Roberto Cingolani alla Transizione ecologica: uno scienziato per un futuro a emissioni zero

Un fisico, uno scienziato per guidare la transizione dell'Italia verso un futuro a emissioni zero. È dunque caduta su Roberto Cingolani la scelta del presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi per riempire quella casella appena nata: ministro di un ministero mai esistito prima eppure centrale negli anni a venire.

 

Ma Cingolani non è nuovo a sfide di questo genere. Nel suo curriculum spicca la direzione, dalla nascita, nel 2005, fino a due anni fa dell'Istituto italiano di Tecnologia, che sotto la sua guida ha saputo imporsi come centro di eccellenza internazionale su temi di frontiera, come la robotica e l'Intelligenza artificiale.

 

Nato a Milano sessant'anni fa, Cingolani si è laureato in fisica all'Università di Bari, dove ha conseguito anche il dottorato, per poi specializzarsi alla Normale di Pisa. E' stato ricercatore al Max Planck Institut di Stoccarda, in Germania, visiting professor all'Institute of Industrial Sciences della Tokyo University e alla Virginia Commonwealth University, negli Stati Uniti. Nel 2000 è diventato professore ordinario di Fisica Sperimentale all'Università di Lecce. E un anno dopo nella città pugliese ha fondato e diretto il National Nanotechnology Laboratory dell'Isituto Nazionale di Fisica della Materia.

 

Grande organizzatore, viene scelto nel 2003 dall'allora ministro delle Finanze Giulio Tremonti e dal suo consigliere Vittorio Grilli come direttore scientifico del neonato Iit di Genova. Una struttura unica nel suo genere in Italia, anche perché può contare su un finanziamento da 100 milioni di euro l'anno e su un profilo giuridico particolare: un istituto pubblico governato come una fondazione privata. L'anomalia dell'Iit finisce per attirare su Cingolani gli strali di parte del mondo accademico italiano. Lui risponde rivendicando i risultati dei suoi laboratori e soprattutto la capacità di attrarre talenti anche stranieri in un Paese che di norma non riesce a trattenere neppure i suoi di scienziati.

 

Le polemiche si fanno ancora più infuocate nel 2016 quando l'allora premier Matteo Renzi decide di affidare a Cingolani la progettazione di un polo scientifico da realizzare nell'ex area Expo a Milano. Il fisico propone lo Human Technopole, una città della medicina del futuro. E il governo approva senza confrontarsi - è l'accusa di gran parte del mondo scientifico italiano - con Università e centri di ricerca pubblici.

 

Finito il suo mandato all'Iit, dal 1º settembre 2019 Cingolani è responsabile dell'innovazione tecnologica di Leonardo. Un incarico durato poco più di un anno, vista la convocazione nella squadra di Draghi. Ora il fisico-manager dovrà gestire la transizione ecologia dell'Italia. E i 70 miliardi che, sui 209 totali, secondo la Commissione Ue il nostro Paese dove investire per rivoluzionare trasporti ed energia. Con l'obiettivo di azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050.

 

di Luca Fraioli

 

Fonte: https://www.repubblica.it/green-and-blue/2021/02/12/news/roberto_cingolani_alla_transizione_ecologica_uno_scienziato_per_guidare_l_italia_verso_un_futuro_a_emissioni_zero-287319997/

Super-ministero Ambiente, Italia guarda a modello Ue

I 209 miliardi del recovery fund rischiano di provocare un terremoto politico nei palazzi del potere ministeriale: con il sì di Mario Draghi a un ministero per la Transizione ecologica, l'ambiente, tradizionale Cenerentola nella spartizione del potere e delle risorse, diventa più centrale. L'ipotesi di un accorpamento del relativo ministero con lo Sviluppo economico è l'ipotesi che sembra delinearsi: comporterebbe una ridefinizione di poltrone, competenze e priorità, spostamento di dirigenti, riassegnazione di fondi.

Per l'Italia, la svolta nella trattativa fra il premier e le rivendicazioni dei 5 Stelle colmerebbe il gap sulle politiche ambientali che la separa dai Paesi europei più avanzati. Se una delle ipotesi era un semplice potenziamento del ministero dell'Ambiente, mettendolo in primo piano nella gestione dei fondi del recovery fund con nuove competenze ad esempio nell'energia a una maggiore assegnazione di fondi, le parole di Luigi Di Maio sembrano aprire ad uno scenario più ambizioso: "Il progetto - ha poi dichiarato su Facebook il ministro degli Esteri uscente - punta infatti a sostenere l'ambiente, come il M5S ha sempre fatto, e ad integrare la difesa della nostra terra con le opportunità di sviluppo e di crescita economica".

Una soluzione che avvicinerebbe l'Italia al modello europeo: in Francia il ministero delle Transizione ecologia accorpa Trasporti e Infrastrutture e la casella-chiave dell'energia, ed è nella cabina di regìa che gestisce e decide sul recovery assieme al presidente Macron e al ministro dell'Economia Bruno Le Maire. In Spagna lo stesso ministero fa le politiche energetiche. In Svizzera, esiste un unico 'Dipartimento federale federale dell'ambiente, dei trasporti, dell'energia e delle comunicazioni' che accorpa, appunto, ambiente, Sviluppo economico, trasporti. Soluzioni ariche di ripercussioni politiche in Italia, dove spostare competenze e poteri al Mit, o al Mise, è una piccola rivoluzione. Naturalmente, anche le nomine giocheranno un ruolo chiave, con la casella del nuovo ministero che, se data a al ministro dello Sviluppo economico uscente, Stefano Patuanelli, o a quello degli Esteri Luigi Di Maio, offrirebbe ai 5 Stelle un incentivo in più.

Proprio sugli stanziamenti per la conversione green, sull'utilizzo dei 209 miliardi che l'Europa vuole siano utilizzato per una vera e propria svolta, si profila già il braccio di ferro che caratterizzerà la 'messa a terra' del recovery italiano. Proprio la presidente del Wwf, parlando alla Camera, ha messo il dito nella piaga delle "risorse che mancano all'appello" del precedente piano italiano per il recovery fund, con un 31% dedicato alla transizione verde contro il 37% che è la soglia minima imposta dalla Commissione europea.

Draghi - riferisce chi era presente ai colloqui - ha avuto un approccio completamente nuovo sul tema ambientale, normalmente snobbato rispetto ai grandi 'giochi' della politica quando si tratta di stabilire nomine e stanziare fondi. "Un approccio in tutt'altra direzione"; ha spiegato Ivan Novelli, presidente di Greenpeace Italia. L'ex presidente della Bce sa bene che l'Europa - per dirla con Christine Lagarde che gli è succeduta all'Eurotower - sulla transizione green "fa sul serio" e non si accontenterà di una spruzzata di verde per dare l'ok a un progetto. Persino la Bce ha dato una svolta ambientalista al modo in cui conduce politica monetaria. 

 

Fonte: https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/lavoro_sviluppo/2021/02/10/-super-ministero-ambienteitalia-guarda-a-modello-ue_0e1bd83d-4cfa-4c57-8ecd-805b335a778b.html

Cosa ha scoperto l’Oms a Wuhan sull’origine della pandemia di Covid-19

Da qualche giorno si è conclusa in Cina l'indagine del team internazionale di esperti inviato dall'Organizzazione mondiale della Sanità per indagare sulle origini della pandemia di Coronavirus che, a poco più di un anno dai primi casi scoperti proprio nel Paese del Dragone, ha provocato oltre 106 milioni di casi e 2,3 milioni di decessi in tutto il mondo. I lavori sono partiti da Wuhan, primo focolaio globale dell'infezione, ma, dopo quattro settimane di analisi e approfondimenti, non sono state trovate risposte a tutte le domande sull'epidemia. Unica certezza: il virus non è uscito da alcun laboratorio, tesi quest'ultima "altamente improbabile", come l'ha definita il capo della missione dell'Oms, Peter Ben Embarek nel corso di una conferenza stampa congiunta con gli scienziati cinesi, ma ha sicuramente origine animale, anche se non si sa quale. Possibile che si tratti di pipistrelli o pangolini, "più probabili candidati alla trasmissione, ma i campioni di Coronavirus trovati in quelle specie non sono identici al Sars-Cov-2".

 

Un buco nell'acqua, insomma, che ha provocato l'ira degli Stati Uniti. "Non accetteremo i risultati dell’indagine dell’Oms a Wuhan senza un’autentica verifica indipendente attraverso nostre indagini e conferendo con gli alleati", ha dichiarato ieri, senza mezzi termini, Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato americano, aggiungendo che "chiaramente, i cinesi, almeno finora, non hanno offerto la necessaria trasparenza di cui abbiamo bisogno e di cui l’intera comunità internazionale ha bisogno, perché si possa impedire che questo tipo di pandemie si ripetano". Ecco, di seguito, in sintesi, le conclusioni a cui sono giunti gli esperti dell'Oms nelle loro quattro settimane di ricerca in Cina, così come riassunto dall'Associated Press.

 

Pipistrelli e pangolini all'origine del Covid-19

L'unica cosa certa al termine della missione dell'Oms a Wuhan a un anno dallo scoppio della pandemia, è l'origine zoonotica, cioè animale, del virus. Gli scienziati pensano che i pipistrelli, ma anche i pangolini, siano i portatori più probabili e che lo abbiano trasmesso a un altro animale, che a sua volta lo abbia trasmesso agli esseri umani. Sebbene ci siano altre possibilità – un pipistrello potrebbe aver infettato direttamente un essere umano, ad esempio – la trasmissione del virus attraverso un secondo animale, che potremmo definire intermedio, rimane lo scenario più probabile. Tuttavia, l’epidemiologo cinese Liang Wannian ha negato ogni certezza al riguardo, affermando che "comunque i virus riscontrati in questi animali non sono una prova sufficiente per dimostrare un collegamento con il Sars-Cov-2".

 

Il nodo del mercato di Wuhan

Come è noto, il mercato Huanan a Wuhan è stato considerato il primo focolaio dell'epidemia di Coronavirus. I casi iniziali erano quasi tutti collegati a questo luogo dove vengono vendute specie selvatiche e pesce surgelato. "Sappiamo che c’è stata sicuramente una diffusione dell’infezione tra alcune persone che lo hanno visitato, ma come il virus si sia introdotto e come si sia diffuso è ancora sconosciuto", ha detto Embarek. Tuttavia, la ricerca dell'Oms in Cina ha quasi del tutto escluso che il virus sia nato e circolato qui per la prima volta. I funzionari sanitari cinesi hanno notato che solo le superfici del mercato sono risultate positive al virus, ma nessuno dei prodotti animali e che quindi il trasferimento del virus dagli animali agli esseri umani potrebbe essere avvenuto altrove. Secondo la virologa Marion Koopmans, non ci sono "prove evidenti" di una diffusione del virus altrove prima del focolaio di Wuhan, compresa l’Italia, citata espressamente dalla scienziata olandese nelle sue dichiarazioni. Dunque, c'è la possibilità che il virus possa essersi diffuso altrove, anche molto lontano da Wuhan, contemporaneamente o addirittura prima del focolaio al mercato Huanan, ma non si sa né dove né quando.

 

La teoria del laboratorio

Altro punto certo relativo all'origine della pandemia di Covid-19 è l'esclusione della sua fuoriuscita da un laboratorio di Wuhan. Gli esperti cinesi e internazionali hanno concluso che è estremamente improbabile che il virus sia trapelato dall'Istituto di virologia della capitale dell'Hubei, un laboratorio con un'ampia raccolta di campioni di virus. L'ex presidente Usa Donald Trump e i funzionari della sua amministrazione sono stati tra coloro che hanno più volte puntato su questa possibilità, inasprendo ancora di più i rapporti con Pechino. L'Oms ha sottolineato come non ci siano prove "che il virus esistesse in quel laboratorio o in qualsiasi laboratorio in qualsiasi parte del mondo quando è iniziata la pandemia. È molto improbabile che qualcosa potesse sfuggire da un posto del genere", ha detto il leader del team Peter Ben Embarek.

 

La catena del freddo

L'indagine ha lasciato aperta anche la possibilità che il virus potesse essere diffuso agli esseri umani attraverso prodotti alimentari congelati, una teoria quest'ultima ampiamente promossa dai funzionari cinesi, che hanno scoperto la presenza del virus sugli imballaggi di alimenti congelati importati, suggerendo che il virus possa essere arrivato in Cina dall'estero. Anche se, ha precisato ancora Embarek, "molto lavoro deve essere fatto per capire meglio l’eventuale ruolo della catena del freddo nella diffusione del Coronavirus".

 

di Ida Artiaco

 

Fonte: https://www.fanpage.it/esteri/cosa-ha-scoperto-loms-a-wuhan-sullorigine-della-pandemia-di-covid-19/

Il ministero dell’Ambiente invia all’Ue la Strategia sui cambiamenti climatici

Il ministero dell’Ambiente ha inviato alla commissione Europea la Strategia nazionale di lungo periodo sui cambiamenti climatici. Ora (verrebbe da dire). Ora, che il comico fondatore del M5s chiede un pentastellato alla guida del ministero della Transizione ecologica, qualora il presidente del Consiglio in pectore Mario Draghi decida di istituirlo nel caso sciogliesse la riserva positivamente sull’incarico assegnatogli dal capo dello Stato. 

 

I contenuti della ‘Strategia di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra’ (questo il titolo completo) – elaborata nell’ambito degli impegni dell’Accordo di Parigi che invita i Paesi firmatari a comunicare entro il 2020 (quindi la trasmissione è un po’ di ritardo rispetto alla scadenza) le proprie ‘Strategie di sviluppo a basse emissioni di gas serra di lungo periodo’ al 2050 – poggiano su tre capisaldi: riduzione della domanda di energia, grazie soprattutto al calo della mobilità privata e dei consumi in ambito civile; decisa accelerazione delle rinnovabili e della produzione di idrogeno; potenziamento e miglioramento delle superfici verdi, per aumentare la capacità di assorbimento di CO2.

 

L’intervento incisivo su queste tre leve – viene spiegato dal ministero – “si renderà necessario perché il mero ‘trascinamento’ delle tendenze attuali, per quanto virtuoso, sarebbe insufficiente a centrare il target fissato per il 2050”. Per questo è “necessario prevedere un sostanziale cambio del ‘paradigma energetico italiano’ che, inevitabilmente, passa per investimenti e scelte che incidono sulle tecnologie da applicare, sulle infrastrutture ma anche sugli stili di vita dei cittadini”. 

 

“L’Italia – osserva il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – con l’elaborazione di questa Strategia si conferma tra i Paesi più attivi e motivati per il raggiungimento del target della Cop 21, che è quello di mantenere il riscaldamento globale entro il limite di 1,5-2 gradi” di incremento delle temperature medie globali. “Siamo consapevoli – continua Costa – che per raggiungere la cosiddetta neutralità climatica entro 30 anni saranno necessarie scelte coraggiose e profondi cambiamenti nel tessuto socio-economico come nei nostri stili di vita. Ma la sfida climatica è la sfida strategica per il futuro dell’umanità e non possiamo permetterci di perderla”.

 

Per il ministero si tratta di “una trasformazione importante e radicale, quella prospettata dalla Strategia di lungo periodo che dovrà permeare tutte le politiche pubbliche, in un percorso di ampia condivisione. Primi passi in tal senso sono stati effettuati con la trasformazione del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, in Cipess, il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile”; e anche “con l’avvio del Green deal”.

 

Per chiudere il gap emissivo e arrivare alla neutralità climatica saranno “necessarie scelte politiche a elevato impatto sociale ed economico, tecnologie ancora non pronte in parte perseguibili solo su base europea, nonché una condivisione a livello internazionale del processo di decarbonizzazione”. La Strategia sui cambiamenti climatici, costruita in linea con il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), deve essere considerata “uno strumento ‘dinamico’, che avremo modo di aggiornare e integrare, anche per tenere pienamente conto dei processi di revisione degli obbiettivi energetico-ambientali nazionali attualmente in corso a livello europeo, e delle scelte conseguenti che si faranno per un rilancio economico in chiave sostenibile con il Piano per la ripresa e la resilienza”.

 

Nelle 100 pagine del documento “vengono individuate le tipologie di leve attivabili per raggiungere al 2050 la neutralità climatica: una riduzione spinta della domanda di energia, legata in particolare ad un calo dei consumi per la mobilità privata e dei consumi del settore civile; un cambio radicale nel mix energetico a favore delle rinnovabili, coniugato a una profonda elettrificazione degli usi finali e alla produzione di idrogeno; un aumento degli assorbimenti garantiti dalle superfici forestali (compresi i suoli forestali) ottenuti attraverso la gestione sostenibile, il ripristino delle superfici degradate e interventi di rimboschimento”.

 

La Strategia – chiude il ministero – individua così i possibili percorsi per raggiungere nel nostro Paese al 2050 “una condizione di ‘neutralità climatica’, nella quale le residue emissioni di gas a effetto serra sono compensate dagli assorbimenti di CO2. Un obiettivo in linea con quello indicato dalla presidente della commissione Ue Ursula von der Leyen”.

 

di Tommaso Tetro

 

Fonte: https://www.rinnovabili.it/ambiente/cambiamenti-climatici/strategia-sui-cambiamenti-climatici-italia/

Nuovo studio conferma: non c’è politica climatica che tenga senza sostenibilità sociale

Quelli bravi parlerebbero di una politica win-win come punto di riferimento necessario per portare avanti la lotta contro il cambiamento climatico e quindi in favore della decarbonizzazione dell’economia. Perché se questa transizione, che è l’unica via per salvare il Pianeta (o meglio noi stessi) non viene accompagnata da conseguenze positive sul piano sociale, ma solo negative per via ad esempio degli aumenti di prezzi che seguono ai migliori standard ambientali che vengono richiesti, la guerra è già bella che persa.

 

Sul tema, attualissimo e cogente, è uscito un nuovo studio, condotto nel contesto del progetto europeo Innopaths da Cristina Peñasco dell’Università di Cambridge, da Laura Diaz Anadon in qualità di direttrice del Cambridge’s centre for environment, energy and natural resource governance (C-eenrg) e da Elena Verdolini (Cmcc – Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici e Università degli Studi di Brescia). La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature climate change, ed affronta problemi noti nell’ambio dell’economia ecologica: «Ad esempio – ricordano dal Cmcc – le tariffe feed-in pagano i produttori di energia elettrica rinnovabile al di sopra delle tariffe di mercato. Ma i costi associati a questo intervento sono spesso “passati” ai consumatori in quanto risultano in un aumento generalizzato dei prezzi dell’energia».

 

Per questo è indispensabile aggiustare il tiro: un esempio è la gestione del gettito di un’imposta ambientale, come la carbon tax, da potersi impiegare per ristorare le parti sociali più colpite, o per ridurre le tasse sul lavoro, o in ogni caso per finanziare interventi contro disuguaglianza e povertà.

 

Come sottolinea infatti Cristina Peñasco «mitigare i cambiamenti climatici non è (e non può essere) l’unico obiettivo delle politiche di decarbonizzazione», perché «se le politiche a basse emissioni di carbonio non sono eque, efficienti e non stimolano la competitività, sarà difficile ottenere il sostegno pubblico necessario per la loro messa in atto. Questo potrebbe portare a ulteriori ritardi nel processo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, con conseguenze disastrose per il pianeta, le nostre economie e le generazioni future».

 

Al contempo, tutto ciò naturalmente non significa che interventi contro la crisi climatica rischiano di portare a conseguenze sociali inique, mentre senza questi interventi le cose andrebbero meglio. Semmai è il contrario: giova ricordare ciò che già nel 2019 è emerso durante l’iniziativa Italy 4 Climate, lanciata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ovvero che anche in Italia senza una rapida inversione di rotta entro la metà del secolo si perderanno 130 miliardi di euro l’anno in Pil, con un aumento della disuguaglianza regionale nella distribuzione della ricchezza pari al 60%. La disuguaglianza peraltro è invertita nelle responsabilità, giacché sono i più ricchi che contribuiscono maggiormente al cambiamento climatico al contrario dei più poveri, che in compenso ne pagano le conseguenze più salate.

 

Lo studio si sofferma quindi su dieci “strumenti” politici che includono forme di investimento (ad esempio finanziamenti mirati alla ricerca e allo sviluppo), incentivi finanziari (sussidi, tasse e gli appalti pubblici verdi – Green public procurement), interventi di mercato (permessi di emissione e certificati negoziabili per energia pulita o risparmiata) e standard di efficienza (come quelli per gli edifici).

 

Tra i numerosi risultati della ricerca emerge che, per la maggior parte degli strumenti analizzati, le “conseguenze distributive”(ovvero l’equità della distribuzione dei costi e benefici associati all’intervento di politica climatica) sono molto più spesso negative che positive o nulle. Questo è particolarmente vero per le piccole imprese e i consumatori meno abbienti.

 

«Le piccole imprese e le famiglie di medie dimensioni hanno meno capacità di assorbire gli aumenti dei costi energetici – spiega Laura Diaz Anadon – Alcune delle politiche di investimento e normative hanno reso più difficile per le piccole e medie imprese cogliere nuove opportunità o adattarsi ai cambiamenti. Se le politiche non sono ben progettate e le famiglie e le imprese vulnerabili ne fanno esperienza negativa, potrebbe aumentare la resistenza pubblica al cambiamento, un grosso ostacolo al raggiungimento della neutralità carbonica».

 

Come ha osservato su queste colonne anche l’economista Giovanni Marin «le fasce ‘deboli’ non hanno risorse sufficienti per investimenti ‘ambientali’ (ad esempio la coibentazione delle abitazioni per migliorare l’efficienza energetica o l’acquisto di un’auto ibrida o elettrica) il cui ritorno economico privato si concretizzerà solo in futuro».

 

Quindi per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici e per sposare fino in fondo la green economy, questa deve portare avanti contemporaneamente le necessità ambientali e sociali, redistribuendo le risorse secondo criteri di equità: lo sviluppo sostenibile si regge infatti solo su queste tre gambe – sostenibilità ambientale, sociale ed economica – e basta ignorarne una per far saltare il tavolo.

 

Fonte: https://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/nuovo-studio-conferma-non-ce-politica-climatica-che-tenga-senza-sostenibilita-sociale/

Utilitalia. Piano da 285mila nuovi posti di lavoro

Un piano di progetti concreti nei settori dell’acqua, dell’ambiente e dell’energia che prevede investimenti per 25 miliardi di euro, con significativi potenziali impatti sul Pil (+1,48%) e sull’occupazione (285mila nuovi posti di lavoro). Lo ha presentato Utilitalia, la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche, nel corso dell’audizione presso le Commissioni riunite Bilancio, Ambiente e Attività produttive della Camera dei Deputati nell’ambito dell’esame della Proposta di piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Le circa 450 imprese associate a Utilitalia forniscono i servizi idrici all’80% della popolazione, i servizi ambientali al 55%, la distribuzione gas ad oltre il 30% e servizi di energia elettrica al 15%, con un valore della produzione pari a 38 miliardi di euro, 1,3 miliardi di utili e oltre 90mila occupati.

 

«Il Recovery fund - ha spiegato la presidente di Utilitalia, Michaela Castelli - è una grande opportunità per l’Italia. Come Paese dobbiamo agire in modo concreto e responsabile attraverso investimenti mirati nei settori strategici e con una politica industriale che guardi alla transizione energetica e sostenibile come pilastro. Le Utilities italiane su questo stanno facendo e faranno la loro parte».

 

In totale gli investimenti proposti da Utilitalia valgono 25 miliardi di euro: di questi 24,9 miliardi sono per la transizione verde e 142 milioni per la digitalizzazione. Il settore nel quale si concentra il maggior numero di progetti è quello idrico (55%, per un valore di circa 14 miliardi), seguito da quello energetico (27%, circa 7 miliardi) e da quello ambientale (17%, circa 4 miliardi). Nel campo idrico, si va dall’ottimizzazione degli approvvigionamenti alla depurazione efficiente, fino alla riduzione delle perdite di rete e al contrasto al dissesto idrogeologico; in quello energetico si va dall’efficientamento energetico degli edifici al teleriscaldamento, dalle smart grid fino allo sviluppo delle energy community; in quello ambientale si punta ad accelerare la raccolta differenziata, sull’ampliamento della tariffa puntuale, sulla realizzazione di nuovi impianti per il riciclo e sulla valorizzazione dei fanghi di depurazione.

 

«La transizione ecologica – ha evidenziato Castelli - ha bisogno di un piano dettagliato e di una serie di riforme, perché le risorse da sole non bastano: serve una forte semplificazione normativa, soprattutto in fase di iter autorizzativi e snellimento dei tempi delle procedure, e un impegno non più differibile sul Meridione, dove è indispensabile favorire un approccio industriale ai servizi pubblici. Tra le proposte avanzate da Utilitalia figurano la riforma del servizio idrico al Sud, con un forte indirizzo statale che assicuri l’affidamento del servizio a un soggetto industriale, e l’autosufficienza nel ciclo dei rifiuti, superando la frammentazione e garantendo l’adeguamento della pianificazione regionale alle reali necessità impiantistiche del Paese. Utilitalia propone inoltre la promozione del consolidamento industriale dei comparti di pubblica utilità, incentivi all’efficienza delle imprese e una semplificazione dei procedimenti autorizzativi.

 

Fonte: https://www.avvenire.it/economia/pagine/utilitalia-progetti-e-assunzioni