Analisi della raccolta dei RAEE domestici in Italia: overview infrastrutturale e proposte

La raccolta dei RAEE in Italia si avvia alla chiusura dell’anno 2021 con numeri ancora una volta in crescita: una prima stima si attesta a 381.000 tonnellate, con oltre 16.000 tonnellate di incremento.

 

Crescita sì, ma ancora non sufficiente ad avvicinarci agli obiettivi europei per cui si impone un’analisi della situazione, che in prima battuta parte da una valutazione del risultato geografico. Sin dall’inizio delle rilevazioni dei dati sulla gestione del sistema RAEE affidata alla responsabilità estesa dei produttori si è potuto constatare che esiste un’Italia a tre velocità: Nord, Centro, Sud sono tre aree del Paese che registrano tre andamenti nella raccolta dei RAEE differenti al cui interno accanto a situazioni di eccellenza troviamo criticità preoccupanti.

 

La domanda che ci si pone è sempre la stessa: perché la raccolta è così difforme a livello geografico e quale è il destino dei rifiuti elettronici che non vengono correttamente tracciati? Le risposte non sono semplici, ma  proponiamo una risposta al primo quesito sulla base di questa analisi.

 

Entriamo più in dettaglio, e qui ci aiutano i dati della raccolta effettuata dai soli centri di raccolta comunali. La media della raccolta procapite di queste strutture per questo anno sarà di 5,146kg. Quali le regioni italiane sotto la media?

 

In ordine alfabetico: Abruzzo (4,215 kg/ab), Calabria (4,672 kg/ab), Campania (3,055 kg/ab), Lazio (4,230 kg/ab), Molise (4,922 kg/ab), Piemonte (4,791 kg/ab), Puglia (3,825 kg/ab) e Sicilia (2,984 kg/ab). Se si eccettua il Piemonte, sono tutte regioni del Centro e Sud Italia.

 

Se i risultati sono sotto media per la raccolta, potrebbero non esserlo per un altro indicatore: il numero di cittadini per centro di raccolta, dato che ci rivela quanto sia capillare la raccolta.

 

Vediamo il dettaglio Italia: la media nazionale è di 14.334 abitanti per centro di raccolta. In questo caso, quali sono le regioni che hanno una capillarità sotto le media nazionale, quindi un numero di abitanti per centro di raccolta più alto della media nazionale?

 

Ecco i dati: Abruzzo (21.517 ab/cdr), Calabria (22.669 ab/cdr), Campania (20.460 ab/cdr), Lazio (29.878 ab/cdr), Piemonte (14.593 ab/cdr), Puglia (20.665 ab/cdr), Sicilia (32.679 ab/cdr) e Toscana (18.289 ab/cdr). Con l’eccezione della Toscana (la cui raccolta procapite è pari a 6,738 kg/ab), tutte le altre regioni sono ricomprese anche nel precedente elenco. Si mostra nei numeri, dunque, che l’ipotesi di una correlazione diretta tra capillarità dei centri di raccolta e raccolta pro-capite è corretta.

 

Un altro dato ci aiuta a fare una valutazione più completa: quanti kg di RAEE raccoglie annualmente un centro di raccolta? Mediamente 73.770 kg. Ora, se prendiamo ad esempio le regioni più virtuose, Valle d’Aosta e Sardegna, abbiamo dati inferiori, rispettivamente 54.361 kg e 59.411 kg a cui corrispondono però risultati procapite rispettivamente di 11,056e8,584 kg/ab. Se consideriamo l’equilibrio di indicatori, a queste regioni si aggiunge il Trentino Alto Adige che vanta 4.918 abitanti per centro di raccolta con 36.919 kg raccolti presso ogni centro, pari a una raccolta media pro capite di 7,507 kg/ab.

 

In conclusione, la maggiore capillarità aiuta la raccolta e conseguentemente il dato procapite registra valori più elevati in quelle regioni che sono in grado di porre a disposizione dei cittadini un numero di infrastrutture più elevato. In Italia solo l’Emilia Romagna registra un indice inferiore ad 1 nel rapporto tra numero di Comuni e centri di raccolta, precisamente 0,91, mentre regioni come Abruzzo con 5,00, Calabria con 4,70 e Piemonte con 3,94 sono in coda a questa classifica.

 

Quanto sarà necessario infrastrutturare la rete, cioè quanti centri di raccolta sarà necessario realizzare per poter incrementare la raccolta in maniera significativa? Se intendessimo offrire a tutti gli abitanti in tutte le regioni condizioni pari alla media attuale, dovrebbero essere realizzati 767 centri di raccolta, pari al 18% in più rispetto a quelli oggi disponibili. Sarebbero tutti necessariamente da creare nelle regioni che sono sotto la media, quelle sopra indicate (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Piemonte, Puglia, Sicilia e Toscana).

 

Se invece volessimo incrementare la rete anche nelle regioni che sono sopra la media, ma che registrano comunque dei gap rispetto ai valori di raccolta delle regioni più performanti e si scegliesse come parametro un dato di abitanti serviti da un centro di raccolta pari a 10.000,il dato salirebbe a 2.054 con un incremento pari al 49%.

 

Questa la ripartizione per singole regioni: 370 in Lazio; 347 in Sicilia; 295 in Campania; 209 in Puglia; 167 in Toscana; 138 in Piemonte; 109 in Calabria; 100 in Lombardia; 70 in Abruzzo.

 

Un ragionamento economico si impone. Quanto costerebbe realizzare tutti questi nuovi centri di raccolta? Stando alle richieste presentate nel bando ANCI – Centro di Coordinamento RAEE per la realizzazione di nuovi centri, l’investimento per la realizzazione di una struttura che possa fornire i servizi necessari a raccogliere circa una quarantina di tipologie differenti di rifiuti (ricordiamo che i RAEE sono solo 5 tipologie suddivise in raggruppamenti) è di circa 250.000 €.

 

Per realizzare 2.054 nuovi centri di raccolta servirebbero quindi oltre 500 milioni di euro. Essendo un’infrastrutturazione a totale beneficio dei Comuni e finalizzata all’incremento delle performance di raccolta differenziata, la cifra merita di essere valutata anche dall’attuale PNRR.

 

di Fabrizio Longoni

 

Fonte: https://greenreport.it/news/economia-ecologica/analisi-della-raccolta-dei-raee-domestici-in-italia-overview-infrastrutturale-e-proposte/

Lavoro, cercasi 4,2 mln di lavoratori con competenze green o digitali

Entro il 2025, 6 lavoratori su 10 dovranno avere competenze green o digitali. Nei prossimi cinque anni, infatti, il mercato del lavoro avrà bisogno di almeno 2,2 milioni di nuovi lavoratori in grado di gestire soluzioni e sviluppare strategie ecosostenibili (il 63% del fabbisogno del quinquennio) e di 2,0 milioni di lavoratori in grado di saper utilizzare il digitale (il 57%). Come mostrano le previsioni a medio termine (2021-2025) del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere - presentate oggi nell’ambito della trentesima edizione di Job&Orienta, il salone dell’orientamento, la scuola, la formazione e il lavoro 2021 - ecosostenibilità e digitalizzazione sono infatti tra i principali fattori di trasformazione per il mercato del lavoro. E a partire dal 2022 un ulteriore impulso arriverà grazie all’attuazione delle misure previste nel PNRR.

 

Già nell’ultima parte del 2021, come emerge dalla rilevazione del trimestre novembre-gennaio, le imprese hanno intrapreso la caccia alle competenze per il green e il digitale per dare slancio alla ripresa. Le competenze green sono ritenute strategiche principalmente per i profili legati all’edilizia e alla riqualificazione abitativa (tecnici e ingegneri civili e installatori di impianti), per ingegneri elettronici e delle telecomunicazioni, tecnici e gestori di reti e sistemi telematici e tecnici chimici. Le competenze digitali sono state richieste invece prevalentemente ai profili professionali ICT, quali analisti e progettisti di software, progettisti e amministratori di sistemi ma anche a ingegneri energetici e meccanici e a disegnatori industriali.

 

In questa fase sono i percorsi formativi STEM, soprattutto le diverse lauree in ingegneria, quelli che accomunano le ricerche delle imprese per sostenere le due grandi transizioni. Tra gli indirizzi più specifici per la domanda di competenze green emergono il diploma di tecnico superiore (ITS) in tecnologie innovative per i beni e le attività culturali, il diploma secondario in produzione e manutenzione industriale e la qualifica professionale nell’ambito agricoltura. Sul fronte delle competenze digitali sono tra i più richiesti il diploma di tecnico superiore (ITS) in tecnologie della informazione e della comunicazione, il diploma secondario in informatica e telecomunicazioni e la qualifica professionale nell’ambito elettronico.

 

 

Questa trasformazione del sistema imprenditoriale in chiave di sostenibilità e l’accelerazione per l’adozione delle tecnologie digitali investirà il mercato del lavoro di tutto il quinquennio. Le previsioni a medio termine mostrano infatti che la domanda di competenze green riguarderà in maniera trasversale tanto le professioni ad elevata specializzazione e tecniche, che gli impiegati come gli addetti ai servizi commerciali e turistici, gli addetti ai servizi alle persone come gli operai e gli artigiani. La spinta verso la transizione verde farà emergere, inoltre, la necessità di specifiche professioni green in alcuni settori come il progettista in edilizia sostenibile, lo specialista in domotica, i tecnici e gli operai specializzati nell’efficientamento energetico nelle costruzioni; il certificatore di prodotti biologici nell’agroalimentare; il progettista meccanico per la mobilità elettrica.

 

Questo fenomeno sempre più pervasivo in tutti i settori dell’economia interesserà non solo nuovi green jobs ma anche occupazioni esistenti. Per esempio, anche per i cuochi saranno sempre più importanti le competenze legate alla ecosostenibilità richieste dai consumatori e vantaggiose per le imprese, come l’attenzione alla riduzione degli sprechi, all’uso efficiente delle risorse alimentari e all’impiego di produzioni di qualità e legate al territorio (a chilometro zero).

 

 

Altrettanto ricercate saranno le competenze digitali. Considerate unacompetenza di base per la maggior parte dei lavoratori. Queste saranno rilevanti non solo per tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni, specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche e fisiche, ma anche per professori, specialisti in scienze sociali, impiegati addetti alla segreteria e all’accoglienza, addetti alla contabilità.

 

Del resto, il processo di digitalizzazione si sta diffondendo in due principali direttrici: da un lato il passaggio al digitale di sistemi di lavoro e attività produttive (smart working, commercio on line, digitalizzazione delle procedure in molti servizi alle imprese e alle persone) e dall’altro una forte spinta all’innalzamento delle competenze digitali sia dei lavoratori, ma anche di un’ampia fascia della popolazione, con particolare riferimento agli studenti e ai professori di tutte le scuole di ogni ordine e grado.

 

Fonte: https://www.italiaoggi.it/news/lavoro-cercasi-4-2-mln-di-lavoratori-con-competenze-green-o-digitali-202111241456578830

Alluvioni: in Italia il 5,4% del territorio ad elevata pericolosità

Circa il 5,4% del territorio nazionale ricade in aree potenzialmente allagabili, secondo uno scenario di probabilità/pericolosità elevata e questa percentuale sale al 14% in caso di scenario di probabilità/pericolosità bassa. Nelle aree a pericolosità elevata risiede il 4,1% della popolazione nazionale e ricade il 7,8% dei beni culturali, valori che raggiungono rispettivamente il 20,6% e il 24,3% nelle aree potenzialmente allagabili con bassa probabilità. Il 7,4% dei comuni italiani ha almeno il 20% della superficie in area allagabile in caso di scenario di probabilità elevata.

 

È quanto descritto nel Rapporto ISPRA sulle condizioni di pericolosità da alluvione in Italia e indicatori di rischio associati, presentato oggi e disponibile sul sito dell’Istituto (https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/rapporto-sulle-condizioni-di-pericolosita-da-alluvione-in-italia-e-indicatori-di-rischio-associati/)

 

Dalle analisi presenti nel Rapporto, emerge che le Regioni Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Calabria sono quelle in cui le percentuali di territorio potenzialmente allagabile risultano superiori rispetto a quelle calcolate alla scala nazionale. In particolare, per lo scenario di pericolosità elevata, sono la Calabria con il 17,1% del territorio regionale e l’Emilia Romagna con l’11,6%, le Regioni con le maggiori percentuali di territorio potenzialmente allagabile. In queste Regioni, la Provincia di Crotone è quella con maggiori percentuali di aree allagabili e popolazione esposta, mentre Ferrara è la Provincia in cui la popolazione esposta a rischio di alluvione, in caso di scenario di pericolosità media e bassa, è il 100% di quella residente. Percentuali simili (99,1%) si riscontrano nella Provincia di Rovigo in Veneto nel caso di scenario di bassa probabilità di alluvione. 

 

In Veneto (21,2%) e Liguria (18,6%) si registrano le maggiori percentuali di beni culturali esposti a rischio di alluvioni per lo scenario di pericolosità elevata, rispetto al totale di beni culturali presenti nei relativi territori regionali. La Provincia di Venezia è in Veneto quella con il maggior numero in percentuale di beni culturali esposti a rischio di alluvione per tutti gli scenari di probabilità, con un minimo di oltre il 60% per lo scenario di probabilità elevata a un massimo di circa l’80% per quello di probabilità bassa. In Liguria è la Provincia di Savona quella con maggiore percentuale di beni culturali esposti per tutti e tre gli scenari di pericolosità.

 

Nel più vasto ambito del dissesto idrogeologico, la gestione e la mitigazione del rischio di alluvioni sono senza dubbio le componenti più rilevanti considerata l’estensione dei territori soggetti a pericolosità da inondazione e per gli impatti che gli eventi alluvionali sono in grado di causare a beni e persone segnando, anche drammaticamente, il nostro Paese.

 

Il Rapporto dell’ISPRA fornisce un quadro aggiornato al 2020 delle conoscenze riguardanti le condizioni di pericolosità e di rischio di alluvione in Italia. Partendo dal contesto normativo di riferimento europeo e nazionale e dagli adempimenti derivanti, sono descritte le attività che nel corso di due sessenni (i cosiddetti “cicli di gestione” previsti dalla normativa per la revisione dei Piani di gestione del rischio di alluvioni e dei relativi strumenti conoscitivi) le Autorità Competenti (Autorità di Bacino Distrettuali, Regioni, Province autonome, MiTE, ISPRA, DPC) hanno svolto e svolgono ai fini dell’implementazione della Direttiva Alluvioni e i risultati che ne sono conseguiti. Oltre che alla scala nazionale, il quadro conoscitivo fornito nel Rapporto è dettagliato rispetto ai diversi livelli amministrativi e alla scala di Distretto Idrografico e di Unità di Gestione, gli ambiti territoriali di riferimento della pianificazione di bacino.

 

Fonte: http://www.radioclodia.it/2021/11/16/alluvioni-in-italia-il-54-del-territorio-ad-elevata-pericolosita/

Rifiuti radioattivi, terminato il seminario sul deposito unico nazionale. Resoconto il 15 dicembre

Gli atti si conosceranno tra poco meno di un mese, il prossimo 15 dicembre. Si è svolta questa mattina, mercoledì 24 novembre, in diretta streaming  la sessione plenaria di chiusura del Seminario nazionale, iniziato il 7 settembre scorso, con la quale è terminato il primo momento di confronto pubblico sul progetto del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e Parco tecnologico. La Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), la cui pubblicazione da parte di Sogin (la Società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi) era avvenuta il 5 gennaio scorso, vede coinvolto anche il Piemonte e, tra i Comuni interessati. anche Carmagnola con un’area a Casanova.

 

L’incontro è stato aperto dagli interventi di Vannia Gava, sottosegretario al Ministero della Transizione Ecologica, Ivan Scalfarotto, sottosegretario al Ministero dell’Interno, Gilberto Pichetto Fratin, vice Ministro dello Sviluppo Economico, ed Emanuele Fontani, amministratore delegato di Sogin. Hanno partecipato ai lavori: Maurizio Pernice, direttore di ISIN, Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione; Simon Morgan, responsabile del Gruppo di Lavoro sul decommissioning e la gestione dei rifiuti radioattivi di WENRA, Western European Nuclear Regulator’s Association; Bengt Hedberg, curatore del Report “SRLs for the disposal of radioactive waste” di WENRA; Rebecca Tadesse, direttrice della Divisione decommissioning e gestione dei rifiuti radioattivi di NEA, Nuclear Energy Agency; Gilberto Dialuce, presidente di Enea, Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile; Stefania Ravazzi, docente di Analisi delle politiche pubbliche presso l’Università di Torino, Dipartimento di culture, politica e società; Simona Fabiani in rappresentanza della CGIL; Angelo Emilio Colombini in rappresentanza della CISL; Antonio Cozzolino, in rappresentanza della UIL; Fabio Chiaravalli, direttore della Funzione Deposito Nazionale e Parco Tecnologico di Sogin e Luigi Perri, Presidente di Sogin che ha chiuso i lavori.

 

“Il Seminario nazionale, tappa fondamentale della prima fase della localizzazione del Deposito Nazionale, è stato un momento significativo di corretto confronto democratico con tutti gli attori interessati alla realizzazione dell’opera – ha affermato Vannia Gava, sottosegretario di Stato al Ministero della Transizione Ecologica-   I lavori si sono svolti nella massima trasparenza e hanno permesso di spiegare le ragioni per cui l’Italia, come avviene nel resto d’Europa, debba farsi carico di una gestione in sicurezza dei propri rifiuti radioattivi. Le esperienze all’estero – ha concluso – testimoniano che infrastrutture analoghe a quella che dobbiamo realizzare nel nostro paese rappresentano un’occasione unica per lo sviluppo sociale ed economico del territorio che deciderà di ospitarla”.

 

“Il Seminario Nazionale – ha commentato Emanuele Fontani, amministratore delegato di Sogin –  è stato un momento di confronto significativo con i territori di riferimento. L’ampia partecipazione dei cittadini e dei principali stakeholder ci ha consentito di rispondere ai diversi interrogativi che ruotano attorno alla realizzazione del Deposito e di sottolineare, una volta di più, la necessità di tale infrastruttura per il Paese al fine di chiudere il ciclo del nucleare italiano e gestire in maniera più sostenibile e sicura i rifiuti radioattivi, inclusi quelli prodotti dalla medicina nucleare, dall’industria e dalla ricerca scientifica”.

 

“Ringrazio i partecipanti al Seminario Nazionale per gli eccellenti contenuti posti a fattor comune in queste settimane passate insieme – ha dichiarato Fabio Chiaravalli, direttore della Funzione Deposito Nazionale e Parco Tecnologico di Sogin. Ritengo che lo scopo preposto sia stato raggiunto al meglio. È stata acquisita dai territori una ragguardevole mole di documenti tecnici di dettaglio, anche dal punto di vista della cultura e delle tradizioni dei luoghi, – ha aggiunto – che costituirà un efficace contributo nell’ambito delle attività per la stesura della prossima Carta Nazionale delle Aree Idonee”.

 

I lavori del Seminario si sono articolati in nove incontri, trasmessi in diretta streaming sul sito www.seminariodepositonazionale.it e presenti su Youtube, sul sito Sogin Channel. Oltre alle sedute plenarie di apertura e chiusura si sono svolte sette sessioni di lavoro, una nazionale e sei territoriali, che hanno interessato le regioni coinvolte dalla CNAPI: Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia e Basilicata, Sicilia, Sardegna.

 

Oltre 160 i partecipanti al Seminario Nazionale, che ha visto gli interventi dei rappresentanti di Enti locali, associazioni, comitati, organizzazioni datoriali e sindacali dei territori, di singoli cittadini, e di relatori tecnico-istituzionali.

 

“Nel corso della prima fase della consultazione pubblica e del Seminario – spiega Sogin attraverso un comunicato stampa – sono state formulate circa 200 domande, che hanno ricevuto tutte una risposta, o per iscritto o in forma orale durante la diretta. Sono stati approfonditi diversi temi tra cui la rispondenza delle aree individuate nella CNAPI ai requisiti internazionali stabiliti dalla IAEA (International Atomic Energy Agency) e a quelli nazionali individuati dall’ISIN (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione). Inoltre, sono stati illustrati gli aspetti relativi alla sicurezza dei lavoratori, della popolazione e dell’ambiente e i benefici economici e di sviluppo territoriale collegati alla realizzazione dell’opera e alle misure compensative previste”.

 

Il Seminario Nazionale si concluderà il 15 dicembre con la pubblicazione del resoconto complessivo dei lavori. Si aprirà così la seconda fase della consultazione pubblica, della durata di trenta giorni, durante la quale potranno essere inviate eventuali altre osservazioni e proposte tecniche finalizzate alla predisposizione della proposta di Carta Nazionale Aree Idonee (CNAI), che terrà conto dei contributi emersi nelle diverse fasi della Consultazione Pubblica. Al termine di questa fase, con la pubblicazione della CNAI, le Regioni e gli Enti locali potranno esprimere le proprie manifestazioni d’interesse, non vincolanti, ad approfondire ulteriormente l’argomento.

 

Fonte: https://www.ierioggidomani.it/2021/11/24/deposito-5/

Trombe d’aria, alluvioni e caldo record: in Italia è escalation di eventi meteorologici estremi

Mentre aumentano gli eventi estremi e il numero di comuni colpiti, l’Italia continua a rimanere l’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima. Si rincorrono le emergenze, che sono tante. Secondo il rapporto annuale dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente, dal 2010 al 1 novembre 2021 sono stati registrati 1.118 eventi meteorologici estremi, 133 nell’ultimo anno con un aumento del 17,2% rispetto alla scorsa edizione del dossier. Sono 602 i comuni maggiormente colpiti (95 in più rispetto allo scorso anno) con 261 vittime. Nel nuovo dossier gli eventi climatici sono stati mappati e analizzati. Si individuano, così, 14 aree del Paese dove si ripetono con maggiore intensità e frequenza alluvioni, trombe d’aria e in alcuni casi negli stessi territori anche ondate di calore. Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri “dove la cronaca degli episodi di maltempo e dei danni è senza soluzione di continuità e per questo dovrebbe portare a un’attenzione prioritaria da parte delle politiche”, scrive Legambiente. Ad intere città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, vanno aggiunti territori colpiti da eventi estremi ripetutamente e negli stessi luoghi.

 

Ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per gestire le emergenze – Da decenni si continua a spendere un’enorme quantità di risorse economiche per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, a fronte di poche risorse spese per la prevenzione. “Progetti e interventi sono poi dispersi tra gli oltre diecimila individuati dalle Regioni, di cui non sono chiare utilità ed urgenza” sottolinea Legambiente. Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione delle emergenze, in un rapporto di 1 a 5 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni. Di fronte a questo quadro, Legambiente torna a ribadire l’urgenza di approvare quanto prima il Piano nazionale di adattamento al Clima. Sono 23 i Paesi Ue, con l’aggiunta del Regno Unito, che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima e tra questi l’Italia ancora non c’è. “Siamo rimasti gli unici in Europa in questa situazione, pur essendo uno dei Paesi che conta i danni maggiori”, commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente.

 

La mappa del rischio – Tra le città più colpite c’è Roma dove, dal 2010 al 1 novembre 2021, si sono verificati 56 eventi, 9 solo nell’ultimo anno, di cui ben oltre la metà, 32, hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Altro caso importante è quello di Bari con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Milano con 30 eventi totali, dove sono state almeno 20 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni. Colpita anche l’area metropolitana di Napoli dove si sono verificati 31 eventi estremi. E poi ci sono gli altri territori, come la costa romagnola e il nord delle Marche, con 42 casi, la Sicilia orientale e la costa agrigentina con 38 e 37 eventi estremi. In queste ultime due aree sono stati numerosi i record registrati nel corso del 2021: a Siracusa l’11 agosto si è raggiunto il record europeo di 48,8 °C, mentre nel catanese e siracusano in 48 ore si è registrata una quantità di pioggia pari ad un terzo di quella annuale. Inoltre, proprio questa parte dell’isola è stata teatro di devastazione a seguito del medicane (Mediterranean hurricane) Apollo. Nella mappa del rischio anche il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi di cui 12 casi di danni da trombe d’aria, la costa nord Toscana (17 eventi), il nord della Sardegna (12) ed il sud dell’isola con 9 casi.

 

I numeri degli eventi estremi – In quasi 11 anni si sono verificati 486 casi di allagamenti da piogge intense, 406 casi di stop alle infrastrutture a causa di piogge intense con 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani, 308 eventi con danni causati da trombe d’aria, 134 da esondazioni fluviali, 48 casi di danni provocati per periodi prolungati di siccità e temperature estreme, 41 casi di frane causate da piogge intense e 18 casi di danni al patrimonio storico. A ciò si aggiunge il dato più drammatico, la perdita di vite umane: 261 vittime, 9 solo nei primi 10 mesi del 2021. Quest’anno sono state registrate anche le grandinate estreme, che colpiscono sempre con maggiore intensità e frequenza campagne e centri urbani (nel 2021 si sono verificati 14 episodi legati a danni causati dalla grandine) e si è analizzato anche il problema della resilienza delle reti elettriche e ferroviarie. Dal 2010 ad oggi, infatti, a causa del maltempo si sono registrati 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 89 giorni di disservizi estesi sulle reti elettriche dovuti al maltempo.

 

Le buone pratiche – Il rapporto passa in rassegna una serie di buone pratiche, adottate all’estero e in diverse città italiane. Glasgow, per esempio, città scozzese che poche settimane fa ha ospitato la Cop26, ha puntato sull’ammodernamento del ciclo dell’acqua con misure per il contenimento degli eventi meteorologici, attraverso la realizzazione di un piano di drenaggio delle acque superficiali che usi le aree verdi. Tra gli esempi italiani ci sono Torino, che dopo Bologna e Ancona, il 9 novembre 2020 ha approvato il ‘Piano di Resilienza Climatica’, Padova che lo scorso 14 giugno ha approvato il ‘Nuovo Piano d’azione per l’energia sostenibile e il clima’ (Paesc), diventando la quarta realtà italiana a dotarsi di uno strumento specifico per il clima e Milano che sta mettendo in atto una serie di progetti innovativi nei campi dell’housing sociale, della rigenerazione urbana, della smart city e della prevenzione dai rischi idrogeologici e in prima linea negli investimenti per i tetti verdi.

 

di Luisiana Gaita

 

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/23/trombe-daria-alluvioni-e-caldo-record-in-italia-e-escalation-di-eventi-meteorologici-estremi-ma-siamo-gli-unici-in-ue-senza-un-piano-di-adattamento-al-clima/6402168/

 

Via libera alla riforma della Politica agricola comune

La plenaria dell'Europarlamento ha approvato i tre regolamenti che compongono la riforma della Politica agricola comune. Contrari i Verdi e parte della Sinistra, il regolamento sui piani nazionali ha avuto l'ok con 452 voti favorevoli, 178 contrari e 57 astensioni, il regolamento "orizzontale" 485 voti favorevoli, 142 contrari e 61 astensioni e quello sull'organizzazione comune dei mercati 487 voti favorevoli, 130 contrari e 71 astensioni. I socialisti francesi e tedeschi hanno votato contro il primo regolamento. Dopo un passaggio formale in Consiglio, prima della fine dell'anno, la nuova Pac entrerà in vigore il 1 gennaio 2023.

 

L' elemento principale di novità della nuova politica agricola comune, con un budget complessivo di 242 miliardi per il 2023-27, è il ruolo degli Stati, chiamati a presentare un piano strategico per lo sviluppo dell'agricoltura nazionale secondo obiettivi Ue comuni su ambiente, economia e società. Entro dicembre i Ventisette dovranno inviare a Bruxelles i piani, che dovranno essere valutati dalla Commissione.

 

Sul fronte ambientale, i paesi sono chiamati a vincolare il 25% del bilancio degli aiuti diretti e il 35% della spesa del fondo per lo sviluppo rurale a misure ambientali e climatiche. Sul fronte economico, la riforma conferma la distribuzione degli aiuti per ettaro ma accelera il processo di convergenza del valore dei titoli sia tra paesi Ue che all'interno dello stesso paese. Dal punto di vista sociale, si afferma per la prima volta il principio che condiziona gli aiuti Pac alla tutela del lavoratori.

 

Fonte: https://www.ansa.it/europa/notizie/qui_europa/2021/11/23/via-libera-alla-riforma-della-politica-agricola-comune_0de3c4c4-70b2-4bf2-9027-b539b7149043.html