Tassonomia Ue, cosa è stato già deciso: dai trasporti alle rinnovabili. E la “pecca” foreste

Dal primo gennaio 2022 è operativo il primo Atto delegato della Commissione europea sulla tassonomia. Al suo interno si trovano le indicazioni su quali settori e attività economiche sono compresi nella tassonomia stessa e quali sono i criteri tecnici per considerarli allineati agli obiettivi della mitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento ai cambiamenti climatici.

 

Vi avrebbero dovuto far parte anche gas e nucleare, ma le difficoltà nel trovare un accordo hanno spinto Bruxelles a stralciarle dal documento e a discuterne separatamente con gli Stati membri elaborando un Atto delegato complementare, atteso per il 21 gennaio. Proprio questa mattina sul Financial Times si apprende che il gruppo di scienziati consultati dall’Unione europea ha criticato la scelta della Commissione di dare al gas e al nucleare l’etichetta green, secondo le anticipazioni diffuse negli scorsi giorni (e in cui anche l’Italia ha avuto il proprio ruolo)

 

Stesso destino per l’agricoltura: in questo caso, tutto rimandato al prossimo Atto delegato. Mentre tutti guardano alla “partita” sull’energia, EconomiaCircolare.com sceglie dunque di fare il punto su un’altra tassonomia, quella relativa alla mitigazione e all’adattamento, che è già stata approvata. Ecco cosa prevede.

 

Cosa cambia per aziende, banche e fondi di investimento

L’Atto delegato su mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici comprende settori importanti come i trasporti, inclusi quelli marittimi, l’edilizia, il manifatturiero, le biomasse e le fonti di energia rinnovabili. Messi insieme coprono il 40 per cento delle attività delle società quotate e valgono l’80 per cento delle emissioni di gas serra dell’Unione europea.

 

I criteri elaborati nell’Atto delegato permetteranno alle aziende finanziarie e non finanziarie di capire quanto siano in linea con gli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici e di adattamento agli stessi. “Questo favorirà il finanziamento delle attività a bassa impronta di carbonio e combatterà il greenwashing”, è stato il commento della commissaria per i servizi finanziari Mairead McGuinness.

 

Anche se le prime verifiche sull’attuale grado di allineamento alla tassonomia delle attività e dei portafogli di investimento delle imprese per quanto riguarda i criteri climatici hanno evidenziato quanto sia in generale basso (tra l’1 per cento e il 5 per cento, con zero allineamento per molte imprese e portafogli di investimento).

 

Le reazioni al primo Atto delegato

Il risultato raggiunto nel primo Atto delegato è stato apprezzato dai tecnici della piattaforma della finanza sostenibile, che hanno collaborato con la Commissione nella stesura del documento, e dalle associazioni ambientaliste. Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia del WWF, lo definisce un “grande passo in avanti”. Mentre per quanto riguarda i trasporti Luca Bonaccorsi, dell’ong Transport&Enviroment e membro della piattaforma per la finanza sostenibile, sostiene sia una decisione “visionaria”.

 

Unica “pecca”, non da poco: le biomasse e la gestione delle foreste. Qui gli umori cambiano notevolmente. Bonaccorsi parla senza mezzi termini di “scandalo”, ma dichiarazioni dure sono arrivate da tutte le associazioni ambientaliste, tra cui lo stesso WWF. Ecco cosa prevede nel dettaglio l’Atto delegato in questi due settori chiave. Basti pensare che solo i trasporti contribuiscono per quasi il 26 per cento delle emissioni di gas a effetto serra totali dell’Unione europea.

 

Il settore dei trasporti: obiettivo emissioni zero

Partiamo dagli aspetti positivi. “Sul settore dei trasporti è una tassonomia che guarda al futuro e afferma un concetto fondamentale: l’unica auto verde possibile è quella a zero emissioni”, commenta Luca Bonaccorsi. In pratica, dal 2026 solo le auto a batteria elettrica oppure a idrogeno potranno ottenere la patente “green”.

 

“Un bel colpo alla Fiat e a tutti i produttori che negli ultimi anni non hanno investito seriamente nell’elettrico e hanno pochi modelli adatti”, aggiunge l’esperto di T&E. Infatti, le auto ibride plug-in saranno considerate green solo fino al 2025, “quindi alcune case automobilistiche rischieranno di essere verdi al 2-3 per cento”, avverte Bonaccorsi.

 

E lo stesso accadrà con i camion: “Sono tutti fuori dalla tassonomia, visto che l’unico camion riconosciuto verde è elettrico o ibrido”. Il fatto è che attualmente i camion di questo tipo sono pochi. “Solo Volvo è avanti nella ricerca di camion a basse emissioni, Iveco e Daimler sono usciti per la prima volta sul mercato solo nell’autunno 2021”, spiega l’esperto di T&E. Un serio problema per l’Italia, dove il trasporto merci avviene principalmente su ruota.

 

E non è l’unico. Basti pensare che nel 2021, in base ai dati forniti dagli operatori del settore, in Italia c’erano 24.794 colonnine di ricarica per 47mila auto elettriche. Considerando l’impennata di vendite attesa nel futuro (già rispetto al 2020 la crescita è stata del 168 per cento) il pericolo è che il mercato non sarà in grado di assorbire un numero elevato di auto a batteria per l’assenza di punti di ricarica.

 

Il problema degli autobus a gas e delle navi

Dove, invece, è mancato coraggio alla Commissione europea, secondo Bonaccorsi, è nel trasporto pubblico urbano. “Inizialmente – racconta – era considerato green solo se a zero emissioni, poi sono stati inseriti gli autobus a gas: ma si tratta dell’ennesimo combustibile fossile, con trascurabile riduzione degli inquinanti e dei gas climalteranti”, sostiene il membro di T&E.

 

Lo stesso si può dire per il trasporto marittimo, sia per quanto riguarda i cargo sia le navi da crociera. “Tutte le navi che usciranno dai cantieri entro la fine del 2025 saranno green”, spiega Bonaccorsi. “Potete immaginare quanto catrame bruci per muoversi una nave intercontinentale”, sottolinea.

 

Mentre dal 2026 saranno green solo le navi a zero emissioni. Che ancora, però, non esistono. Insomma, l’Atto delegato su questo aspetto è poco chiaro e la Commissione europea stessa si è resa conto siano necessari degli aggiustamenti. Già dal prossimo anno le regole verranno riviste e probabilmente andranno nella direzione di prevedere un periodo di transizione più ragionevole.

 

Lo “scandalo” delle foreste

L’errore più vistoso contenuto nel primo Atto delegato sulla tassonomia, secondo i tecnici della piattaforma per la finanza sostenibile e le associazioni ambientaliste, riguarda però il settore della gestione delle foreste e della selvicoltura e le biomasse. “In pratica si può tagliare e abbattere alberi senza restrizioni, in base a criteri completamente al di fuori di ogni valutazione scientifica. Con il serio rischio di compromettere la biodiversità e danneggiare il clima”, accusa Mariagrazia Midulla.

 

Insomma, senza pericolo di estremizzare: chi produce pellet sarà considerato alla pari di un’azienda di pannelli solari, a patto rispetti alcune limitazioni sulla deforestazione che secondo le associazioni ambientaliste definire “generose” è un eufemismo. Mentre sono giudicate insufficienti le misure per la protezione dei boschi. Tanto che le ong, durante i lavori, sono uscite per un mese dalla piattaforma per la finanza sostenibile in segno di protesta.

 

L’Atto delegato, per come è stato approvato, di fatto classifica il disboscamento industriale e l’utilizzo di legname per scopi energetici come investimenti sostenibili. Nonostante siano evidentemente due attività dannose, come ricorda Bonaccorsi: “La lotta ai cambiamenti climatici si fa con la riduzione delle emissioni e con l’aumento dei sink, tutto ciò che assorbe il carbonio. Quando si taglia una foresta e si brucia legname avviene esattamente l’opposto, si riducono i sink e aumentano le emissioni”, spiega.

 

Eppure, nelle considerazioni che precedono il regolamento dell’Atto delegato la Commissione europea era stata chiara nell’individuare gli obiettivi. “Per raggiungere la neutralità climatica e godere di un ambiente sano – si legge nel documento – occorre incrementare la qualità e la quantità delle superfici forestali, che rappresentano il principale pozzo di assorbimento del carbonio nel settore dell’uso del suolo”.

 

Dietro la decisione una lobby influente e “aggressiva”

Niente di tutto ciò si ritrova nell’Atto delegato nella pratica, è l’accusa mossa a Bruxelles. A finire sul banco degli imputati è il comportamento aggressivo delle potenti lobby svedesi e finlandesi del legname, che hanno trovato il sostegno dei loro Paesi e hanno stravolto questa parte del regolamento.

 

Il governo finlandese, in fase di trattativa, ha contestato i criteri tecnici della tassonomia per la gestione delle foreste, ritenendoli “ambigui” e “aperti a diverse interpretazioni”. Del resto, la selvicoltura rappresenta il 20 per cento delle esportazioni finlandesi. La Svezia si è immediatamente allineata, dati gli interessi comuni, visto che si tratta della terza industria forestale al mondo.

 

Una tassonomia rigorosa avrebbe indubbiamente reso più difficile accedere ai fondi per gli investimenti forestali e rappresentato un freno alle attività economiche ed energetiche che ruotano intorno alla selvicoltura. Perciò i governi di Finlandia e Svezia hanno lavorato per trovare alleati tra i Paesi con vaste risorse naturali e bassa densità di popolazione, sostenendo venissero maggiormente danneggiati dalla tassonomia, con cui fare pressioni sulla Commissione europea per modificare le regole.

 

Le biomasse: il pericolo di applicare solo criteri produttivi

Lo stesso è avvenuto per quanto riguarda le biomasse. La Finlandia è riuscita a creare un fronte, composto da Svezia, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia e Polonia, per chiedere alla Commissione europea di riconoscerle come “cruciali per i mix energetici dei Paesi”. Indebolendo così la tassonomia.

 

“Se si tratta di aziende agricole che utilizzano i residui di lavorazione in piccole centrali a biomassa è una soluzione per produrre energia a chilometro zero senza controindicazioni”, premette Midulla del WWF. Diverso è il discorso per le coltivazioni di soia al solo scopo di produrre biocarburanti oppure le piantagioni di alberi a rapida crescita per avere legname. “In entrambi i casi – spiega Midulla – dal punto di vista ecologico hanno scarso valore perché non contribuiscono alla biodiversità e non è neppure detto che il bilancio nell’assorbimento di carbonio sia in attivo”.

 

Senza contare quanto siano fragili queste piantagioni, come hanno dimostrato i recenti casi in cui sono state spazzate via dalle tempeste di vento a causa della debolezza delle radici. Mentre le foreste hanno un altissimo valore ecologico e contribuiscono alla biodiversità grazie al sottobosco, dove si trovano gli alberi morti.

 

“Applicare criteri strettamente produttivi alla biodiversità e non proteggere adeguatamente le foreste è pericoloso”, mette in guardia la responsabile clima ed energia del WWF. Secondo Midulla, il rischio è andare incontro a situazioni come in Asia, in cui le foreste sono state abbattute per fare posto a coltivazioni vantaggiose dal punto di vista economico ma non ecologico.

 

Per fortuna, non è ancora detta l’ultima parola. L’Atto delegato contiene una clausola sia per le biomasse sia per le foreste che permette una revisione e un aggiornamento dei criteri basandosi su dati scientifici. Cosa che sicuramente avverrà, secondo gli ambientalisti, perché così come è stata elaborata questa sezione dell’Atto delegato è inadeguata agli obiettivi climatici del Green Deal.

 

di Tiziano Rugi

 

Fonte: https://economiacircolare.com/tassonomia-mitigazione-adattamento-trasporti-foreste/

L’ambiente della disinformazione online

In che modo le tecnologie digitali stanno cambiando il modo in cui le persone interagiscono con le informazioni? Quali tecnologie sono in grado di fabbricare e rilevare la disinformazione? E quale ruolo deve svolgere la tecnologia nella creazione di un ambiente informativo migliore? Sono queste le domande – sempre più importanti – alle quali ha cercato di rispondere il rapporto “The online information environment –  Understanding how the internet shapes people’s engagement with scientific information” pubblicato oggi dalla Royal Society (una delle più antiche istituzioni scientifiche del mondo) e che fornisce una panoramica di come Internet è cambiato e continua a cambiare, il modo in cui la società utilizza l’informazione scientifica e come può influenzare il comportamento decisionale delle persone: dai vaccini ai cambiamenti climatici.

 

Il rapporto evidenzia le principali sfide per la creazione di un ambiente informativo online davvero sano e formula una serie di raccomandazioni per i responsabili politici, gli accademici e le piattaforme online.

 

In che modo le tecnologie digitali stanno plasmando le informazioni che le persone incontrano? Secondo la Royal Society, «I modelli di consumo delle informazioni stanno cambiando: le persone guardano sempre più all’ambiente online per le notizie e i motori di ricerca e le piattaforme dei social media svolgono un ruolo sempre più importante nel plasmare l’accesso alle informazioni e la partecipazione ai dibattiti pubblici. Le nuove tecnologie e l’utilizzo dei dati stanno plasmando questo ambiente informativo online, sia attraverso micro-targeting, filter bubbles o sofisticati testi sintetici, video e immagini. Queste tecnologie hanno un grande potenziale e sono già utilizzate in una vasta gamma di contesti, dall’intrattenimento all’istruzione. Allo stesso tempo, crescono le preoccupazioni riguardo alle nuove forme di danno online e all’erosione della fiducia che queste potrebbero consentire».

 

Anche se la disinformazione non è certamente un problema nuovo e l’incertezza e il dibattito fanno intrinsecamente parte della scienza: La sisinformazione sull’AIDS circola ancora oggi e la convinzione errata in un legame tra il vaccino MPR e l’autismo proveniva da un documento accademico pubblicato (e successivamente ritirato), mentre le credenze diffuse e non evidenti sul danno della fluorizzazione dell’acqua erano veicolate dai giornali da gruppi di pressione e dal passaparola.

 

Però, il nuovo rapporto evidenzia che «Internet ha drasticamente ingrandito la velocità e la scala con cui le informazioni di scarsa qualità possono diffondersi» e che «La disinformazione online su questioni scientifiche, come il cambiamento climatico o la sicurezza dei vaccini, può danneggiare gli individui e la società».

 

Ma per la Royal Society  «Censurare o rimuovere contenuti imprecisi, fuorvianti e falsi, condivisi inconsapevolmente o deliberatamente, non è un proiettile d’argento e può minare il processo scientifico e la fiducia dell’opinione pubblica. Al contrario, è necessario concentrarsi sulla costruzione della resilienza contro la disinformazione dannosa tra la popolazione e sulla promozione di un ambiente informativo online “sano”».

 

Frank Kelly FRS, professore di matematica dei sistemi allo Statistical Laboratory dell’università di Cambridge e a capo del team che ha redatto il rapporto, ha ricordato che «La scienza è sull’orlo dell’errore e la natura dello sforzo scientifico di frontiera significa che c’è sempre incertezza. Nei primi giorni della pandemia, la scienza è stata troppo spesso dipinta come assoluta e in qualche modo come qualcosa di cui non ci si può fidare quando si corregge, ma il pungolo e la verifica della conoscenza ricevuta sono parte integrante del progresso della scienza e della società. Questo è importante da tenere a mente quando si cerca di limitare i danni d fatti dalla disinformazione scientifica alla società. Reprimere le affermazioni al di fuori del consenso  maggioritario può sembrare auspicabile, ma può ostacolare il processo scientifico e costringere i contenuti genuinamente dannosi alla clandestinità».

 

Ma non tutti sono d’accordo con questa visione, in particolare i ricercatori esperti nel tracciare il modo in cui la disinformazione si diffonde online e come danneggia le persone.

 

Il Center for Countering Digital Hate (CCDH) sostiene che «Ci sono casi in cui la cosa migliore da fare è rimuovere i contenuti quando sono molto dannosi, chiaramente sbagliati e si diffondono molto ampiamente». E fa l’esempio di Plandemic, un video che è diventato virale all’inizio della pandemia, facendo affermazioni pericolose e false per spaventare le persone e allontanarle dai metodi davvero efficaci per ridurre i danni del virus, come vaccini e mascherine, e che alla fine è stato rimosso.

 

Le social media companies erano meglio preparate per il sequel del video, Plandemic 2, che, dopo che era stato bloccato sulle principali piattaforme, non potendo avere la stessa diffusione del primo video, è sparito presto dai social network.

 

L’Institute for Strategic Dialogue, un think tank che monitora l’estremismo, afferma che «La ricerca ha dimostrato che un piccolo gruppo di account che diffondono disinformazione ha un’influenza sproporzionata sul dibattito pubblico sui social media. Molti di questi account sono stati etichettati in più occasioni dai fact-checkers come condivisione di contenuti falsi o fuorvianti, ma rimangono attivi».

 

La Royal Society non ha indagato sulla rimozione dei resoconti di “influencer” che sono divulgatori particolarmente prolifici di disinformazione dannosa. Ma questo è visto come uno strumento importante da molti esperti di disinformazione e la ricerca sulla propaganda sui social network dello Stato Islamico/Daesh e sull’estrema destra   suggerisce che può avere successo.

 

Quando David Icke, un prolifico divulgatore di disinformazione sul Covid e di teorie complottistiche antisemite,  è stato rimosso da YouTube, la sua capacità di raggiungere le persone con la sua disinformazione altamente tossica si è notevolmente ridotta. Mentre i suoi video sono rimasti sulla piattaforma di hosting video alternativa BitChute, le loro visualizzazioni sono scese in media da 150.000 di prima del divieto di YouTube a 6.711. Su YouTube, 64 dei suoi video erano stati visti 9,6 milioni di volte.

 

Una ricerca dell’Università di Cardiff ha scoperto che la de-platforming di Kate Shemirani, un’ ex infermiera britannica diventata una prolifica divulgatrice di disinformazione sul Covid, ha ridotto rapidamente la sua portata della sua influenza.

 

Rasmus Kleis Nielsen, direttore del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’università di Oxford, ha detto a BBC News: «E’ una questione politica. Quale equilibrio vediamo tra le libertà individuali e qualche forma di restrizione su ciò che le persone possono e non possono dire. Riconosco che, sebbene sia una parte relativamente piccola della dieta mediatica delle persone, la disinformazione scientifica può portare a danni sproporzionati. Ma, data la mancanza di fiducia nelle istituzioni, è un grande motore di disinformazione: Immagino che ci siano molti cittadini i quali vedrebbero confermati i peggiori sospetti su come funziona la società, se le istituzioni consolidate assumessero un ruolo maggiore nel limitare l’accesso delle persone alle informazioni».

 

Parallelamente alla pubblicazione del nuovo rapporto, la Royal Society  sta pubblicando una  blog series of weekly perspective pieces  che forniscono prese di posizioni personali da parte di figure di spicco su aspetti specifici che riguardano questo argomento: dai potenziali approcci normativi a quel che i media stanno facendo per combattere le fake news al ruolo delle istituzioni della conoscenza.

 

Il rapporto risponde ad alcune delle domande più comuni:

 

Cos’è la disinformazione scientifica? La disinformazione scientifica è definita come un’informazione che è presentata come effettivamente vera ma contrasta direttamente o è confutata da un consenso scientifico stabilito. Questo include concetti come la “disinformazione” che si riferisce alla condivisione deliberata di contenuti disinformanti.

 

Perché le persone condividono la disinformazione? Gli attori coinvolti nella produzione e diffusione di contenuti di disinformazione possono essere ampiamente classificati come attori intenzionali o non intenzionali e ulteriormente differenziati in base alla motivazione. Questi attori possono esistere in tutti i settori della società e spesso includono coloro che ricoprono posizioni di potere e influenza (ad esempio leader politici, personaggi pubblici e organi di informazione).

 

La Royal Society identifica 4 tipi di attori della disinformazione:

 

Buoni Samaritani: questi utenti producono e condividono inconsapevolmente contenuti di disinformazione. La loro motivazione è aiutare gli altri condividendo informazioni utili che ritengono vere. Esempi di questo potrebbero includere la condivisione inconsapevole di un trattamento sanitario inefficace o di un programma elettorale impreciso.

 

Profiter: questi utenti condividono consapevolmente contenuti di disinformazione o sono ambivalenti sulla veridicità del contenuto. Il consumo dei loro contenuti produce un profitto per loro e un maggiore coinvolgimento degli altri utenti si traduce in un maggiore profitto. Gli esempi includono scrittori di organi di informazione esplicitamente falsi pagati direttamente su un account Google Ads, aziende che vendono trattamenti sanitari fraudolenti e creatori di contenuti video che traggono profitto dalle entrate pubblicitarie. Il profitto, in questo contesto, non è limitato al valore monetario e può includere altre forme di guadagno personale (es. più voti o maggiore visibilità).

 

Operatori coordinati per influenzare: questi utenti producono e condividono consapevolmente contenuti di disinformazione. La loro motivazione è influenzare l’opinione pubblica in un modo che andrà a beneficio dell’agenda della loro organizzazione, industria o governo. L’obiettivo è convincere i consumatori di una storia alternativa o minare la fiducia nelle istituzioni affidabili. Gli esempi includono la pubblicazione con successo di articoli di opinione politica da parte di un esperto “costruito” su testate giornalistiche online affidabili e l’utilizzo di account di social media automatizzati (bot) per promuovere il negazionismo climatico. Attenzione agli hacker: questi utenti producono e condividono consapevolmente contenuti di disinformazione. La loro motivazione è la gioia personale. A volte indicati come “trolling”, questi utenti escogitano contenuti stravaganti o divisivi e adottano misure per massimizzare l’attenzione su di loro. Gli esempi includono l’invio di messaggi ai talk show tradizionali nella speranza che leggano i loro contenuti in onda, ingannare figure di alto profilo per fare in modo che ricondividano i contenuti sui loro account sui social media e condividendo teorie del complotto con telefonate e radio ignare (note come groyping).

 

Che cos’è la maliformazione? I contenuti genuini e non modificati possono essere condivisi senza contesto per fornire una narrativa fuorviante. Questo è facilitato nell’ambiente dell’informazione online in quanto i contenuti possono essere diffusi tra persone senza intermediari (ad esempio testate giornalistiche, funzionari governativi). Questa è stata definita “malinformazione”. Gli esempi includono la condivisione di immagini reali e l’affermazione che rappresentano qualcosa che non rappresentano. Possono anche comportare la condivisione di immagini di eventi diversi, in una data diversa, per creare una falsa narrativa e screditare chi viene preso di mira.

 

Cos’è un deepfake? Originati da un utente Reddit che ha condiviso video modificati di volti di celebrità messi in video pornografici, i deepfake si riferiscono a nuovi contenuti audio e/o video prodotti utilizzando tecniche di intelligenza artificiale come i generative adversarial networks (GANs), I GANs coinvolgono due reti neurali in competizione l’una contro l’altra: una crea contenuti falsi e l’altra cerca di rilevarli. I GANs possono essere addestrati utilizzando immagini, suoni e video del target. Il risultato è un “nuovo” contenuto audio e/o visivo modificato in modo convincente. I deepfake possono comportare la rappresentazione di individui che fanno o dicono cose che non hanno mai fatto o detto. Possono anche comportare la generazione di una nuova “persona”, un’immagine fissa di un nuovo volto da utilizzare nella creazione di un personaggio online fabbricato. La ricerca ha scoperto che la maggior parte delle migliaia di deepfake attualmente esistenti sono di natura pornografica, tuttavia altri esempi includono deepfake di politici, attivisti, celebrità e la regina Elisabetta.

 

Cosa sono gli shallowfakes? Una forma di contenuto di malinformazione, gli shallowfake si riferiscono a video che vengono presentati fuori contesto o modificati in modo grossolano. Questi effetti si ottengono utilizzando software di editing video o applicazioni per smartphone per modificare la velocità dei segmenti video o ritagliare clip insieme per omettere il contesto pertinente.

 

Che cos’è la provenance enhancing technology? Concentrandosi sulle origini del contenuto piuttosto che sul suo valore, le organizzazioni che sviluppano provenance enhancing technologies mirano a fornire ai consumatori di informazioni i mezzi per aiutarli a decidere se un contenuto è autentico e non manipolato. Questo si ottiene applicando i metadati del contenuto (ad es. mittente, destinatario, timestamp, posizione) per determinare chi lo ha creato, come è stato creato e quando è stato creato. Questo è l’obiettivo principale della Coalition for Content Provenance and Authenticity (un’iniziativa guidata da Adobe, ARM, BBC, Intel, Microsoft, TruePic e Twitter) che sta sviluppando una serie di specifiche tecniche sulla provenienza dei contenuti. Se sufficientemente abilitate, le piattaforme sarebbero in grado di affrontare o etichettare meglio i contenuti e le informazioni problematici e i consumatori saranno in grado di determinare la veridicità di un’affermazione, un’immagine o un video.

 

Cosa sono i bot? I bot sono account online preprogrammati che interagiscono e rispondono ai contenuti online in modo automatizzato. Assumono molte forme nell’ambiente informativo online. I chatbot possono agire come operatori del servizio clienti per grandi aziende (es. banche) o come falsi personaggi sulle piattaforme dei social media. Gli assistenti vocali riconoscono e rispondono verbalmente alle richieste vocali fatte da un utente a un dispositivo smart. I bot crawler svolgono attività amministrative di base per i proprietari, come l’indicizzazione di pagine Web o il contrasto di atti vandalici minori sui wikis. I traffic bots esistono per aumentare il numero di visualizzazioni di un contenuto online per aumentare le entrate derivanti dalla pubblicità online. Le applicazioni positive dei bot includono il loro uso per contrastare la disinformazione, per supportare le persone con disabilità e per diffondere aggiornamenti sulle notizie. Le applicazioni negative includono l’uso di bot per influenzare in modo ingannevole l’opinione pubblica, per sopprimere le notizie e per abusare delle persone.

 

Fonte: https://greenreport.it/news/comunicazione/lambiente-della-disinformazione-online/

Plastica e altri inquinanti chimici, la Terra ha superato la soglia di sicurezza planetaria

“L’umanità ha superato il confine planetario relativo agli inquinanti ambientali, compresa la plastica“. Una drammatica conferma che arriva da uno studio, svolto da un team di ricercatori internazionali e pubblicato su Environmental Science and Technology. L’inquinamento della Terra, causato da composti chimici e altri inquinanti ambientali come la plastica, ha superato ormai la soglia di sicurezza planetaria. E la situazione è destinata a peggiorare.

 

“Dal 1950 a oggi, la produzione di sostanze chimiche è aumentata di 50 volte. Si prevede che triplicherà ancora entro il 2050” – ha spiegato Patricia Villarubia-Gómez dello Stockholm Resilience Centre, una delle autrici dello studio – “Il ritmo con cui le società stanno producendo e rilasciando nuove sostanze chimiche e altre nuove entità nell’ambiente non è coerente con il rimanere all’interno di uno spazio operativo sicuro per l’umanità“.

 

Come se non bastasse, lo studio fa notare che la sola produzione di plastica, tra il 2000 e il 2015, è aumentata del 79%. Sul mercato globale, poi, esistono circa 350mila diversi tipi di prodotti chimici di sintesi, che includono plastica, pesticidi, prodotti chimici industriali, prodotti chimici nei prodotti di consumo, antibiotici e altri prodotti farmaceutici. “Tutte sostanze completamente nuove, create con attività umane con effetti in gran parte sconosciuti sul sistema Terra. Volumi significativi di queste nuove entità entrano nell’ambiente ogni anno“, rileva lo Stockholm Resilience Centre.

 

“Il tasso di comparsa di questi inquinanti nell’ambiente supera di gran lunga la capacità dei governi di valutare i rischi globali e regionali, per non parlare di controllare eventuali problemi potenziali“, spiega Bethanie Carney Almroth dell’Università di Göteborg, un’altra autrice dello studio. Sono diversi i ‘confini planetari’ già identificati in merito alle sostanze inquinanti, ora ne viene quantificato uno inedito su sostanze chimiche e plastica.

 

“Ci sono molti modi in cui le sostanze chimiche e la plastica hanno effetti negativi sulla salute del pianeta, dall’estrazione, al fracking e alla trivellazione per l’estrazione di materie prime, alla produzione e alla gestione dei rifiuti” – spiegano i ricercatori – “Alcuni di questi inquinanti possono essere trovati a livello globale, dall’Artico all’Antartide, e possono essere estremamente persistenti. Abbiamo prove schiaccianti di impatti negativi sui sistemi terrestri, inclusi la biodiversità e i cicli biogeochimici“.

 

Dai ricercatori arriva anche un monito: “Le materie plastiche contengono oltre 10mila sostanze chimiche, il loro degrado ambientale può creare nuove combinazioni di materiali e rischi ambientali senza precedenti. Il rilascio di inquinamento da plastica è destinato ad aumentare con l’aumento della produzione, la salute del sistema Terra è a rischio e servono azioni concrete. Dobbiamo lavorare per implementare un limite fisso alla produzione e al rilascio di sostanze chimiche“.

 

Un’altra ricercatrice dello Stockholm Resilience Centre, Sarah Cornell, offre anche uno spunto per una possibile soluzione: “Passare ad una economia circolare è davvero importante. Dobbiamo cambiare materiali e prodotti in modo da poterli riutilizzare senza sprecarli, ma anche progettare sostanze chimiche e prodotti per il riciclaggio. Serve anche uno screening migliore delle sostanze chimiche per verificarne la sicurezza e la sostenibilità lungo l’intero percorso di impatto nel sistema Terra“.

 

di Enrico Chillè 

 

Fonte: https://www.teleambiente.it/plastica_inquinanti_chimici_superata_soglia_sicurezza/

Energia: la Germania punta a usare solo fonti rinnovabili entro il 2035, ma non mancano le criticità

Decarbonizzare del tutto la produzione di elettricità entro il 2035, eliminando completamente l’uso delle fonti fossili: è quanto prevede il piano presentato la scorsa settimana dal neoministro tedesco dell’Economia e della protezione climatica, il verde Robert Habeck. Un progetto che passerà dall’espansione dell’utilizzo dell’eolico e da un potenziamento della strategia della Germania sull’idrogeno: scelte che rischiano però di suscitare il malumore tanto delle organizzazioni ambientaliste che delle aziende.

 

Habeck, che nel novo governo tedesco ricopre anche la carica di vice-cancelliere, ha annunciato le nuove misure martedì 11 gennaio, affermando che la neutralità climatica nel settore elettrico entro il 2035 è essenziale per raggiungere i target dell’accordo di Parigi (ovvero il contenimento a 1,5°C del riscaldamento terrestre rispetto al periodo pre-industriale), ed è “un obiettivo ambizioso che raggiungeremo”.

 

I provvedimenti di Habeck arrivano dopo che l’anno scorso il ministro aveva fissato il 2030 come data entro cui mettere fine all’uso del carbone, mentre già Angela Merkel – in seguito al disastro di Fukushima – aveva fissato la roadmap per l’uscita della Germania dal nucleare, sempre entro il 2030.

 

Gli obiettivi sull’eolico 

 

Per conseguire gli obiettivi indicati da Habeck, il nuovo governo tedesco punta a riconquistare il rapido ritmo di espansione dell’eolico terrestre che la Germania aveva fino a qualche anno fa. Per farlo, però, potrebbe doversi scontrare con l’azione dei gruppi di conservazione della natura.

 

Martedì 11, Habeck ha detto che intende riservare il 2% del territorio tedesco all’energia eolica terrestre attraverso una “legge sull’energia eolica”: una richiesta di lunga data dell’industria del settore, che ha reagito con entusiasmo: “L’Energiewende sta ruggendo di nuovo. La Germania vuole un’enorme espansione dell’eolico onshore”, ha affermato il CEO di WindEurope, Giles Dickson.

 

Anche Hermann Albers, presidente dell’associazione tedesca dei produttori di energia eolica WindEnergie, ha accolto favorevolmente le prole del ministro, spiegando che “un obiettivo vincolante deve essere definito e implementato in tutti gli stati federali”.

 

Berlino mira a portare i tassi di espansione dell’energia eolica ai massimi storici, sorpassando il picco del 2017 di quasi 5 GW di capacità aggiunta. “Il governo comprende perfettamente che ciò richiede autorizzazioni più rapide per nuovi parchi eolici”, ha affermato Dickson.

 

Uccelli contro turbine 

Ma per accelerare l’espansione dell’eolico terrestre, Habeck rischia lo scontro con gli interessi dei gruppi di conservazione.

 

I permessi per i nuovi parchi eolici, infatti, sono spesso ritardati dalle preoccupazioni sulla conservazione della natura e dalle azioni legali degli attivisti per la protezione degli uccelli, come ha scritto il braccio destro del vice-cancelliere, Patrick Graichen, nell’ottobre 2021.

 

“Poiché l’energia eolica è una delle tecnologie chiave per la protezione del clima e la transizione energetica, è importante conciliare la protezione delle specie e la sua espansione accelerata”, ha affermato Graichen.

 

Tuttavia, i nuovi obiettivi di Berlino per l’energia eolica potrebbero trovare sulla loro strada gli ambientalisti, che hanno dalla loro una legislazione dell’UE.

 

In base a quello che viene generalmente definito il “divieto di uccidere”, sancito dalla direttiva Uccelli e Habitat dell’UE, gli stati membri devono vietare:

 

“tutte le forme di cattura o uccisione deliberata [di uccelli in via di estinzione]”;

il “disturbo deliberato, ad es. durante la riproduzione, l’allevamento, il letargo e la migrazione”;

il “deterioramento o distruzione di siti di riproduzione o di riposo”;

la “distruzione deliberata di nidi o uova, o la raccolta, la raccolta, il taglio, lo sradicamento o la distruzione di piante protette in natura”;

“l’uso di tutti i mezzi indiscriminati di cattura o di uccisione in grado di causare la scomparsa locale e grave disturbo alle popolazioni di tali specie”;

“la custodia, il trasporto e la vendita di esemplari prelevati allo stato brado”.

Alcuni affermano che questa definizione relativamente ampia di ciò che costituisce “l’uccisione” degli uccelli ha già ostacolato l’espansione dell’energia eolica terrestre in Germania.

 

“Secondo lo stato attuale delle conoscenze, i progetti di energia eolica rappresentano un rischio astratto di uccisione, in particolare per i grandi uccelli e i rapaci”, si legge in un’analisi legale commissionata dall’ex think tank di Graichen, Agora Energiewende.

 

Specie importanti come il nibbio reale o l’aquila dalla coda bianca sono considerati sensibili ai parchi eolici. Poiché le turbine eoliche potrebbero tecnicamente uccidere specie così sensibili, sono necessarie distanze di sicurezza, il che rende i processi di pianificazione “complessi e difficili”, aggiunge l’analisi.

 

Cambiare la direttiva?

 

WindEurope ritiene che ciò potrebbe giustificare alcune modifiche alla direttiva. “I nuovi piani tedeschi per accelerare lo sviluppo eolico fino a 10 GW di vento onshore all’anno potrebbero richiedere una modifica della ‘Direttiva Uccelli e Habitat dell’UE'”, ha detto a EURACTIV Christoph Zipf, responsabile stampa e comunicazione di WindEurope.

 

L’approccio previsto dalla Germania, cioè l’introduzione di un aggregato di specie piuttosto che un’analisi individuale, potrebbe entrare in conflitto con la direttiva, ha spiegato.

 

Ma gli ambientalisti diffidano di qualsiasi tentativo di rivedere la direttiva dell’UE sulla protezione degli uccelli. “Nel complesso, NABU si oppone all’apertura delle direttive Habitat e Uccelli”, ha affermato Raphael Weyland, capo della protezione della natura dell’ufficio di Bruxelles di NABU, una ong tedesca per la conservazione.

 

Sebbene NABU miri a svolgere un ruolo costruttivo nell’accelerare la transizione energetica, “questo non deve essere a scapito della conservazione della natura: la crisi della natura è esistenziale quanto la crisi climatica”, ha affermato Weyland.

 

Le direttive dell’UE sulla protezione dell’avifauna sono state ritenute “adatte allo scopo” dalla Commissione europea solo pochi anni fa, e contengono molte esenzioni che la Germania potrebbe utilizzare in modo più ampio per sostenere l’espansione dell’energia eolica, ha aggiunto.

 

L’analisi giuridica di Agora Energiewende concorda con Weyland su questo punto. Nell’interesse dell’espansione dell’energia eolica “sarà necessario sfruttare maggiormente le possibilità di esenzione previste dalla legge europea sulla protezione delle specie”, si legge nel documento.

 

Idrogeno sì, ma non ‘blu’

 

Tra i piani del governo tedesco c’è anche quello di espandere enormemente l’ambizione della sua strategia nazionale sull’idrogeno. Tuttavia, l’idrogeno a base di gas fossile probabilmente non sarà incluso nei regimi di sussidio, nonostante le richieste dell’industria petrolifera e del gas.

 

L’idrogeno pulito è visto come un potenziale asso nella manica per decarbonizzare industrie come l’acciaio e i prodotti chimici, che non possono diventare completamente elettriche e hanno bisogno di combustibili ad alta densità di energia per generare calore ad alta temperatura per i loro processi industriali.

 

La Commissione europea afferma che l’idrogeno svolgerà un ruolo chiave per raggiungere gli obiettivi climatici dell’UE, e che il 24% della domanda globale di energia nel 2050 potrebbe essere soddisfatta con idrogeno pulito.

 

“Abbiamo bisogno di un massiccio aumento dell’idrogeno”, ha spiegato Habeck, aggiungendo che la sola industria siderurgica richiederebbe cinque volte più idrogeno di quanto attualmente previsto in tutti i settori.

 

Per raggiungere questo obiettivo, la Germania vuole raddoppiare la sua capacità di elettrolizzazione di idrogeno da 5 a 10 GW nel 2030. Habeck punta ad accelerare la produzione implementando rapidamente gli 8 miliardi di euro degli “Important Projects of Common European Interest” (IPCEI), istituendo schemi di sussidi aggiuntivi e offrendo alle aziende “Carbon Contracts for Difference” per ridurre i rischi dei loro investimenti.

 

Il quadro giuridico sarà inoltre adeguato per massimizzare la produzione, il trasporto e l’uso del cosiddetto idrogeno verde, che si ottiene scindendo le molecole d’acqua in ossigeno e idrogeno utilizzando elettricità rinnovabile.

 

“Siamo impegnati in questo anche a livello europeo”, ha detto il ministro, sulla base del ‘climate protection opening balance’, che individua l’istituzione di sistemi di certificazione come un aspetto della legislazione dell’UE in cui Berlino favorirà l’idrogeno verde.

 

La promessa dell’idrogeno blu

 

Tuttavia, la Germania non renderà disponibili sussidi per il cosiddetto ‘idrogeno blu’, che viene creato utilizzando gas fossile e sequestrando le emissioni di CO2 risultanti utilizzando la tecnologia della cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), ha affermato Graichen.

 

Per i sostenitori dell’idrogeno blu, il piano tedesco è difficile da leggere. I rappresentanti dell’industria petrolifera e del gas si sono espressi con forza a favore dell’idrogeno blu e persino la Commissione europea ha affermato che sarà necessario nella transizione verso un’economia dell’idrogeno completamente rinnovabile.

 

Secondo un rapporto del 2021 sponsorizzato dall’industria, la produzione di idrogeno basata sul gas naturale potrebbe far risparmiare all’Europa 2 trilioni di euro entro il 2050, perché può sfruttare l’infrastruttura del gas esistente.

 

Un altro argomento spesso avanzato dai sostenitori dell’idrogeno blu è che può aiutare a rompere il piccolo vizioso per cui la mancanza di produzione di idrogeno porta a una mancanza di domanda.

 

“Se vogliamo risolvere questo problema, è giunto il momento di entrare nell’economia dell’idrogeno, e ciò significherebbe accettare diverse forme di idrogeno”, ha spiegato il 13 gennaio Sigfried Russwurm, presidente dell’associazione industriale tedesca BDI.

 

Sulla strada per ottenere idrogeno verde al 100% “dobbiamo affrontare la realtà che queste quantità di idrogeno verde non sono né realistiche né disponibili oggi e negli anni a venire, poiché la crescita del mercato avverrà lentamente”, ha detto ai giornalisti.

 

La sua posizione è supportata dall’influente economista tedesca Veronika Grimm, membra del consiglio nazionale tedesco dell’idrogeno. “L’idrogeno verde non sarà realisticamente disponibile in modo tempestivo”, ha detto a EURACTIV. “L’idrogeno blu può essere una soluzione-ponte”.

 

Il problema con l’idrogeno blu

 

Ma nonostante tutti i suoi sostenitori, l’idrogeno blu fatica a scrollarsi di dosso il suo sporco segreto: il fatto che il gas fossile sia un materiale chiave nella sua creazione, con tutti i problemi che ciò comporta.

 

Il gas, importato principalmente da stati come la Russia, tende a fuoriuscire dai gasdotti e a provocare gravi impatti sul clima, poiché il metano è un potente gas serra.

 

“Dobbiamo ancora visitare un paese che non ha una quantità allarmante di inquinamento da metano che fuoriesce dagli impianti di petrolio e gas”, ha affermato Jonathan Banks della Clean Air Task Force, una ong ambientalista.

 

L’ultimo colpo è arrivato con la crisi energetica europea, che ha visto i prezzi del gas salire a livelli record dopo l’estate. Poiché l’idrogeno blu si basa sul gas, il forte aumento dei prezzi ha dimostrato che di conseguenza è esposto alla volatilità del mercato.

 

“Penso che per un investitore, l’idrogeno blu sembrerà molto rischioso”, ha spiegato Tom Baxter, co-fondatore del think tank Hydrogen Science Coalition.

 

Aggiungendo poi i dubbi sulla tecnologia CCS, molti analisti e ricercatori sono scettici sull’economicità dell’idrogeno blu.

 

“Troviamo che le emissioni dei sistemi di produzione di idrogeno a base di gas o carbone potrebbero essere sostanziali anche con CCS, e che il costo della tecnologia CCS è superiore a quanto spesso si pensa”, scrive uno studio di gennaio pubblicato su Applied Energy.

 

Infine, vi sono preoccupazioni sul fatto che il supporto all’idrogeno blu possa creare un effetto di blocco nelle infrastrutture dei combustibili fossili. “Una volta che hai investito nell’idrogeno blu, gli investimenti sono fermi lì per 30 anni”, ha affermato Baxter. Di conseguenza, l’idrogeno blu “non è un trampolino di lancio”: “l’idrogeno blu non si spegnerà quando arriverà l’idrogeno verde.”

 

Fonte: https://euractiv.it/section/energia/news/energia-la-germania-punta-a-usare-solo-fonti-rinnovabili-entro-il-2035-ma-non-mancano-le-criticita/

 

 

 

Governo e MITE sbagliano strategia, così non si risolve né crisi climatica né caro-bollette

WWF, Greenpeace, Legambiente e Kyoto Club esprimono forte preoccupazione per le anticipazioni e dichiarazioni sulle misure per far fronte al caro bolletta, apparentemente volte più a sottrarre risorse alle fonti rinnovabili e all’innovazione che ad affrontare alla radice il problema. In attesa delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri, le organizzazioni ambientaliste sottolineano che, nonostante la crisi gas sia in atto da mesi, tuttora i ragionamenti posti in essere rischiano di ritardare la decarbonizzazione, sviliscono il mercato delle rinnovabili e non puntano sul risparmio di energia, anche con misure straordinarie di coinvolgimento della popolazione, come fu fatto negli anni ‘70.

 

Il tutto senza fronteggiare davvero la questione dell’aumento dei prezzi della materia prima gas, che non può assolutamente essere superata con le irrisorie e diseconomiche riserve nazionali. Il modo in cui è affrontato il tema degli extra profitti evidenzia uno strabismo contro le rinnovabili. Chi estrae gas e petrolio in Italia sta già intascando enormi extraprofitti, visto che le royalties sono irrisorie. Gli stessi produttori che continuano anche a fare extra-profitti sul gas che estraggono in molte parti del mondo e per i quali non si sono nemmeno considerate misure compensative.

 

Aumentare il ricorso allo scarso gas nazionale non ha benefici sui prezzi anzi se si volesse fare una vera “Robin Tax” andrebbero aumentate le royalties di estrazione del gas in Italia, visto che oggi sono assolutamente ridicoli i canoni pagati da chi estrae.

 

Le rinnovabili si dovrebbero sviluppare massicciamente non solo per attuare la decarbonizzazione, ma anche perché sarebbero la soluzione migliore proprio per contrastare il caro-bolletta. Invece sono ancora ferme al palo: i 400 MW sbloccati dal ministro Cingolani rappresentano appena un 5% di quanto occorrerebbe fare annualmente per conseguire gli obiettivi comunitari al 2030.

 

Particolarmente grave è l’intervento di prelievo delle risorse ETS, perché sono le risorse che le Direttive europee prevedono siano destinate all’innovazione e alle politiche di decarbonizzazione. Spostare risorse dalle politiche per il clima in Italia e all’estero da questi investimenti alla riduzione delle bollette è una scelta del Governo italiano sbagliata e miope.

 

Il sistema ETS si fonda sul principio del “chi inquina paga”, ma a oggi la metà dei proventi vanno alla fiscalità generale e il resto al MITE e al MISE senza una evidenza dell’impatto della spesa nella decarbonizzazione. Parte dei fondi sono addirittura stati destinati ai settori energivori, peraltro ampiamente esentati dalle quote ETS, e che quindi usufruiscono di un sistema “chi inquina viene pagato” di dubbia natura; discorso analogo alla copertura degli oneri per i nuovi entranti. Sarebbe ora che finalmente i proventi delle aste ETS diventassero uno strumento della decarbonizzazione e della giusta transizione e che si faccia chiarezza su come sono stati spesi i fondi sino a oggi.

 

La decarbonizzazione ha bisogno di investimenti strutturali, le risorse ETS erano pensate per questo, uscirà più forte dalla crisi chi avrà saputo tenere il timone nella giusta direzione.

 

Il grande assente in tutti i discorsi del governo è il risparmio e l’efficienza. A fronte di una crisi energetica si deve rispondere con azioni collettive di risparmio, manca invece completamente una azione pubblica di richiamo al risparmio che sarebbe componente essenziale per fronteggiare una crisi energetica, come attuato nella crisi petrolifera degli anni ‘70.

 

Non si può pensare di fronteggiare una crisi energetica con politiche di spesa pubblica generalizzata, ma occorrono risparmi e interventi selettivi per i più vulnerabili sia nelle famiglie che nelle imprese. Per le prime occorrerebbe puntare a una copertura dei costi solo per le fasce davvero meno abbienti ed entro un certo limite di consumo. Per le seconde, incentivare i consumi energetici equivale a penalizzare chi ha investito in efficienza energetica negli ultimi anni e, grazie a questo, risulta più competitivo. Meccanismi di aiuto e supporto alle imprese, anche contingenti, devono essere costruiti per i settori più in difficoltà tenendo conto delle dinamiche dei mercati di riferimento. Incentivare i consumi è un sussidio al gas, aiutare le imprese è la capacità di fare crescere il paese nel ripetersi delle crisi.

 

Fonte: https://www.ecodallecitta.it/energia-ambientalisti-governo-e-mite-sbagliano-strategia-cosi-non-si-risolve-ne-la-crisi-climatica-ne-il-caro-bollette/

 

 

 

 

Insetti nel piatto, sostenibili ma disgustosi per molti

Dovremo davvero dimenticare le bistecche per far posto agli insetti? Il 2050 si avvicina, la popolazione mondiale continua ad aumentare e l’allevamento di animali è uno dei grandi imputati dell’inquinamento ambientale. Sembra che gli insetti siano un’alternativa possibile e sostenibile, tanto che molti li considerano le proteine del futuro.

 

Milioni di persone nel mondo mangiano insetti

Forse non arriveranno a sostituire gli animali da fattoria, ma gli insetti saranno sicuramente meno impattanti sulla salute del Pianeta. In molte parti del mondo le persone mangiano gli insetti e li ritengono pure una ghiottoneria, in Occidente c’è ancora una forte resistenza. I più aperti alle novità sostengono che non ci sia molta differenza tra mangiare insetti e mangiare gamberi, granchi o altri crostacei.

 

Jacek Jaczynski, Yong-Lak Park e Kristen Matak – docenti nella West Virginia University degli Stati Uniti – hanno studiato le proprietà nutrizionali delle proteine contenute nelle polveri di pupe di grillo, locuste e bachi da seta allo scopo di sviluppare nuove tecniche di isolamento delle proteine.

 

Gli studiosi hanno già brevettato una tecnica di isolamento delle proteine, utile per capire se e come utilizzarle nei prodotti per l’alimentazione umana.

 

Ad esempio, il latte contiene acqua, grassi, carboidrati, vitamine, minerali e varie proteine come caseina e siero di latte. Le proteine del siero di latte possono essere isolate selettivamente attraverso vari processi che rimuovono acqua, grassi, carboidrati, etc. per arrivare a proteine del siero di latte purificate e concentrate. Queste proteine concentrate sono aggiunte agli alimenti per conferire un maggiore contenuto proteico.

 

Riducendoli in farina si supera il disgusto

La ricerca applica lo stesso principio alle proteine contenute negli insetti, ovvero vuole estrarre selettivamente elementi nutrienti, come proteine e lipidi, con l’obiettivo di individuare un’alternativa proteica per l’alimentazione umana. Ovviamente l’allevamento di insetti deve avere anche una sostenibilità economica, sennò non avrebbe senso.

 

Gli insetti commestibili e le farine di insetti possono contenere proteine alternative a quelle della carne perché sono ricchi di proteine e contengono tutti gli amminoacidi essenziali.

 

L’istintivo disgusto all’idea di mangiare insetti è un dato di fatto, almeno nei Paesi occidentali: la soluzione è trasformarli in farine da aggiungere tra i vari ingredienti dei preparati alimentari.

 

Sono già disponibili in commercio dei prodotti (barrette, biscotti) che contengono polvere di insetti, infatti le farine fatte con insetti essiccati e ridotti in polvere sono simili alle farine di cereali o alle polveri di origine vegetale; tra l’altro, gli insetti ridotti in polvere si conservano più a lungo.

 

Numerosi vantaggi

Jaczynski, Park e Matak trovano vari argomenti a favore per inserire gli insetti nei nostri menù. Allevarli richiede meno acqua e suolo rispetto a una mucca o a un maiale; hanno una vita breve e si riproducono in fretta (in 45 giorni gli insetti diventano commestibili, mentre per gli animali da fattoria il ciclo va da 4 a 36 mesi); mangiano poco; il contenuto proteico è simile (un particolare tipo di cavalletta ha le stesse proteine dei maiali e delle mucche); più di 2mila specie di insetti sono già stati classificati adatti al consumo umano.

 

Se poi le persone continuassero ad essere riluttanti, gli insetti andrebbero benissimo per l’alimentazione animale.

 

Perciò, da qualunque parte si affronti il tema degli insetti, la sostenibilità sarebbe assicurata e darebbero un contributo rilevante a combattere la fame e la malnutrizione nel mondo.

 

di Isabella Ceccarini

 

Fonte: https://www.rinnovabili.it/agrifood/insetti-nel-piatto-sostenibili-ma-disgustosi-per-molti/