Overshoot Day, game over per l’Italia: 3 cose facili che possiamo fare subito

Il 15 Maggio 2022, l’Italia finirà “virtualmente” le risorse naturali del Pianeta ed inizierà ad andare in debito. è così da qualche anno a questa parte, ed anno dopo anno, questo giorno cade sempre prima.

 

Se tutto il mondo avesse il nostro impatto, ci servirebbero quasi tre Pianeti per sostenere il nostro stile di vita. Ma in che senso? Immaginiamo di avere una dispensa di cibo pensata per sostentarci per un anno intero. L’Italia è stata ingorda e ci ha messo meno di cinque mesi a mangiarsi tutte le provviste. Ora le toccherebbe il digiuno fino alla fine dell’anno, ma non sarà così.

 

Fino al 31 Dicembre, mangerà senza remore anche le provviste degli altri paesi, che ovviamente non le spetterebbero. Si indebita per mangiare e somma questo debito a tutti quelli collezionati negli anni precedenti. Questo è, a grandi linee, quel succede ogni anno con l’Overshoot Day, cioè il giorno che indica l’esaurimento delle risorse rinnovabili che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco di 365 giorni.

 

Nel 2020, l’Overshoot Day Italiano è caduto il 14 Maggio, nel 2021 il 13 Maggio, e inaspettatamente quest’anno abbiamo recuperato un paio di giorni. Abbiamo fatto qualche passo in avanti rispetto ai precedenti due anni, ma è comunque evidente che, a livello mondiale, qualcosa non va.

 

Gli stili di vita di noi, persone dei paesi del primo mondo, sono devastanti per il pianeta, e non vanno di pari passo con la sua biocapacità, ovvero la sua capacità di produrre risorse naturali e ciclicamente rinnovarle. Sfruttiamo le risorse della terra per oltre il 60% delle sue possibilità di rigenerarle e fornirci servizi vitali, distruggendo equilibri che hanno impiegato milioni di anni per perfezionarsi. Abitiamo in un mondo finito ma viviamo come se quello che può darci non finisse mai.

 

L’Overshoot day è una data calcolata dall’organizzazione internazionale Global Footprint Network che ha il compito di calcolare l’impronta ecologica di ogni paese sulla base dei consumi e dell’impatto ambientale delle loro attività. Ogni Paese ha la sua data, che ogni anno cambia e si avvicina sempre più. Infatti, si può parlare di Overshoot day nazionale, oppure di Overshoot day mondiale.

 

Quali sono i paesi che inquinano e consumano di più?

Il Quatar è in testa, avendo finito le proprie risorse il 10 Febbraio, il Canada, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi ci sono arrivati solo un mese dopo, e nei dieci giorni successivi li ha raggiunti l’Australia. Chi sono invece i paesi più sostenibili? Jamaica, Ecuador, Indonesia, Cuba, Iraq.

 

La media globale di ogni Overshoot Day cambia di anno in anno. L’Overshoot Day Mondiale 2020 è stato il 22 Agosto, e nel 2021 è caduto il  29 Luglio, ma ancora non sappiamo quando cadrà quest’anno.

 

Purtroppo, negli anni questa inquietante scadenza è stata sempre più anticipata (fatta eccezione per il 2020, anno della pandemia) indice del fatto che stiamo consumando l’equivalente di 1.6 pianeti all’anno, cifra che dovrebbe salire fino a due pianeti entro il 2030, in base alle tendenze attuali. Scopriremo l’impatto mondiale di quest’anno solo il 5 Giugno, quando la data verrà ufficialmente annunciata.

 

L’Overshoot Day è oggi tra gli indicatori più completi disponibili per la contabilità delle risorse biologiche. è basato su 15.000 dati per paese all’anno, somma tutte le richieste delle persone per le aree biologicamente produttive (cibo, legname, fibre, sequestro del carbonio e sistemazione delle infrastrutture)

 

Ma cosa pensa la comunità scientifica di un calcolo come l’Overshoot Day? Per alcuni non è accurato, per altri è una sottostima, e per altri ancora semplifica troppo questioni e problemi complessi. è sicuramente uno strumento semplice ma  fondamentale ed efficace per comprendere quanto i paesi, soprattutto quelli occidentali, il ricco “nord” del mondo, pesi sulle risorse del Pianeta, e quanto poco si stia impegnando per prendere decisioni veloci e coraggiose.

 

Come siamo arrivati all’Overshoot Day?

Il sovraconsumo globale documentato dai calcoli dell’impronta ecologica, è iniziato nei primi anni ’70. Era solo il 1972 quando l’Overshoot Day cadeva il 10 dicembre e sforavamo di pochi giorni il nostro carbon budget. Ad oggi, il debito ecologico che abbiamo accumulato, risulta pari alla produzione di 18 anni della Terra. Questo deficit è molto superiore a quello economico e riguarda la base stessa della nostra vita, perché senza un ambiente sano e resiliente, non abbiamo gli elementi fondamentali che ci consentono di respirare, bere e mangiare.

 

Il riscaldamento climatico a cui assistiamo da circa 150 anni, è per il 97% innescato dalle attività umane, che sono la principale causa della crisi climatica che stiamo vivendo. Noi esseri umani, otto miliardi di individui, rappresentiamo appena lo 0,01% della vita sul Pianeta (in termini di biomassa), relativamente pochi, eppure dagli albori della civiltà umana, con la diffusione dell’agricoltura e delle attività industriali abbiamo completamente stravolto il Pianeta che ci ospita.

 

Da quando l’Homo Sapiens è apparso su questo Pianeta, circa 300.000 anni fa, abbiamo gradualmente perso la “natura” e quel che consideriamo “naturale” un pezzetto sempre di più. Non a caso abbiamo ribattezzato quest’epoca come “antropocene”, l’era geologica in cui la nostra azione ha modificato l’intero globo. Negli ultimi 60 anni siamo riusciti ad assestare i colpi decisivi e modellare la vita su questo Pianeta a nostro piacimento, a nostro uso e consumo, provocando danni irrimediabili all’ambiente.

 

Cosa possiamo fare per essere più sostenibili?

L’impatto ambientale e climatico non è totalmente responsabilità di singoli individui che vivono immersi in un sistema che detta le regole del gioco, e che li mette nelle condizioni di avere ben poche alternative al modello di vita che si propone e perpetua. Si fa sempre riferimento alle nostre scelte personali e quotidiane, e certamente non possiamo permetterci di deresponsabilizzarci, ma il vero cambiamento, dovrebbe avvenire ed essere richiesto, dai piani più alti.

 

I due settori che emettono più gas climalteranti sono quelli legati alla produzione energetica e al sistema alimentare basato sulle proteine animali. C’è chi sostiene che ci si dovrebbe concentrare sull’uno o sull’altro, ma per raggiungere gli obiettivi climatici fissati dall’Accordo di Parigi, dobbiamo sia allontanarci dai combustibili fossili, sia ridurre le emissioni dovute alla produzione alimentare globale. Infatti, se anche riuscissimo ad azzerare completamente le emissioni prodotte dai fossili, quelle derivanti dalla sola produzione alimentare ci porterebbero ben oltre il carbon budget disponibile per rimanere entro il limite di 1,5°C.

 

Oggi, abbiamo a disposizione molte soluzioni mirate per invertire il sovrasfruttamento delle risorse e sostenere la rigenerazione della biosfera nella quale viviamo. Le opportunità provengono da tutti i settori della società, ma il modello economico che ci ha portato a questa situazione, continua a perseguire una crescita materiale e quantitativa illimitata che non possiamo più permetterci. Sarà fondamentale invertire la rotta per evitare ulteriori insanabili deficit ecologici, ed è necessario passare urgentemente da un’economia della crescita ad una economia del ben-essere. Agire ora e non temporeggiare, è diventata una questione vitale.

 

Esistono molte soluzioni che possono essere adottate a livello di comunità o individualmente per avere un impatto significativo sul futuro vivibile che desideriamo. In primis, se ognuno si occupasse di essere attivo a livello locale e richiedere cambiamenti a livello locale, provinciale, regionale, nazionale con gli strumenti a disposizione, farebbe già tantissimo. Il movimento #MoveTheDate propone esempi di opportunità che contribuiscono a spostare la data dell’Overshoot Day. Qui puoi calcolare la tua impronta ecologica.

 

Tre decisioni impattanti da prendere ora:

Cambiare banca, e scegliere una banca etica che investe i soldi dei risparmiatori per lavorare sull’economia reale e costruire un futuro equo e vivibile per le comunità;

Cambiare fornitore di energia in casa e scegliere chi si rifornisce da fonti 100% rinnovabili;

Transitare ad un’alimentazione a base vegetale, che sia il più possibile locale, stagionale e proveniente da un’agricoltura responsabile. Quello che decidiamo di metterci nel piatto ogni giorno ha un grande impatto a livello collettivo.

Il sovrasfruttamento delle risorse terrestri è oramai giunto ormai a livelli spaventosi, abbiamo bisogno di essere parte della soluzione, diventando il cambiamento a cui vogliamo assistere nel mondo.

 

di Alice Pomiato

 

Fonte: https://quifinanza.it/green/overshoot-day-italiano-abbiamo-finito-le-risorse-ma-non-la-speranza/646256/

Pnrr, l’Italia è penultima in Europa per misure destinate alla transizione ecologica

Al momento del suo insediamento da premier, Mario Draghi assicurò che il suo sarebbe stato un «Governo ambientalista», nel senso che «qualsiasi cosa faremo, a cominciare dalla creazione di posti di lavoro, andrà incontro alla sensibilità ambientale», tanto da cambiare nome al ministero dell’Ambiente in ministero della Transizione ecologica.

 

A oltre un anno di distanza però i fatti non gli stanno dando ragione: la luna di miele con le principali associazioni ambientaliste, se mai è iniziata, è già finita. E anche la principale bandiera del Governo – il Piano nazionale di recupero e resilienza (Pnrr), peraltro in larga parte sovrapponibile con la bozza elaborata dal Governo Conte – non sembra tanto “verde” se messo in confronto con quello degli altri Paesi europei.

 

Un esercizio in cui si è speso nei giorni scorsi l’Osservatorio dei conti pubblici italiani, secondo il quale dei 191,5 miliardi di euro di risorse europee messe a disposizione dell’Italia, il nostro Pnrr destina il 37,5% (71,7 miliardi) per gli obiettivi climatici, praticamente il minimo indispensabile (la soglia indicata dalla Commissione Ue è il 37%, ndr) e meno di quanto destinato da tutti gli altri paesi dell’Unione eccetto la Lettonia».

 

L’Osservatorio parte da una valutazione che arriva direttamente dalla Commissione Ue, secondo la quale 108 delle 281 sub-misure incluse nel nostro Pnrr possono essere classificate come verdi, di cui 55 al 100% e 53 solo al 40%.

 

Più nel dettaglio, guardando alle principali misure in campo, al comparto “trasporti e altre infrastrutture verdi” va il 40,1% dei sopracitati 71,7 miliardi di euro, il dato percentuale più alto di tutta l’Ue; l’efficientamento energetico assorbe invece il 30,8%, gli investimenti in energie rinnovabili il 13,8%, mentre le opere di prevenzione ambientale il 15%.

 

Fonte: https://greenreport.it/news/economia-ecologica/pnrr-litalia-e-penultima-in-europa-per-misure-destinate-alla-transizione-ecologica/

UE, le rinnovabili diventano impianti di interesse pubblico prioritario: che significa?

Nelle scorse ore la Commissione europea ha presentato ufficialmente il piano RePowerEu, con l’obiettivo dichiarato di “rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi ben prima del 2030”. Sono tre i pilastri su cui si basa l’iniziativa, due coerenti con la politica climatica e l’altro in direzione opposta: investire in fonti rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica e legarsi ad altri fornitori di energia fossile. Allo scopo saranno mobilitati quasi 300 miliardi di euro, di cui circa 75 in sovvenzioni e 225 in prestiti. Il 95% del finanziamento complessivo andrà ad accelerare e intensificare la transizione verso l’energia pulita, rendendo le rinnovabili degli impianti di interesse pubblico prioritario.

 

La direzione intrapresa dal piano RePowerEu si traduce in una previsione al rialzo degli obiettivi contenuti nel pacchetto Fit for 55, un insieme di proposte della Commissione europea per rispettare gli obiettivi climatici previsti per la fine del decennio, a partire dal taglio delle emissioni del 55% tra il 1990 e il 2030. «Cominceremo con la cosa più ovvia: il risparmio energetico, il modo più rapido ed economico per affrontare il problema della crisi energetica attuale», ha affermato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. L’obiettivo è di ridurre i consumi finali del 13% nel breve periodo, una previsione al rialzo rispetto al 9% contenuto nel pacchetto Fit for 55. Secondo il RePowerEu, le fonti rinnovabili dovranno soddisfare entro il 2030 il 45% dei consumi energetici totali, dal 35% attuale. Per raggiungere quello che sembra essere l’impegno più complicato, la Commissione europea ha previsto diverse misure: dall’abbattimento della burocrazia, visto che «oggi le procedure autorizzative possono durare dai sei ai nove anni e l’obiettivo è la riduzione a soli 12 mesi», all’obbligo di copertura fotovoltaica per i nuovi edifici pubblici e commerciali dal 2025 (per quelli residenziali dal 2029), passando per l’incremento della produzione di biometano. Su quest’ultimo punto, l’Italia ha giocato d’anticipo sull’Unione europea, visto che all’interno del tanto discusso disegno di legge di conversione del decreto Ucraina bis è prevista “l’espansione della capacità tecnica necessaria alla produzione di energia elettrica da biogas”, dalla cui lavorazione deriva proprio il biometano.

 

Roma sembra essere allineata a Bruxelles anche sul terzo pilastro su cui si basa il RePowerEu, quello della diversificazione degli approvvigionamenti energetici, a cui l’Unione europea dedicherà circa 12 dei 300 miliardi stanziati. Nelle scorse settimane, si sono registrate infatti numerose spedizioni da parte dell’esecutivo italiano, accompagnato dall’ad di Eni Claudio Descalzi, per siglare nuovi accordi, o implementare quelli già esistenti, con Egitto, Mozambico, Algeria, Angola e Congo, accompagnati da non pochi dubbi etici, vista la situazione politica in cui versano. A questi, si aggiungono poi le perplessità sulle reali capacità produttive di tali paesi, soprattutto per Angola e Congo, a cui manca un sistema efficiente per valorizzare le proprie risorse.

 

di Salvatore Toscano

 

Fonte: https://www.lindipendente.online/2022/05/19/ue-le-rinnovabili-diventano-impianti-di-interesse-pubblico-prioritario-che-significa/

Eco-Media Academy: il 27 maggio il nuovo corso di formazione per giornalisti

Prosegue l’attività di Eco-Media Academy, con i corsi di formazione per giornalisti, promossi e organizzati da Pentapolis Institute. Il quarto appuntamento è previsto per venerdì 27 maggio: “Agenda 2030: transizione energetica e media”.

Tanti i docenti di riconosciuta importanza nazionale racconteranno l’ambiente e la sostenibilità per avere una visione d’insieme, e un approccio sistemico, per saper riconoscere le fonti autorevoli, raccontare fatti e iniziative con uno stile che tenga unite le varie questioni e settori tematici, educando a un linguaggio corretto e a una nuova narrazione più positiva e meno spettacolarizzata, che sappia valorizzare esempi virtuosi.

Eco-Media Academy: perchè parlare di transizione energetica

In una fase storica in cui da un lato aumenta la popolazione del pianeta e la conseguente richiesta di materie prime e, dall’altro, diminuiscono le risorse a disposizione, la transizione energetica è quanto mai necessaria. Il passaggio dalle fonti fossili, inquinanti ed esauribili, a quelle rinnovabili e come tali infinite non può essere più una scelta dei Governi ma una necessità impellente. Grandi risultati si otterrebbero anche nei confronti di ogni guerra, i conflitti scaturiscono quasi sempre per fattori economici.

Un cambio del famoso paradigma che deve coinvolgere l’economia in toto. Come? Partendo dalla riconversione, i posti di lavoro non si devono perdere ma trasformare, la parola chiave è inclusione perchè il la sostenibilità è tale solo se tutti ne traggono benefici.

Eco-Media Academy: i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

I media hanno un ruolo importante, decisivo e di accelerazione nel centrare i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dettati dall’Agenda 2030 dell’ONU – afferma Massimiliano Pontillo, Direttore Eco-Media. Sono necessarie una formazione, e un’informazione, all’altezza del compito.

I corsi Eco-Media Academy, patrocinati dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, e sostenuti da NextChemNovamont e Terna, sono al momento on line, della durata di 3 ore ciascuno, e rilasciano 3 crediti.

Il programma del corso di formazione per giornalisti

Programma Eco-Media Academy

 

 

Il clima è sempre più fuori controllo. Battuti altri quattro record

 

Nell’ultimo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), intitolato “Stato del clima mondiale 2021”, risuonano quattro campanelli d’allarme. Altrettanti record negativi, infatti, sono stati battuti e rivelano in modo sempre più chiaro quanto il riscaldamento globale stia incidendo sugli equilibri del Pianeta. Si tratta della concentrazione di gas ad effetto serra nell’atmosfera, dell’innalzamento del livello dei mari, della temperatura media globale e del grado di acidificazione degli oceani.

 

Un quadro che il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha commentato parlando di “triste litania dell’incapacità dell’umanità di lottare contro la crisi climatica”. E ha ancora una volta esortato a “porre fine all’uso dei combustibili fossili e accelerare la transizione verso le energie rinnovabili, se non vogliamo dare fuoco alla nostra unica casa”.

Siamo a 0,39 gradi centigradi dalla soglia fissata con l’Accordo di Parigi

Il rapporto ha confermato in particolare che gli ultimi sette anni sono stati, nel loro complesso, i più caldi mai registrati da quando le temperature sono misurate con regolarità. Nonostante la presenza del fenomeno meteorologica della Niña, che contribuisce a raffreddare le temperature delle acque equatoriali di superficie dell’oceano Pacifico, nel 2021 la temperatura media globale è stata di 1,11 gradi superiore al periodo pre-industriale.

clima temperatura media globale
L’aumento della temperatura media globale dal 1850 ad oggi © Omm

L’Accordo di Parigi del 2015 ha spiegato che non dovremo superare la soglia dei 2 gradi, alla fine del secolo. Ma ha anche aggiunto che dobbiamo cercare di rimanere il più possibile vicini agli 1,5 gradi. Nell’ottobre del 2018, d’altra parte, l’Ipcc (il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite) ha pubblicato un rapporto nel quale si spiega a chiare lettere cosa cambierà quel mezzo grado: rappresenterà la differenza tra una crisi e una catastrofe climatica.

“Il clima sta cambiando sotto ai nostri occhi – ha commentato il direttore dell’Omm, Petteri Taalas -. Il calore intrappolato dai gas ad effetto serra di origine antropica riscalderà la Terra molto a lungo. L’innalzamento del livello dei mari e l’acidificazione degli oceani proseguiranno per secoli, a meno che non vengano inventati dei sistemi per eliminare la CO2 dall’atmosfera”.

Le concentrazioni di gas ad effetto minano l’equilibrio del clima

Le concentrazioni di biossido di carbonio serra hanno segnato infatti un picco a livello mondiale nel 2020, raggiungendo le 413,2 parti per milione. Il che rappresenta una crescita del 149 per cento rispetto ai livelli pre-industriali. Ovvero rispetto a prima che l’uomo cominciasse a bruciare combustibili fossili.

La principale conseguenza è l’impossibilità del calore proveniente dall’irraggiamento solare di disperdersi al di fuori dell’atmosfera. Con un aumento della temperatura media globale e una progressiva fusione sia delle calotte polari che dei ghiacciai montani. Tale massa di acqua si riversa quindi nei mari e negli oceani di tutto il mondo, provocando un processo di innalzamento che nel 2021 ha toccato un nuovo record. Dal 2013 al 2021 la crescita è stata, in media, di 4,5 millimetri all’anno. Un valore decisamente più alto rispetto a quello registrato nel periodo 1993-2002: 2,1 millimetri.

Crescono il livello dei mari e la temperatura degli oceani

Al contempo, a crescere è stata anche la temperatura media degli oceani, che nel 2021 ha registrato, allo stesso modo, un record. Il tutto rischia di innescare un pericoloso circolo vizioso, poiché proprio i mari assorbono circa il 23 per cento delle emissioni annuali di CO2 di origine antropica. Un processo utile per evitare che una quota non indifferente di gas ad effetto serra finisca nell’atmosfera. Ma che comporta un pericoloso effetto collaterale: l’acidificazione degli oceani.

L’effetto combinato di tali quattro fenomeni, secondo l’Omm, “risulta coerente con un mondo nel quale il riscaldamento globale è onnipresente”. In un messaggio video Guterres ha proposto l’adozione di una serie misure urgenti per tentare di restituire slancio alla transizione verso le energie rinnovabili e salvare il clima. Che dapprima la pandemia, quindi la guerra in Ucraina, con l’esacerbarsi della crisi energetica, rischiano di rallentare fortemente.

Il segretario generale dell’Onu ha chiesto nello specifico di migliorare l’accesso alle tecnologie e alle infrastrutture, di triplicare gli investimenti privati e pubblici nel settore e di azzerare le sovvenzioni che ancora vengono concesse dagli stati al comparto delle fonti fossili. E che valgono circa 11 milioni di dollari al minuto.

di Andrea Barolini

Fonte: https://www.lifegate.it/clima-fuori-controllo-record-omm

Da guerra a clima, piano Fao per agricoltura resiliente

Un piano in quattro punti per trasformare i sistemi agroalimentari per renderli più inclusivi, economicamente sostenibili e resilienti ai tanti shock che stanno affliggendo il Pianeta, oltre a produrre meglio e di più con un minore impatto sull'ambiente.

 

E' l'appello del direttore generale della Fao, QU Dongyu, all'Onu. Conflitti, clima, pandemia e recessione hanno aumentato la vulnerabilità alimentare delle persone.

 

Secondo il direttore occorre  aumentare l'assistenza agricola di emergenza, investire in sistemi agroalimentari e infrastrutture, dare priorità a scienza e innovazione e ridurre la perdita e lo spreco di cibo.

 

La richiesta è stata lanciata dal direttore generale della Fao nella riunione ministeriale "Global Food Security Call to Action" alle Nazioni Unite a New York.  Diversi i rapporti che fotografano la situazione di vulnerabilità alimentare nel mondo. Secondo l'ultimo Global Report on Food Crisis lo scorso anno 193 milioni di persone erano gravemente insicure dal punto di vista alimentare in 53 paesi/territori. Le proiezioni indicano che 329 mila persone entro la fine del 2022 vivranno in uno stato di insicurezza alimentare in Somalia, Sud Sudan e Yemen.  

 

Anche i tassi di malnutrizione sono aumentati, con milioni di bambini che soffrono di arresto della crescita o deperimento, mentre una dieta sana è fuori dalla portata di 3 miliardi di persone. Inoltre, i bilanci dei governi e dei consumatori sono stati più stretti e il reddito pro capite dei paesi si è ridotto, creando una perdita per l'economia di oltre 12 trilioni di dollari in due anni (2020-21). Il direttore ha poi puntato il dito contro l'impennata dei prezzi alimentari che a marzo hanno raggiunto il livello più alto dal 1990, mettendo in guardia sull'impatto a cascata della guerra in Ucraina che potrebbe esacerbare ulteriormente listini; questo perché Russia e Ucraina dominano il mercato del grano globale. 

 

"Il tempo stringe e la situazione è drammatica", ha affermato il direttore generale, delineando il percorso per una trasformazione di successo dei sistemi agroalimentari. "Oggi solo l'8% di tutti i finanziamenti per la sicurezza alimentare in caso di emergenza va ad assistere la produzione agricola", ha osservato, sottolineando che investire nell'agricoltura e nei mezzi di sussistenza rurali è strategico e da 7 a 10 volte più conveniente rispetto all'assistenza tradizionale. La Fao cerca 1,5 miliardi di dollari per sostenere 50 milioni di persone nel 2022 con interventi agricoli urgenti per affrontare la fame acuta. Grande attenzione anche sul fronte degli sprechi di cibo, le cui elevate quantità a oggi potrebbero sfamare circa 1,26 miliardi di persone l'anno. 

 

Fonte: https://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/istituzioni/2022/05/19/da-guerra-a-clima-piano-fao-per-agricoltura-resiliente-_ed5dc2b4-b17c-4f64-8b42-8622d1e93988.html