alle emissioni globali che, anche se ridurrebbero modestamente il pericolo rappresentato dall’innalzamento del livello dei mari in questo secolo, «Ridurrebbero di 20 milioni il numero totale di persone minacciate dalle inondazioni annuali e inondazioni permanenti alla fine del secolo, rispetto ai moderati tagli alle emissioni effettuati all’incirca in linea con l’accordo di Parigi – concludono Kulp e Strauss . In particolare, i benefici dei tagli profondi delle emissioni andrebbero ben oltre l’innalzamento del livello del mare, riducendo il pericolo rappresentato dai molti altri rischi del cambiamento climatico. Se i governi cercassero di limitare gli impatti futuri delle inondazioni oceaniche, potrebbero anche evitare nuove costruzioni in aree ad alto rischio di inondazioni, proteggendo, trasferendo o abbandonando le infrastrutture e gli insediamenti esistenti. L’innalzamento del livello del mare è un pericolo a breve termine: le comunità odierne devono fare delle scelte non solo per conto delle generazioni future, ma anche per sé stesse».

 

di Umberto Mazzantini

 

Fonte: http://www.greenreport.it/news/clima/un-futuro-allagato-linnalzamento-del-livello-del-mare-colpira-3-volte-piu-persone-di-quanto-si-credeva/

Italia superpotenza dell’economia circolare. Il rapporto Greenitaly

Negli ultimi cinque anni più di 430 mila imprese, per superare la crisi, hanno investito nella green economy. Nel solo 2019 record di investimenti con un più 21%. L’occupazione “verde” nel 2018 è cresciuta di oltre 100 mila unità, superando i 3 milioni di occupati, il 13,5 per cento della forza lavoro. L’Italia prima in Europa per il riciclo dei rifiuti: il 79% del totale. (La maggior parte si tratta di riciclo da rifiuti industriali). Lo racconta il Decimo Rapporto Greenitaly della Fonazione Symbola e di Unioncamere, presentato oggi a Roma.

 

“Quando dieci anni fa abbiamo pubblicato il primo Greenitaly”, ha ricordato Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, nel mondo c’erano 25 GW di fotovoltaico installato: oggi i GW sono 660. Oggi è in campo un’economia più sostenibile e a misura d’uomo che mette insieme innovazione e qualità con valori e coesione sociale, ricerca e tecnologia con design e bellezza, industria 4.0 e antichi saperi. Un modello produttivo e sociale che offre al nostro Paese la possibilità di avere un rilevante ruolo internazionale”.

 

“I dati parlano chiaro”, ha ribadito Giuseppe Tripoli, Segretario Generale di Unioncamere, “un’impresa su tre ha imboccato a strada della sostenibilità: 90 mila in più dello scorso anno. Un dato interessante e che a questa accelerazione stanno contribuendo molto le imprese dei giovani under 35, che, nella metà dei casi hanno puntato sulla green economy. La svolta dell’economia italiana verso la sostenibilità è in pieno svolgimento e l’Italia è in anticipo rispetto alle altre economie europee”.

L’Italia è prima in Europa per eco-efficienza. Il nostro sistema industriale è primo nella riduzione di rifiuti: ne produce 43,2 tonnellate per milione di euro, quello spagnolo 54,7, quello britannico 63,7, il tedesco 67,4 e il francese 77,4. E poi le emissioni climalteranti: con 97,3 tonnellate di CO2 equivalenti ogni milione di euro, fanno meglio di noi solo la Francia (80,9 grazie al nucleare) e Regno Unito (95,1), mentre distanziamo Spagna (125,5) e soprattutto Germania (127,8). Cresce anche il numero di brevetti “verdi”: il nostro Paese si piazza al terzo posto nel mondo, dopo Cina e Giappone, ma davanti a Spagna, Germania, Francia e Stati Uniti per numero di certificazioni ISO 14001.

 

Un moderato ottimismo per il futuro è stato espresso anche dal sottosegretario al ministero dell’Ambiente Roberto Morassut, secondo cui bisognerà agire, e questo è l’impegno del nuovo esecutivo, su tre direzioni: “innanzitutto sulla normativa di settore per indirizzare la politica economica; attraverso la leva fiscale e incentivando gli investimenti pubblici e privati. La manovra di bilancio e il decreto clima sono un primo passo in questa direzione. Il successivo “collegato ambientale” e legge sulla riduzione del consumo di suolo in discussione in Parlamento, i passi conseguenti”.

 

Segnali incoraggianti vengono anche dai dati relativi all’export: il 51% delle imprese manifatturiere eco-investitrici hanno segnalato un aumento delle esportazioni rispetto al 38% di quelle che non hanno investito in innovazione green. Dal punto di vista territoriale, le aziende della Lombardia sono quelle che investono maggiormente in tecnologie verdi (oltre 77 miliardi di euro), seguite da quelle venete (43 milioni) e laziali (40 milioni e mezzo). Le province di Milano e Roma risultano prime in Italia, rispettivamente con 31 e 30,5 milioni di euro.

 

Altra eccellenza italiana è quella legata alla gestione dei rifiuti di imballaggio, che con il sistema Conai e i suoi sei Consorzi di filiera (acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro) ha già raggiunto gli obiettivi di riciclo e recupero fissati al 2025 dalle nuove direttive europee (quelle comprese nel cosiddetto Pacchetto dell’Economia Circolare, in corso di recepimento nel nostro ordinamento) ed è molto vicino a quelli che dovranno essere raggiunti nel 2030. Come ha ricordato il direttore generale del Consorzio Valter Facciotto “è importante sottolineare che le quantità dei rifiuti di imballaggio avviate a riciclo sono triplicate negli ultimi venti anni, da quando cioè è stato istituito il Conai, che con una gestione efficace ed efficiente di questa tipologia di rifiuti, anche attraverso l’Accordo con Anci, l’Associazione dei Comuni Italiani, e una capillare e costante opera di sensibilizzazione delle imprese della raccolta e dei cittadini, ha contribuito a cambiare mentalità e comportamenti dei cittadini: un esempio concreto di economia circolare”.

 

di Saturno Illomei

 

Fonte: https://formiche.net/2019/10/italia-greenitaly-realacci-symbola/

 

Il tempo delle promesse è finito. Quello dell’azione è iniziato, grazie ai sindaci

It is not enough. Niente di quello che sta avvenendo per far fronte alla crisi climatica in cui versiamo oggi è abbastanza, ma se c’è qualcuno che sta effettivamente facendo qualcosa, queste sono le grandi città del mondo. È questo il messaggio principale uscito dal World mayors summit di C40 tenutosi a Copenaghen dal 9 all’11 ottobre scorsi.

 

Più di 2.200 persone si sono trovate nella capitale danese in occasione del raduno che il network internazionale di sindaci impegnati nella lotta ai cambiamenti climatici organizza ogni tre anni. Settanta sindaci, moltissimi funzionari pubblici, attivisti, giovani rappresentanti del movimento Fridays for Future, fondazioni, imprese, sindacati e media hanno partecipato alla tre giorni di discussione sul Futuro che vogliamo. Un’alleanza inedita e potente per superare la più grande sfida del nostro tempo.

 

Movimenti per il clima e sindaci insieme

Dopo mesi in cui alle imponenti marce e ripetuti scioperi di milioni di ragazze e ragazzi nel mondo sono seguite molte dichiarazione di supporto e altrettanti pochi fatti, per la prima volta ho sentito qualche giovane militante pronunciare parole di speranza. Per la prima volta è sembrato che non fossero solo loro a dare speranza a noi, ma fossero anche loro a riceverla. E per la prima volta ho visto tra un movimento – che si è caratterizzato dovunque per la propria dichiarata lontananza da qualsiasi istituzione, partito e parte politica – e dei decisori politici, il gruppo di sindaci della rete C40, una vicinanza e possibile intesa.

 

Credo che i motivi possono essere tre. Il primo è l’ambizione concreta dimostrata dai sindaci negli ultimi anni. Un anno prima dell’uscita dello storico rapporto dell’Ipcc del 2018 che ha stabilito la necessità di rimanere sotto al grado e mezzo di riscaldamento terrestre per garantire un mondo “climaticamente salvo”, a Città del Messico, la maggior parte dei sindaci della rete ha sostenuto e dichiarato che per implementare l’Accordo di Parigi avrebbe adottato piani e politiche locali capaci di ridurre le emissioni in modo coerente con l’obiettivo di un grado e mezzo.

 

L’impegno per azioni ambiziose

Oggi sono 106 le città del mondo ad aver sottoscritto questo impegno, 11 quelle che hanno già approvato piani di azione radicali e moltissime altre sono sulla buona strada per farlo entro la fine del 2020. I sindaci delle grandi megalopoli hanno quindi anticipato un rapporto scientifico internazionale e si sono dimostrati molto più ambiziosi rispetto ai governi nazionali che ancora ad oggi, in grandissima maggioranza, non si sono dotati di piani di azione coerenti con i propri obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti a Parigi nel 2015. Ovviamente l’ambizione concreta non riguarda solo impegni e piani, ma anche azioni specifiche nei settori dello sviluppo urbano, della mobilità, dell’efficienza energetica, della gestione dei rifiuti, della produzione e distribuzione del cibo – come dimostra la nuova iniziativa “Good food cities” lanciata dal sindaco di Milano Giuseppe Sala durante il summit.

 

Solo per fare un esempio, se nel 2010 il numero di autobus a zero emissioni nelle città di C40 era circa un centinaio, oggi quel numero è arrivato a 66mila. Un aumento esponenziale in poco tempo. Tuttavia, anche l’azione a livello locale deve velocizzarsi e radicalizzarsi ancora di più.

 

Una visione collettiva

Il secondo è la visione collettiva dei sindaci per i prossimi dieci anni. Sempre in coerenza con il rapporto dell’Ipcc del 2018 che dimostra come il mondo abbia poco più di 10 anni per poter mettere in campo “cambiamenti rapidi, su vasta scala e inediti in tutti gli aspetti della società” che superino la crisi climatica in atto ed evitino una catastrofe ambientale, economica, sociale e umanitaria senza precedenti, il nuovo presidente di C40 – il sindaco di Los Angeles Eric Garcetti – ha lanciato un nuovo Green new deal globale: l’idea di fare degli anni Venti del nuovo millennio la decade dell’azione sul clima. L’idea anche di affrontare insieme le due grandi emergenze di questo tempo: la crisi climatica e la crisi economica, la devastazione ecologica e le profonde e scandalose disuguaglianze. L’idea che non si possa affrontare l’una senza l’altra, che anzi le disuguaglianze economiche e sociali e i cambiamenti climatici sono profondamente legati e causati dagli stessi fattori e che serva una nuova politica che parta dalle grandi città del mondo per rendere le nostre società più prospere perché più giuste e più sostenibili.

 

Come detto dal Sindaco Garcetti questa visione è presente negli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, nell’idea di una transizione ecologica e solidale europea, nel Green new deal del Sunrise movement e della Senatrice statunitense Alexandra Ocasio-Cortez, nella Green Economy delle città africane e così via. Serve una rivoluzione energetica, ambientale, economica, sociale e culturale che riunisca attori e soggetti diversi. Per questo motivo la compagine che si è trovata a Copenaghen per sostenere il Green new deal globale dei sindaci di C40 – da Ocasio-Cortez stessa agli attivisti di Fridays for Future, dai sindacalisti della Federazione internazionale dei lavoratori del trasporto (Itf) alle imprese più svariate, dai rappresentanti degli insediamenti informali del sud del mondo al Segretario generale delle Nazioni Unite – potrebbe davvero rappresentare una svolta concreta e fattuale nell’agire collettivo sul clima.

 

Inclusione ed equità

Il terzo motivo è aver messo l’inclusione e l’equità al centro della visione e dell’azione sul clima. La transizione ecologica deve essere giusta, altrimenti non sarà. Questo molti sindaci di C40 lo hanno capito. Per esempio, come detto molto eloquentemente da António Guterres durante il Summit di Copenaghen, è indubbiamente vero che le rinnovabili producono ormai più lavoro dell’industria del carbon fossile, ma resta che non è facile spiegarlo a un minatore e alla sua famiglia. Inoltre il cambiamento del clima sta già oggi impoverendo ancora di più le persone più povere, creando nuovi profughi, acuendo e inasprendo le discriminazioni e le disuguaglianze esistenti.

 

Per questo è cosi importante mettere in campo politiche ambientali che portino benefici a tutte le fasce della popolazione, politiche sociali per le persone maggiormente colpite dagli impatti della crisi climatica (i bambini, gli anziani, le fasce economicamente più deboli e più discriminate) e maggiori investimenti sull’educazione e la formazione professionale. Alla fine del Summit, un giornalista ha chiesto ad una giovane militante di Fridays for Future di Santiago del Cile cosa chiedesse ai sindaci presenti in sala e lei ha risposto con una sola frase: agite sul clima in modo inclusivo ed equo e Fridays for Future vi seguirà.

 

Il tempo dell’azione è in corso

C’è ancora moltissimo da fare, e niente di quello che si vede oggi è sufficiente. Tuttavia, come detto dal Sindaco Garcetti a chiusura del summit: “Il tempo delle promesse è finito. Quello dell’azione è già in corso. Stiamo combattendo per niente di meno che il nostro diritto a vivere, il nostro diritto a prosperare, e il nostro diritto a lasciare un mondo migliore per i nostri figli e i nostri nipoti. Se ci uniamo adesso – se realizziamo un Green new deal globale e facciamo di questa decade quella dell’agire – allora so che ci riusciremo”.

 

di Caterina Sarfatti

 

Fonte: https://www.lifegate.it/persone/news/c40-world-mayors-summit-2019-sindaci