Clima, gli ultimi 5 anni i più caldi dal 1880: “Colpa dell’emissione dei gas serra”

Gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi dal 1960 mentre gli ultimi cinque sono stati i peggiori dal 1880, cioé da quando vengono fatte le rilevazioni scientifiche. Non solo. L'alto livello di emissioni di gas serra alimenta il global warming e di questo passo nel 2020, ma anche oltre sono attesi molti eventi meteo estremi. E' l'allarme delle agenzie americane specializzate Nasa e Noaa e del World meteorological organization dell'Onu che emerge dopo il monitoraggio delle temperature del Pianeta nel 2019, che si è rivelato il secondo anno più caldo, dopo il 2016.

 

Il decennio concluso è il più caldo mai registrato

Negli ultimi dodici mesi, le temperature sono state 0,98 gradi centigradi più calde rispetto alla media del 1951-1980, secondo gli scienziati del Goddard Institute for Space Studies (Giss) della Nasa di New York. "Il decennio appena concluso è chiaramente il più caldo mai registrato", commenta il direttore del Giss Gavin Schmidt osservando che "ogni decennio dagli anni '60 è stato chiaramente più caldo di quello precedente". Quindi, si tratta di un fenomeno persistente ricondotto alle emissioni di gas inquinanti provocate dalle attivita' umane.

 

Gli aumenti negli ultimi 140 anni

Negli ultimi 140 anni, la temperatura media globale della superficie terrestre è aumentata e ora "di circa 1,1 gradi centigradi al di sopra di quella della fine del 19/o secolo. Siamo diretti verso un aumento della temperatura dai 3 ai 5 gradi entro la fine del secolo" rispetto al periodo preindustriale, assicura il segretario generale dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) Petteri Taalas. "Anche il calore dell'oceano è al livello record", ammonisce Taalas richiamando l'allarme lanciato nel novembre scorso dal rapporto "Emission gap 2019" dell'Agenzia per l'ambiente dell'Onu secondo cui le emissioni di gas serra sono aumentate dell'1,5% all'anno nell'ultimo decennio. Fra gli eventi estremi del 2019, gli scienziati indicano, tra gli altri, gli incendi in Australia o il riscaldamento nella regione artica che è avvenuto tre volte più velocemente rispetto al resto del mondo dal 1970.

 

Fonte: https://tg24.sky.it/ambiente/2020/01/16/clima-anni-piu-caldi-storia.html

Torna Imun, i ragazzi ambasciatori dell'Onu

Al via la nona edizione di Imun, Italian Model United Nations. Si tratta della piu' grande simulazione dei processi diplomatici delle Nazioni Unite che quest'anno coinvolge piu' di 5000 studenti provenienti da 500 scuole superiori di tutta Italia (4000 solo tra Lazio e Umbria).

Per cinque giorni i ragazzi vestiranno i panni degli ambasciatori e dei delegati Onu e discuteranno dei topic dell'agenda mondiale, gli stessi temi affrontati nel Palazzo di Vetro: dal contrasto ai cambiamenti climatici alle smart cities sostenibili, dall'intelligenza artificiale all'accesso ai farmaci e altro ancora. Una full immersion nella quale gli studenti italiani elaboreranno proposte dal valore pari a una risoluzione delle Nazioni Unite. Guardando al futuro.

Il progetto Imun e' nato nel 2011 per iniziativa di United Network, il piu' grande ente italiano che organizza percorsi didattici di alta formazione ed e' membro dell'United Nations Global Compact. Nel 2020 UN celebra i dieci anni dalla fondazione.

Nel corso di Imun anche quest'anno sara' assegnato il premio Atlante Italian Teacher Award. Un riconoscimento ai migliori progetti didattici elaborati dai docenti italiani delle scuole primarie, medie e superiori e selezionati da una giuria di esperti formata da giornalisti, scrittori ed esponenti del mondo della cultura, della scuola e dell'arte, presieduta dal giornalista Gianni Giovannetti. Da quest'anno, inoltre, con il contributo della Regione Lazio, all'interno del Programma Regionale Lazio Creativo, Atlante ha istituito anche il 'Premio speciale della giuria per il Miglior Insegnante del Lazio', riservato a chi ha presentato la propria candidatura per il premio nazionale ed e' docente in una scuola della Regione Lazio.

I quattro vincitori potranno partecipare a un viaggio didattico a New York, per conoscere le piu' innovative realta' scolastiche.

 

Fonte: http://www.ansa.it/ansa2030/notizie/generazione_zeta/2020/01/13/torna-imun-i-ragazzi-ambasciatori-dellonu_7bee40df-26fc-4c4f-9124-3786242c09fd.html

Biodiversità: la CBD Onu chiede di proteggere il 30% della Terra

L’Open-Ended Working Group on the Post-2020 Global Biodiversity Framework (WG2020) è stato incaricato di curare i preparativi per lo “zero draft text of the post-2020 global biodiversity framework” e si prevede che questo processo terminerà con l’adozione del post-2020 global biodiversity framework, alla Conferenza della parti della Convention on biological diversity (CBD) che si terrà all’UN Biodiversity Conference del 2020 a Kunming, in Cina, che dovrebbe essere il trampolino di lancio verso il raggiungimento della visione 2050 “Vivere in armonia con la natura”.

 

La bozza è stata presentata e il WG2020 chiede ai governi mondiali di proteggere il 30% del pianeta entro il 2030 per «fermare la rapida perdita di biodiversità, ripristinare le funzioni degli ecosistemi e aiutare a evitare i peggiori impatti dei cambiamenti climatici» e almeno il 10% di questa area, sia terrestre che oceanica, dovrebbe essere posto sotto «protezione rigorosa».

 

Inoltre, la proposta della CBD prevede una riduzione dell’inquinamento da nutrienti e plastica di almeno la metà nel prossimo decennio.

 

Secondo Enric Sala, explorer-in-residence a National Geographic e coautore di “Global Deal for Nature”, «Se adottato, questo obiettivo potrebbe realizzare ciò che i nostri ragazzi hanno chiesto ai governi di fare: ascoltare la scienza. Ma questo è il pavimento, non il soffitto. Ora ogni governo sulla terra deve affrontare questa audace missione e portarci quest’anno a un accordo globale per la natura».

 

Attualmente, è protetto solo il 15% delle terre emerse e il 7% di mari e oceani, mentre gli obiettivi della CBD per il 2020 erano del 17% per i parchi terrestri e del 10% per le aree marine protette.  Secondo Brian O’Donnell, direttore di Campaign for Nature, gli obiettivi per il 20220 della CBD per il 2020 sono ancora a portata di mano: «Penso che siamo molto vicini e che la cosa tenderà a succedere, man mano che ci avviciniamo alla scadenza, che tende a smuovere le nazioni, e spesso porta a ricevere alcuni annunci audaci».

 

Dal 1992 la CBD è stata ratificata da 187 Paesi, ma gli Usa hanno firmato l’accordo e non lo hanno ancora ratificato e sarà difficile che lo faccia Donald Trump che negli ultimi 3 anni si è dedicato a smantellare i parchi e le leggi statunitensi in difesa della natura.

 

Per scienziati e ambientalisti arrivare al 30% di aree protette in tutto il mondo sarà una grossa sfida, ma secondo Sala, con questa proposta «Riusciremo a prevenire l’estinzione massiccia di specie e il collasso del nostro sistema vitale che ci sostiene, ma non è abbastanza. Abbiamo bisogno che metà del pianeta sia in uno stato naturale».

 

Sala faceva parte del team internazionale di ricercatori che nell’aprile 2019 ha pubblicato su Science Advances lo studio “ A Global Deal For Nature: Guiding principles, milestones, and targets” nel quale si chiede alla comunità internazionale di darsi obiettivi ancora più ambizioni di quelli della CBD e che un altro 20% della superficie del pianeta venga destinata ad “aree di stabilizzazione climatica”, dove salvaguardare alberi, praterie e altra vegetazione per prevenire ulteriori emissioni di CO2.

 

Il principale autore di quello studio, Eric Dinerstein, direttore delle soluzioni per la biodiversità e la fauna selvatica dell’ONG Resolve, evidenzia che «I nuovi modelli climatici e le analisi sulla biodiversità condotte nell’ultimo anno hanno sottolineato la necessità di proteggere più del 30% del pianeta nel futuro prossimo. Se non conserveremo queste ulteriori aree tra oggi e il 2030 o il 2035, non potremmo mai far funzionare un approccio basato sulla natura per rimanere al di sotto degli 1,5 gradi Celsius, l’obiettivo più ambizioso dell’accordo sul clima di Parigi»

 

Il quadro proposto dal WG2020 della CBD applica un approccio basato sulla “teoria del cambiamento”, un framework di pianificazione strategica utilizzato per aiutare a pianificare, attuare e valutare gli impatti delle azioni intraprese de che, spiega la CBD, «è un potente strumento per organizzare obiettivi e soluzioni misurabili e per valutare gli impatti sia a breve che a lungo termine in una struttura coerente, significativa e trasparente. Ciò consentirà a diverse parti interessate di articolare progetti, lavorare insieme per raggiungere obiettivi comuni, utilizzare lo stesso linguaggio quando condividono informazioni sullo stato di attuazione e garantire che le azioni collettive siano allineate al raggiungimento del massimo impatto possibile».

 

La bozza zero del WG2020 tiene anche conto di elementi di orientamento su obiettivi, target samart, indicatori, linee di base e quadri di monitoraggio, relativi ai fattori che determinano la perdita di biodiversità, per il raggiungimento di un cambiamento trasformativo, nell’ambito dei tre obiettivi della CBD, discussi nel corso del 23esimo meeting del Subsidiary Body on Scientific, Technical and Technological Advice, nonché i risultati dell’undicesima riunione del Open-ended Inter-sessional Working Group on Article 8(j) and Related Provisions. Include anche un elenco preliminare di indicatori che possono essere utilizzati per valutare i progressi verso gli obiettivi. Inoltre, il quadro proposto considera i vari processi di consultazione che hanno avuto luogo, comprese le opinioni espresse durante il briefing informale dei copresidenti il 24 novembre 2019.

 

Prima di essere approvati definitivamente dai governi al summit della CBD che si terrà a ottobre a Kunming, gli obiettivi per estendere le aree protette entro il 2030 potrebbero aumentare o diminuire e oltre a raggiungere gli di maggiore estensione delle aree protette bisognerà anche definire e trovare i finanziamenti per gestirle e proteggerle. O’Donnell. Fa notare che questo è fondamentale: «Il modo per rendere questo obiettivo pienamente efficace e funzionante è se le e nazioni più ricche, i filantropi e le corporations mettessero diverse risorse per aiutare alcuni dei Paesi in via di sviluppo a raggiungere questi obiettivi mentre diventano sempre più audaci».

 

Fonte: http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/biodiversita-la-cbd-onu-chiede-di-proteggere-il-30-della-terra/

Il dossier. 170 opere urgenti per un'Italia "green"

Nasce il "Green New Deal", il piano italiano per investimenti eco-compatibili? Legambiente è pronta con un elenco di 170 opere pubbliche e 11 emergenze nazionali che costituiscono le priorità del Paese di fronte all'emergenza climatica: un contributo concreto al dibattito pubblico e alle scelte del governo.

 

170 opere in cerca d'autore

Dalla bonifica delle falde delle province venete dai Pfas per garantire l’acqua potabile, il porto di Gioia Tauro senza collegamento ferroviario. Dalla bonifica della Valle del Sacco nel Lazio, allo smaltimento di oltre 10 milioni di metri quadrati di coperture in eternit in Calabria. Dagli impianti necessari per far funzionare il ciclo dei rifiuti in Campania, alla messa in sicurezza della falda acquifera inquinata del Gran Sasso in Abruzzo... Sono 170 le opere pubbliche individuate da Legambiente per fare aprire i cantieri e rilanciare investimenti e occupazione, guardando all’utilità per i cittadini, al miglioramento della sicurezza sismica, idrogeologica e sanitaria, a un minore consumo delle risorse naturali. Naturalmente c’è il caso dell'Ilva di Taranto, ma anche interventi come la linea ferroviaria Pontremolese tra Parma e La Spezia che è per il 50% ancora a binario unico, gli ultimi 10 chilometri dell’anello ferroviario di Roma, le opere di depurazione idrica dei 129 Comuni calabresi in infrazione europea... Per le opere di cui è stato possibile avere il dato economico, gli investimenti che aspettano di essere finanziati sono pari a 14.190 milioni di euro, ma quelli già stanziati che aspettano di essere ben spesi sono anche di più : 15.871 milioni di euro.

 

Le 11 emergenze del Paese

Il dossier di Legambiente individua poi 11 emergenze nazionali in attesa di risposte concrete: risanamento dei siti inquinati industriali, bonifica delle discariche abusive, corretto smaltimento dell’amianto, deposito per le scorie radioattive a media e bassa attività, smantellamento delle piattaforme offshore non produttive, abbattimento degli edifici abusivi, ricostruzioni post terremoti, costruzione di impianti anaerobici per la produzione di biometano e compost di qualità, innovazione tecnologica nei piccoli comuni per fermare lo spopolamento delle aree interne. “Gli interventi che mettiamo in evidenza sono coerenti con la lotta ai cambiamenti climatici - dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente - farebbero aumentare la qualità della vita, recuperare ritardi nelle infrastrutture, produrre un salto di qualità nella modernità. Alla luce del piano presentato dalla Commissione europea con lo stanziamento di mille miliardi di euro per le politiche ambientali e climatiche, una parte importante di queste risorse deve finanziare il Green New Deal italiano, dando priorità a queste 170 opere”.

 

Fonte: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/legambiente-cantieri-green

UE, ok a Green Deal: 1000 miliardi in dieci anni

Un’Europa a emissioni zero entro il 2050.  A Strasburgo si alza il velo sul maxi piano verde targato UE pronto a ridisegnare il volto dell’Europa.

 

“Col green deal vogliamo raggiungere emissioni zero entro il 2050. Non possiamo fallire. Il piano per gli investimenti sostenibili adottato oggi dalla Commissione europea” punta a “mobilitare almeno mille miliardi di investimenti nei prossimi dieci anni” e invia un chiaro segnale a tutti: “quando si fanno investimenti occorre pensare verde”, ha detto ieri, durante la plenaria del Parlamento Ue il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. 

 

Soddisfazione espressa dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen – che sin dalla primissima ora non ha mai fatto mistero del suo ‘cuore verde’ ;”non abbiamo più bisogno di parlare di urgenza e di obbligo di agire, non più, perché dobbiamo passare all’azione e mettere in atto il nostro patto verde per l’Europa, il lavoro per farlo inizia oggi”. 

 

GENTILONI: FONDI ANCHE PER EX ILVA – Dal Just Transition Fund per l’economia verde l’Italia riceverà “centinaia di milioni” e una parte degli investimenti “può certamente riguardare l’Ilva, la Puglia e la zona di Taranto”, ha detto il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni, rispondendo alla stampa.

 

Andando nel dettaglio, Il Fondo si compone di 7,5 miliardi messi a disposizione dal bilancio Ue. Secondo la commissione, però, potrebbe arrivare a 35 miliardi grazie al cofinanziamento nazionale dei governi. Dal meccanismo dei finanziamenti privati, invece, arriverebbero altri 35 miliardi, mentre la Banca europea d’investimenti ne muoverebbe una trentina per arrivare a un tesoretto di circa 100 milioni di euro fino al 2027. L’Italia, in particolare,  punta ad avere 4 miliardi di euro per quattro regioni: la maggior parte dei quali saranno destinati allo stabilimento dell’ex Ilva in Puglia, poi Sardegna ma anche Lombardia e Piemonte.  

 

La maxi novità verde è salutata con favore dal Premier Giuseppe Conte: “L’Ue Green Deal e il Just Transition Mechanism sono un importante passo avanti verso un’Europa verde e una transizione industriale socialmente giusta. Bene gli obiettivi di Von der Leyen. L’Italia coglierà questa storica opportunità di crescita e lavoro, soprattutto per i giovani”, ha twittato il Presidente del Consiglio.

 

Fonte: https://quifinanza.it/soldi/ue-ok-a-green-deal-1000-miliardi-in-dieci-anni-fondi-verdi-anche-per-ex-ilva/343314/

La verità sugli incendi in Australia

Tra le notizie più raccontate e discusse delle ultime settimane ci sono quelle sui grandi incendi in Australia. Come era già successo per gli incendi nella foresta amazzonica della scorsa estate, è stato molto discusso anche il modo in cui alcuni giornali si sono occupati della questione, in alcuni casi diffondendo informazioni sbagliate. In un post su Facebook, Giorgio Vacchiano, ricercatore in selvicoltura e pianificazione forestale dell’Università degli Studi di Milano (e autore del saggio La resilienza del bosco), ha spiegato bene, per punti, tutto quello che c’è da sapere sugli incendi, le loro cause e i loro effetti, la difficoltà di spegnerli e in che modo il cambiamento climatico ha un suo ruolo nella situazione attuale. Abbiamo ripreso il suo post, che trovate di seguito.

 

1) Quanto territorio è in fiamme?

Gli incendi hanno percorso da ottobre a oggi circa 8 milioni di ettari di territorio tra New South Wales, Victoria, Sud Australia e Queensland – una superficie doppia a quella degli incendi del 2019 in Siberia e in Amazzonia combinati, e pari ai quattro quinti di tutte le foreste italiane. In sole quattro annate, negli ultimi 50 anni, la superficie bruciata in New South Wales ha superato un milione di ettari, e oggi ha quasi raggiunto il doppio della seconda annata più drammatica (il 1974 con 3,5 milioni di ettari percorsi).

 

Un altro aspetto inedito è la simultaneità dei fuochi su territori enormi, che di solito si alternano nell’essere soggetti a incendi. E non siamo che all’inizio dell’estate (le stagioni in Australia sono spostate di sei mesi rispetto alle nostre, quindi ora è come se fosse l’inizio di luglio), perciò queste cifre saliranno ancora, potenzialmente fino a 15 milioni di ettari percorsi dal fuoco. L’Australia è grande 769 milioni di ettari, quindi non possiamo dire che stia “bruciando un continente”. Inoltre, nelle savane del centro-nord bruciano in media 38 milioni di ettari di praterie (il 20 per cento del totale) ogni anno nella stagione secca, che in quella parte di paese è aprile-novembre. Ma si tratta di un ecosistema completamente diverso da quello che ora è in fiamme.

 

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2) Quale vegetazione sta bruciando?

Si tratta soprattutto di foreste di eucalipto e del bush, una savana semi arida con alberi bassi, fitti o sparsi, fatta soprattutto di erbe e arbusti e simile alla macchia mediterranea. Si tratta di una vegetazione che è nata per bruciare: il clima dell’Australia centrale è stato molto arido negli ultimi 100 milioni di anni (da quando l’Australia ha compiuto il suo viaggio dall’Antartide alla posizione che occupa attualmente), e gli incendi causati dai fulmini sono stati così frequenti da costringere le piante a evolversi per superarli nel migliore dei modi: lasciarsi bruciare! Il fuoco infatti, se da un lato distrugge la vegetazione esistente, dall’altro apre nuovi spazi perché le piante si possano riprodurre e rinnovare. Molte specie del bush contengono oli e resine molto infiammabili, in modo da bruciare per bene e con fiamme molto intense quando arriva il fuoco. Poiché i semi di queste specie sono quasi completamente impermeabili al fuoco, questo stratagemma è l’unico modo per “battere” la vegetazione concorrente e riprodursi con successo sfruttando le condizioni ambientali avverse a proprio vantaggio. Tuttavia, questa volta le condizioni di siccità sono così estreme che sono in fiamme anche ecosistemi forestali tradizionalmente più umidi e raramente interessati dal fuoco.

 

3) Cosa ha causato le accensioni?

In Australia, metà delle accensioni sono causate da fulmini, e metà dall’uomo per cause sia colpose che dolose (in Italia invece il 95 per cento ha cause antropiche, prevalentemente colpose). Gli incendi più grandi tendono tuttavia a essere causati dai fulmini, perché interessano le aree più remote e disabitate, dove è meno probabile che arrivino le attività umane (con la possibile eccezione degli incidenti alle linee elettriche, che sono state responsabili anche dei devastanti incendi in California del 2017 e 2019). Secondo Ross Bradstock, dell’Università di Wollongong, un singolo incendio causato da fulmine (il Gospers Mountain Fire) ha già percorso da ottobre a oggi oltre 500.000 ettari di bush, e potrebbe essere il più grande incendio mai registrato nel mondo in tempi storici.

 

Stanno circolando notizie relative all’arresto di presunti incendiari. In parte sono state dimostrate essere notizie false diffuse per negare il problema del clima. Inoltre non si tratta di piromani, in inglese la definizione di arson include sia il dolo che la colpa. Tuttavia è evidente che qui il problema non è cosa accende la fiamma, ma cosa la fa propagare una volta accesa – sono due fasi diverse e ben distinte.

 

4) Cosa sta causando il propagarsi delle fiamme?

Il 2019 è stato in Australia l’anno più caldo e più secco mai registrato dal 1900 a oggi. Nell’ultimo anno le temperature medie sono state 1,5 gradi più alte rispetto alla media 1961-1990, le massime oltre 2°C in più, ed è mancato oltre un terzo della pioggia che solitamente cade sul continente. Un’ondata di calore terrestre e marino ha fatto registrare nel paese temperature record a dicembre (42°C di media nazionale, con punte di 49), mentre la siccità si protrae ormai da ben due anni. Quando l’aria è calda e secca, la vegetazione perde rapidamente acqua per evaporazione e si dissecca. Più la siccità è prolungata, più grandi sono le dimensioni delle parti vegetali che si seccano. Quando anche le parti più grandi (fusti e rami) perdono acqua, cosa che avviene molto raramente, gli incendi possono durare più a lungo proprio come in un caminetto: i “pezzi” piccoli sono quelli che fanno accendere il fuoco, e quelli grandi sono quelli che bruciano per più tempo.

 

I combustibili forestali vengono infatti classificati come “combustibili da un’ora”, “da dieci ore”, “da cento” o “da mille ore” a seconda della loro dimensione e di quanto a lungo possono sostenere una combustione. Quello che diffonde le fiamme, invece, è il vento, che spinge l’aria calda generata dalla fiamma sulle piante vicine. Normalmente, gli incendi più vasti si verificano infatti in giornate molto ventose. Incendi molto grandi e intensi sono addirittura in grado di crearsi il vento da soli: l’aria calda sale così rapidamente da lasciare un “vuoto”: per riempirlo, accorre violentemente altra aria dalle zone circostanti. Il risultato è una firestorm, il “vento di fuoco”, con il quale l’incendio si auto-sostiene fino all’esaurimento del combustibile disponibile.

 

5) Come mai gli incendi non si riescono a spegnere?

Per estinguere un incendio è necessario eliminare il combustibile. L’acqua e il ritardante lanciati dai mezzi aerei possono solo rallentare la combustione (raffreddando il combustibile o ritardando chimicamente la reazione di combustione), ma per eliminare il combustibile servono le squadre di terra. Incendi di chioma intensi come quelli che si stanno sviluppando in Australia possono generare fiamme alte decine metri, procedere a velocità superiori a dieci chilometri orari (la velocità di corsa di un uomo medio) e sviluppare una potenza di centomila kW per metro di fronte (!!). Le squadre di terra non possono operare in sicurezza già con intensità di 4.000 kW per metro (25 volte inferiore a quella degli incendi più intensi).

 

6) Quali sono gli effetti degli incendi?

Il bush australiano è un ambiente che desidera bruciare con tutte le sue forze, e bruciando migliora il suo stato di salute e la sua biodiversità – con i suoi tempi, rigenerandosi nel corso di anni o decenni. Anche gli animali conoscono il pericolo e molti sanno rispondere: la stima di mezzo miliardo di animali coinvolti (o addirittura un miliardo) rilanciata dai media è una stima grossolana e un po’ allarmista, che considera ad esempio anche gli uccelli – che ovviamente possono volare e allontanarsi dall’area – con l’importante esclusione dei piccoli e delle uova. Gli animali più piccoli e meno mobili (koala, ma anche anfibi, micromammiferi e rettili) possono effettivamente non riuscire a fuggire, e questi habitat saranno radicalmente modificati per molti anni a venire – molti animali non troveranno più condizioni idonee.

 

Altri, in compenso, ne troveranno addirittura di migliori. È un fenomeno noto in Australia quello per cui alcuni falchi sono in grado di trasportare rametti ardenti per propagare attivamente gli incendi su nuove aree, liberando così la visuale su nuovi territori di caccia.

 

Gli incendi invece possono creare forti minacce alle specie rare di piante (come il pino di Wollemi) e sono soprattutto molto problematici per l’uomo: già 25 vittime per un totale di 800 morti dal 1967 a oggi, il fumo che rende l’aria pericolosa da respirare, proprietà e attività distrutte per miliardi di dollari di danni. In più, gli incendi creano erosione, aumentano il rischio idrogeologico e rischiano di rendere a loro volta ancora più grave la crisi climatica sia a livello globale, contribuendo all’aumento della CO2 atmosferica (306 milioni di tonnellate emesse finora secondo la NASA, quasi pari alle emissioni di tutto il paese nel 2018), che locale, depositando i loro residui sui ghiacciai neozelandesi che, resi così più scuri, rischiano di fondersi con maggiore rapidità.

 

7) Cosa c’entra il cambiamento climatico?

La straordinaria siccità australiana è stata generata da una rara combinazione di fattori. Normalmente il primo anello della catena è El Niño, un riscaldamento periodico del Pacifico meridionale che causa grandi cambiamenti nella meteorologia della Terra, ma quest’anno El Niño non è attivo. Si è invece verificato con una intensità senza precedenti un altro fenomeno climatico, il Dipolo dell’oceano Indiano (IOD) – una configurazione che porta aria umida sulle coste africane e aria secca su quelle australiane. È dimostrato che il riscaldamento globale può triplicare la frequenza di eventi estremi nell’IOD.

 

A questo si è sovrapposto, a settembre 2019, un evento di riscaldamento improvviso della stratosfera (oltre 40 gradi di aumento) nella zona antartica, anch’esso straordinario, per cause “naturali”, che ha portato ulteriore aria calda e secca sull’Australia. Il terzo fenomeno è stato uno spostamento verso nord dei venti occidentali (o anti-alisei), i venti che soffiano costantemente da ovest a est tra 30 e 60 gradi di latitudine sui mari dei due emisferi terrestri. Lo spostamento verso nord degli anti-alisei (Southern Annular Mode) porta aria secca e calda sull’Australia, e sembra venga favorito sia dal climate change che, pensate un po’, dal buco dell’ozono. Il cambiamento climatico quindi c’entra eccome, sia nella sua azione diretta (l’aria australiana si è riscaldata mediamente di almeno un grado nell’ultimo secolo) sia indirettamente attraverso le sue influenze sulle grandi strutture meteorologiche dell’emisfero sud.

 

8) Cosa c’entra la politica australiana?

Molte critiche si sono concentrate sul governo australiano, responsabile di non impegnarsi abbastanza per raggiungere i già modesti impegni (riduzione delle emissioni del 28 per cento dal 2005 al 2030) che il paese aveva contratto volontariamente agli accordi a Parigi. Il problema principale è che l’economia dell’Australia è fortemente basata sull’estrazione e l’esportazione di carbone (soprattutto verso Giappone – 40 per cento dell’export –, Cina e India), un combustibile fossile la cui estrazione non è compatibile con il raggiungimento degli obiettivi di Parigi per contenere la temperatura della Terra al di sotto di 1.5 °C rispetto all’epoca preindustriale.

 

L’industria del carbone impiega quasi 40mila lavoratori australiani ed è fortemente sussidiata dal governo. L’attuale governo conservatore, come in altre parti del mondo, è tendenzialmente restio a decarbonizzare l’economia nazionale. Tuttavia non occorre confondersi: ogni nazione è connessa a ogni altra. Gli incendi in Australia non sono solo responsabilità del primo ministro Morrison o di chi l’ha eletto, ma di tutte le attività che nel mondo continuano a contribuire all’aumento della CO2 atmosferica – produzione e consumo di energia (30 per cento), trasporti (25 per cento), agricoltura e allevamento (20 per cento), riscaldamento e raffrescamento domestico (15 per cento) e deforestazione (10 per cento) – tutte cose di cui sei responsabile anche tu che leggi, e anche io che scrivo (sì, anche la deforestazione tropicale).

 

9) Si poteva prevedere o evitare?

Tutti gli ultimi report dell’IPCC, delle istituzioni di ricerca australiane sull’ambiente, e dello stesso governo, concordano nel segnalare un aumento del pericolo incendi in Australia a causa del cambiamento climatico, con grado di probabilità “virtualmente certo”. Anche l’arrivo di configurazioni meteorologiche di grande pericolosità è monitorato e conosciuto con un buon anticipo. Gli allarmi sono stati diramati e le evacuazioni correttamente effettuate, a quanto mi è dato di sapere. Ma la sfida dei servizi di lotta agli incendi, valida anche in Italia, è come mantenere operativo un sistema che ha bisogno di attivarsi su vastissima scala solo una volta ogni decennio.

 

L’altro strumento per evitare gli incendi è la prevenzione, che viene svolta su grandi estensioni con la tecnica del “fuoco prescritto”, che elimina il combustibile utilizzando una fiamma bassa e scientificamente progettata (un tipo di intervento approvato anche da molti ecologisti australiani, e praticato da quarantamila anni dalle popolazioni aborigene). Nel 2018-2019 sono stati soggetti a questo trattamento 140mila ettari di territorio, la cui applicazione è però severamente limitata dalla mancanza di fondi e, sempre lui, dal cambiamento climatico, che riduce il numero di giorni con condizioni meteorologiche idonee ad effettuarlo. C’è da dire che l’intensità della siccità e degli incendi in corso avrebbe messo probabilmente in difficoltà anche i servizi e le comunità più preparate.

 

10) Cosa possiamo fare?

Ridurre le nostre emissioni con comportamenti collettivi e ad alto impatto. Sforzarci di vedere l’impronta del climate change e delle nostre produzioni e (soprattutto) dei nostri consumi in quello che sta succedendo. Il problema più grande che abbiamo è questo. I koala sono colpiti duramente, ma domani toccherà ancora ad altri animali, altri ecosistemi… altri uomini. E forse anche a noi.

 

Per chi vive a contatto con un bosco, informarsi sul pericolo di incendio e sulle pratiche di autoprotezione necessarie a minimizzare il rischio alla vostra proprietà: gli incendi colpiranno di nuovo anche in Italia, con sempre più intensità, e possibilmente in luoghi in cui non ve li aspettereste. Sapersi proteggere è estremamente importante.

 

di Giorgio Vacchiano

 

Fonte: https://www.ilpost.it/2020/01/08/incendi-australia-cause-cambiamento-climatico/