Energia, il ministro dell’Ambiente guarda alla geotermia per ridurre la dipendenza dall’estero

Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto, ha assistito alla presentazione dello studio Infrastrutture energetiche per una transizione sicura e sostenibile, sviluppato da Confindustria energia con la partecipazione delle sue associazioni, di H2IT e delle società Snam e Terna, con il supporto analitico di Pwc.

 

«Evoluzione delle infrastrutture energetiche (fondamentali nella transizione), da un lato, e sostenibilità economica e sociale (ovvero mantenimento dell’occupazione e della competitività delle aziende) dall’altro, sono due facce della stessa medaglia», afferma il presidente Giuseppe Ricci, soffermandosi sullo scenario “sostenibilità integrata” elaborato da Confindustria energia.

 

Lo studio valuta in 182 miliardi di euro gli investimenti necessari nel periodo 2022-2030, che si traducono in un valore aggiunto totale di 320 miliardi di euro, nell’impiego di 380 mila Ula (unità di lavoro annue) ed in una riduzione di emissioni pari a -127 Mton CO2/anno nel 2030.

 

«Un piano integrato di investimenti – argomenta Ricci – che presenta benefici sul sistema Paese in termini di crescita economica, di ricadute ambientali e occupazionali con investimenti valutati secondo criteri di neutralità tecnologica, finalizzati al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, di sicurezza energetica e di sostenibilità sociale, attraverso infrastrutture energetiche flessibili e resilienti. È la proposta di Confindustria energia in vista dell’elaborazione del nuovo Pniec dell’adeguamento del Pnrr al RePowerEu».

 

Una proposta che per traguardare la messa a terra degli investimenti necessita però di un sostegno politico adeguato: la condivisione con le comunità locali delle priorità strategiche, dei criteri progettuali adottati per minimizzare l’impatto ambientale, la definizione ex ante delle ricadute economiche e occupazionali anche attraverso confronti sindacali e uno stretto coordinamento tra Enti autorizzativi nazionali e regionali, sono i presupposti per la definizione nei tempi previsti delle iniziative proposte.

 

In questo contesto la geotermia, ovvero la fonte rinnovabile rappresentata dal calore della Terra, che per prima l’Italia – e la Toscana in particolare – è riuscita a imbrigliare per fini industriali per prima al mondo, ormai due secoli fa, può dare un contributo prezioso verso l’indipendenza energetica e una maggiore sostenibilità ambientale.

 

«La dipendenza energetica dall’estero è il freno a mano sulla crescita del nostro Paese – osserva Pichetto – La transizione ecologica è un percorso e le infrastrutture energetiche ne sono tappe fondamentali. La nostra è una visione di un sistema energetico con tante fonti interconnesse, con una pluralità di fornitori, senza mai dipendere da uno soltanto. La sfida è la generazione diffusa: dal centro erogatore a una ramificazione del sistema».

 

In tale percorso assumono una valenza particolare le «nuove forme di produzione dell’energia come l’idrogeno e lo sviluppo di realtà come il geotermico, che con le moderne tecnologie può avere uno spazio non solo localizzato in alcune parti d’Italia», come sottolinea il ministro.

 

Le conoscenze scientifiche accumulate su questo fronte indicano già che le risorse geotermiche teoricamente accessibili entro i 5 Km di profondità sarebbero sufficienti a soddisfare il quintuplo dell’intero fabbisogno energetico nazionale. Eppure la costruzione di nuovi impianti è ferma da un decennio.

 

La geotermia è una fonte rinnovabile da sempre presente nel sottosuolo italiano, e in particolare lungo tutta l’area peritirrenica, dove corpi magmatici relativamente poco profondi (4-6 Km) rappresentano una preziosa sorgente di energia cui attingere per produrre elettricità e calore.

 

Ad oggi la totalità delle centrali geotermoelettriche attive in Italia è concentrata nelle aree geotermiche della Toscana, ma anche qui l’ultimo impianto entrato in funzione risale ormai a 8 anni fa (con Bagnore 4). Prima lo stop agli incentivi per la produzione di elettricità da geotermia, la cui ripartenza è attesa ormai da anni tramite il non ancora approvato decreto Fer 2, e adesso l’incombente scadenza delle concessioni minerarie (prevista al 2024) sta bloccando ogni sviluppo del comparto.

 

L’urgenza del Fer 2 ha fatto la sua ricomparsa nelle linee programmatiche ministeriali, insieme all’apertura arrivata dal ministro Pichetto verso una possibile proroga delle concessioni geotermiche in scadenza al 2024, ma su entrambi i fronti si attendono ancora risposte definitive.

 

L’auspicio è che passi in avanti possano essere compiuti già a partire dalla prossima settimana: l’Unione geotermica italiana (Ugi), in qualità di coordinatore del Tavolo tecnico geotermia, in collaborazione con Airu ha da tempo richiesto un incontro con il nuovo ministro dell’Ambiente. Incontro che, come riporta Ugi nel suo ultimo notiziario, è attualmente previsto per il 24 gennaio.

 

Fonte: https://greenreport.it/news/economia-ecologica/energia-il-ministro-dellambiente-guarda-alla-geotermia-per-ridurre-la-dipendenza-dallestero/

Von der Leyen a Davos: un piano UE per la transizione ecologica

 

Investimenti per l'energia pulita e un fondo di sovranità europeo per innovazione e Green Economy, l'economia legata alla transizione ecologica. 

 

La Ue deve "realizzare la transizione verso le emissioni zero senza creare nuove dipendenze" e per farlo "abbiamo un Piano industriale per il Green Deal", annuncia la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, dal palco del World Economic Forum di Davos. 

 

“Dobbiamo essere competitivi con le offerte e gli incentivi che sono disponibili all'esterno dell'Unione europea”, chiosa von der Leyen. Un riferimento neanche troppo implicito al piano di riduzione dell'inflazione annunciato negli Stati Uniti dal presidente Biden, che si propone di attrarre investimenti sull'energia verde e le tecnologie pulite: una legge considerata la scelta più importante di politica ambientale dall'accordo di Parigi del 2015.

 

Sul piano finanziario, "gli aiuti di Stato sarebbero una soluzione limitata", aggiunge la presidente della Commissione: per evitare la frammentazione del Mercato unico "dobbiamo aumentare i finanziamenti Ue" e "per il medio termine prepareremo un Fondo sovrano europeo nella revisione del nostro bilancio 2023". Sul piano normativo, "proporremo un nuovo 'Net Zero Industry Act" sulla falsariga del Chips Act.

 

“Ciò fornirà una soluzione strutturale - prosegue von der Leyen - per aumentare le risorse disponibili per la ricerca, l'innovazione e i progetti industriali strategici. Ma poiché ciò richiederà del tempo, esamineremo una soluzione ponte per fornire un supporto rapido e mirato dove è più necessario”.

 

Sugli investimenti energetici la presidente della Commissione ha anche sottolineato: "L'Europa e gli Stati Uniti da soli intendono investire quasi 1 trilione di dollari per accelerare l'energia pulita. Abbiamo il potenziale per promuovere in modo massiccio il percorso verso la neutralità climatica. Non è un segreto - ha aggiunto - che alcuni elementi dell'Inflation Reduction Act degli Usa abbiano sollevato preoccupazioni, specie per gli incentivi mirati alle aziende. Ecco perché abbiamo lavorato con i nostri amici degli Stati Uniti per trovare soluzioni. Ad esempio, in modo che anche le aziende della UE possano beneficiare della legge sulla riduzione dell'inflazione. Dovremmo garantire che i nostri rispettivi programmi di incentivi siano equi e reciprocamente rafforzati. Al centro della visione comune c'è la nostra convinzione che la concorrenza e il commercio siano la chiave per accelerare la tecnologia pulita e la neutralità climatica".

 

A proposito delle forniture energetiche von der Leyen ha chiarito: “L'Unione europea ha già sostituito l'80% delle forniture di gas dalla Russia e parallelamente abbiamo riempito i nostri depositi - ovviamente riducendo la nostra domanda di oltre il 20% nel periodo da agosto a novembre".

 

Semplificare le norme sugli aiuti di Stato, promette anche la presidente della Commissione: "Per mantenere l'attrattiva dell'industria europea, è necessario essere competitivi con le offerte e gli incentivi attualmente disponibili al di fuori dell'UE. Per questo proporremo di adeguare temporaneamente le nostre norme sugli aiuti di Stato per velocizzarle e semplificarle". 

 

Replica a distanza il ministro dell'Economia italiano Giancarlo Giorgetti dall'Ecofin: "il semplice allentamento delle regole degli aiuti di Stato non è una soluzione perchè sarebbe sproporzionato avvantaggiare gli Stati membri che godono di un margine di bilancio più ampio, aggravando così le divergenze economiche all'interno dell'Unione".

 

Fonte: https://www.rainews.it/articoli/2023/01/von-der-leyen--von-der-leyen-lancia-il-piano-industriale-green-d8bd5c8d-5c85-4a92-9ddf-5ee73d23b7b3.html

Il 20% più ricco degli italiani detiene i due terzi della ricchezza nazionale

 

 

Nel Belpaese dei 5,6 milioni di italiani in povertà assoluta, dei 6,3 milioni di dipendenti privati con salari erosi dall'inflazione, dei "lavoratori poveri" che superano il 13% della forza lavoro di riferimento, c'è chi invece se la spassa. A fine 2021 due italiani su dieci possedevano più dei due terzi della ricchezza nazionale. E allora appare inevitabile riformare l'unica misura strutturale di contrasto alla povertà, il Reddito di cittadinanza, che ha attenuato l'aumento della povertà; tassare gli extraprofitti e le rendite, combattere gli evasori, introdurre un salario minimo legale. Mentre a Davos in Svizzera si apre il World Economic Forum, fino al 20 gennaio, Oxfam pubblica il rapporto La disuguaglianza non conosce crisi, dedicando un focus specifico alla disuguaglianza in Italia. E proponendo le contromisure.

 

Dal capitolo Disugu-Italia dunque emerge che tra il 2020 e il 2021 è cresciuta la concentrazione della ricchezza in Italia: la quota detenuta dal 10% più ricco degli italiani (6 volte quanto posseduto dalla metà più povera della popolazione) è aumentata dell'1,3% su base annua a fronte di una sostanziale stabilità della quota del 20% più povero. La ricchezza nelle mani del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) a fine 2021 era superiore a quella detenuta dall’80% più povero (il 31,4%). Non solo. I super-ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di una ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri. Nonostante il calo del valore dei patrimoni finanziari dei miliardari italiani, dopo il picco del 2021, il valore delle fortune dei super-ricchi (14 in più rispetto alla fine del 2019) mostra ancora un incremento di quasi 13 miliardi (+8,8%), in termini reali, rispetto al periodo pre-pandemico.

 

Poi c'è l'altra Italia. I trasferimenti pubblici emergenziali hanno attenuato l'impatto della crisi pandemica, ma nel 2020 - ultimo anno con dati disponibili per dinamiche distributive - è comunque aumentata la disuguaglianza dei redditi netti: l’Italia si colloca tra gli ultimi paesi nell’Unione Europea. La povertà assoluta, stabile nel 2021 dopo un balzo nel 2020, interessa il 7,5% delle famiglie (1 milione 960 mila persone) e il 9,4% di individui (5,6 milioni). In 16 anni sono raddoppiate le famiglie con un livello di spesa insufficiente a uno standard di vita accettabile.

 

Secondo Mikhail Maslennikov, cosulente politico di Oxfam Italia, «le misure di sostegno devono proseguire ed essere indirizzate meglio verso le famiglie in condizioni di maggior bisogno. È indispensabile abbandonare il regime transitorio del Reddito di Cittadinanza per il 2023, riformando l’unica misura strutturale di contrasto alla povertà di cui disponiamo». Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia, sottolinea che «nonostante i suoi limiti, per la mancanza di efficaci politiche per il lavoro, il Reddito di cittadinanza - assieme al Reddito di inclusione del governo Gentiloni, il reddito d'emergenza e i ristori - ha evitato che i poveri invece che 5,6 milioni fossero un milione in più». E sottolinea come l'Italia sia l'unico paese dell'Ocse in cui i salari sono di fatto diminuiti del 2,9%.

 

Un altro importante fattore di rischio, avverte l'ong impegnata nella lotta alle disuguaglianze, arriva dall'inflazione che sta riducendo il potere di acquisto degli stipendi. Servono rinnovi contrattuali per 6,3 milioni di dipendenti del settore privato (oltre la metà del totale dei dipendenti privati). Lavoratori che rischiano, con le regole di indicizzazione attuali, di vedere un adeguamento dei salari - calati in termini reali del 6,6% nei primi nove mesi del 2022 - insufficiente a contrastare l’aumento dell’inflazione.

 

Restano irrisolti i nodi strutturali della “crisi del lavoro” nel nostro Paese: la ridotta partecipazione della componente giovanile e femminile, le disuguaglianze retributive, il crescente ricorso a forme di lavoro non standard e conseguente diffusione del lavoro povero: i working poor, persone che nonostante abbiano un'occupazione sono a rischio povertà, tra 2006 e 2017 sono passate dal 10,3 al 13,4% della forza lavoro di riferimento. Oxfam esprime preoccupazione: «Piuttosto che disincentivare il ricorso a forme di lavoro atipico che intrappolano nella precarietà milioni di lavoratori, il governo allarga le maglie per il lavoro discontinuo e invoca ulteriori interventi di flessibilizzazione. E la previsione di un salario minimo non è all'ordine del giorno».

 

Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia, ribadisce la sua preoccupazione: «Ci sono elementi che ci dicono che l'accelerazione della disuguaglianza è destinata a continuare, con un ciclo lungo anche in Europa. Eppure durante la pandemia i politici aveva detto "dobbiamo imparare questa lezione, cambiare l'approccio, perché non sarà sicuro nessuno se tutti non sono al sicuro"». Il rischio più grande forse è un altro: «L'erosione del patto sociale - avverte Petrelli - io temo possa coinvolgere la stessa democrazia. Già assistiamo da tempo ad una competizione tra autocrazie e sistemi democratici. C'è una stanchezza da parte di un numero sempre più ampio di cittadini, che subiscono il fascino dell'uomo forte. Churchill disse che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre sperimentate finora. Questa fascinazione è un fortissimo elemento di pericolo, in assenza di risposte economiche e sociali per contrastare la disuguaglianza che dimostrino che la democrazia resta in ogni caso il sistema migliore».

 

di Luca Liverani

 

Fonte: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/poverta-fratellastri-d-italia-il-5-ha-piu-ricchezza-dell-80-piu-povero

Mediterranea e Ispra, plastica in mare 65% rifiuti galleggianti

Pronti i nuovi risultati sulla presenza dei rifiuti galleggianti in mare che emergono dalla collaborazione tra Associazione Progetto Mediterranea e l'Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale - Ispra nell'ambito del "Floating Litter", un progetto di Advanced Citizen Science per studiare l'inquinamento del nostro mare.

 

Progetto Mediterranea, spedizione culturale, scientifica e nautica salpata nel 2013 con l'obiettivo di studiare il Mediterraneo, sollecitando l'attenzione pubblica sui grandi temi sociali, ambientali, politici e culturali, dal 2021 è partner di Ispra per quanto riguarda la salvaguardia ambientale e la ricerca scientifica. Imbarcazione Mediterranea, vettore della spedizione, ha navigato tra maggio e settembre 2022 nel canale di Sicilia, circumnavigando l'isola, nel Golfo di Taranto e quindi lungo la costa adriatica fino a Venezia.

 

Nel corso della rotta dello scorso anno, l'equipaggio ha realizzato una serie di avvistamenti di rifiuti galleggianti all'interno del programma di osservazione e documentazione stabilito e verificato con i ricercatori dell'Ispra - Ministero dell'Ambiente. "Anche nella campagna del 2022 - affermano i ricercatori Ispra citati in un comunicato di Progetto Mediterranea - i rifiuti a mare sono stati osservati in tutte le aree percorse, dimostrando ulteriormente la vastità di incidenza del fenomeno del 'marine litter'. I materiali di plastica sono i principali imputati del fenomeno, con una percentuale intorno al 65% di tutti i rifiuti rilevati. Laddove è stato possibile risalire ad attività specifiche, gli oggetti più frequentemente osservati appartengono al packaging, buste e bottiglie di plastica e alle attività da pesca. I valori medi della densità di rifiuti sono in linea con quanto atteso, con densità maggiori in ambiente più costiero e minori in alto mare. Le maggiori concentrazioni di rifiuti sono state osservati nelle aree in cui è presumibile un maggiore apporto da terra come alla foce dei fiumi in Adriatico e presso coste meridionali della Sicilia dove sono state rinvenute notevoli quantità di 'schiume'. "La prosecuzione della collaborazione fra Ispra e Progetto Mediterranea - aggiungono - anche nel 2022 ha permesso di ottenere dati adeguati dal punto di vista metodologico ed estremamente utili per contribuire alla conoscenza del fenomeno dei rifiuti marini costieri anche nelle nuove aree dello Ionio e Adriatico. I risultati dimostrano ulteriormente le potenzialità della citizen science per contribuire alla costruzione della conoscenza sui fenomeni ambientali.

 

Questo è particolarmente importante in ambiente marino, dove la vastità e complessità dei fenomeni richiedono un monitoraggio continuo di larga scala e nel lungo termine, per evidenziare i fenomeni in atto e monitorarne le eventuali variazioni nel tempo. La prosecuzione della collaborazione permetterà di ottenere informazioni in altre aree del Mediterraneo, contribuendo a diffondere la consapevolezza sulla necessità di una svolta sostenibile in tutti i settori delle attività umane." "Invitiamo tutti i velisti, i cittadini, a entrare attivamente nella protezione dell'ambiente. E non a parole, ma dedicando una quota delle loro navigazione, delle loro passioni alla collaborazione con la ricerca scientifica. - dichiara Simone Perotti, scrittore e fondatore di Progetto Mediterranea - Non possiamo più permetterci di divertirci soltanto e di dedicare il nostro tempo solo a noi stessi. Vivere in questa epoca, e vivere il mare soprattutto, significa partecipare, contribuire".

 

Fonte: https://www.ansa.it/mare/notizie/rubriche/ambienteepesca/2023/01/18/mediterranea-e-ispra-plastica-in-mare-65-rifiuti-galleggianti-_62510d93-1097-44cf-a1dd-e08308b9d190.html

 

L’economia mondiale è sempre meno circolare

Ogni anno, l’economia globale consuma 100 miliardi di tonnellate di materiali, di questi solo il 7,2% rientra in circolo sotto forma di materiali riciclati. È quanto emerge dall’edizione 2023 del Circularity Gap Report, il nuovo studio di Circle Economy, – organizzazione che si occupa di fornire a imprese, decisori pubblici e amministrazioni gli strumenti per implementare l’economia circolare – in collaborazione con Deloitte, presentato lo scorso 16 gennaio a Davos, in occasione del World Economic Forum.

 

Quel 7,2% che valuta la circolarità dell’economia globale è un dato importante, e in questo caso, deludente: si registra infatti un ulteriore calo rispetto al 9,1% del 2018, anno in cui Circle Economy ha calcolato per la prima volta il dato, ma anche rispetto all’8,6% del 2022.

 

Perché siamo sempre meno circolari

Ma come mai, nonostante si parli sempre più nella politica, e tra aziende e cittadini di economia circolare continuiamo a restare ancorati ad un sistema lineare, verso cui tendiamo sempre più? A spiegarlo è Matthew Fraser, responsabile di Ricerca e Sviluppo di Circle Economy. “Chiaramente – ha detto nel corso della presentazione del report – l’aumento esponenziale dell’estrazione gioca un ruolo importante. Molti di questi materiali vengono utilizzati per fabbricare ponti, edifici e strade ma, se guardiamo a ciò che esce dall’economia, la stragrande maggioranza dei materiali viene persa, cioè non viene riciclata. È chiaro che c’è un enorme potenziale per aumentare questo numero in futuro”.

 

Gli effetti di questa mancanza di circolarità sono purtroppo visibili nell’ambiente che ci circonda e, come sappiamo, mettono a repentaglio la salute del Pianeta e della specie umana. Dei nove confini planetari, fa sapere Fraser, ossia dei limiti da non superare per garantire la sopravvivenza dell’uomo sul Pianeta – concetto introdotto nel 2009 in uno studio su Nature da un gruppo di scienziati guidati da Johan Rockström – ne sono stati superati già cinque e questo sta esercitando un’immensa pressione sugli ecosistemi globali, sia negli oceani che sulla terra e nell’atmosfera.

 

“L’aumento dell’estrazione e dell’utilizzo dei materiali – ha detto Vivianne Heijnen, ministra presso il Ministero delle Infrastrutture e della Gestione delle Acque dei Paesi Bassi – ha un impatto negativo. Nei sei anni trascorsi dalla stesura del primo rapporto sul Circularity Gap, l’economia globale ha estratto e utilizzato più materiali rispetto all’intero XX secolo (e entro il 2060 questa cifra potrebbe raddoppiare ancora, ndr). Il tenore di vita di molte persone è migliorato, ma siamo andati oltre la sicurezza ambientale e degli elementi naturali del nostro Pianeta”.

 

La ministra ha poi accennato alle misure che stanno per essere adottate nei Paesi Bassi, come un nuovo programma di economia circolare nazionale e dei provvedimenti per le categorie di prodotto del tessile e della plastica. “Tuttavia – aggiunge – nessun Paese può raggiungere la circolarità da solo. Ecco perché continueremo a collaborare con partner internazionali per coordinare numerose nuove iniziative”.

 

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Inclusione: nessun Paese è davvero circolare da solo

“La transizione verso la circolarità – ha spiegato Elisa Tonda, a capo della unità Consumo e produzione della Environment’s Economy Division delle Nazioni Unite – dovrà essere molto inclusiva, dal momento che porta opportunità di lavoro e occupazione. Conosciamo bene le cifre che rapporti come Breaking the Plastic Wave, riportano in termini di opportunità di lavoro e di capacità della nuova economia dal riciclo della plastica in grado di creare 700.000 posti di lavoro entro il 2040, o le cifre che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, riporta nel suo rapporto, secondo cui la transizione verso la circolarità può creare 200 milioni di nuovi posti di lavoro a livello globale, molti dei quali verrebbero creati nel Sud del mondo. E molti di questi sono anche posti di lavoro nati in relazione al riciclo e all’economia circolare”.

 

“Siamo sempre molto soddisfatti dei nostri progressi in Scozia nell’economia del Paese, in termini di risultati dell’azione politica con le singole imprese; – ha affermato Iain Gullard, CEO di Zero Waste Scotland – abbiamo lavorato con oltre 50 imprese e investito in alcune di esse negli ultimi due anni, con un interesse significativo da parte delle amministrazioni scozzesi nel sostenerle. Dobbiamo però pensare in modo molto più aperto, perché non si tratta solo di una strategia per le singole imprese ma di una strategia economica globale che dobbiamo far convergere su di noi. Dobbiamo quindi pensare al quadro generale per colmare davvero il divario, non sono solo le singole imprese a poterlo fare”.

 

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I quattro che inquinano di più

Secondo il Circularity Gap Report 2023, quattro sistemi globali chiave sono responsabili della maggior parte delle emissioni e dei rifiuti globali: l’edilizia, il sistemi alimentare, la mobilità e i trasporti, i beni di consumo e i prodotti industriali.

 

“La metà degli edifici che saranno in piedi nel 2050 – ha detto a tal proposito Elisa Tonda di Unep – non sono ancora stati costruiti e l’equivalente della città di Parigi viene edificato sul nostro suolo ogni cinque giorni, e l’equivalente del Giappone ogni anno fino al 2060. Questo ci dà un’incredibile opportunità di pensare alle infrastrutture, in modo che siano al servizio di un sistema circolare e non di un’economia lineare”.

 

L’edilizia è in effetti responsabile di circa il 40% delle emissioni globali di gas serra, e la sola produzione di cemento contribuisce a circa il 7% della CO2 rilasciata nell’atmosfera a livello globale.

 

Il sistema alimentare, che occupa oggi circa la metà della superficie abitabile del pianeta, è invece responsabile di un terzo delle emissioni globali di gas serra, di cui l’8-10% è legato alla produzione di cibo perso e sprecato. La mobilità e i trasporti sono tra le cause principali del cambiamento climatico e dell’acidificazione degli oceani, responsabile di circa il 25% delle emissioni di gas serra a livello globale. I beni industriali e di consumo implicano, infine, processi industriali ad alta intensità di energia e di materiali: il report stima che oltre un quarto della produzione globale di rifiuti solidi sia costituito da rifiuti industriali.

 

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Le soluzioni

Il report non accende i riflettori solo sui problemi ma pone 16 soluzioni legate economia circolare che, implementate in questi sistemi, possono invertire l’attuale superamento di cinque limiti planetari, garantendo la sicurezza degli ambientanti naturali e persino limitando il riscaldamento globale a meno di 2 gradi.

 

Dall’aumento dell’efficienza energetica degli edifici e la riconversione del patrimonio edilizio esistente alla transizione verso un sistema alimentare circolare che includa la riduzione degli sprechi alimentari migliorando la gestione del trasporto e dello stoccaggio e la salute dei terreni. Dalla mobilità dolce agli investimenti in trasporti pubblici e veicoli elettrici alle pratiche di moda più sostenibili e, in generale, ad un prolungamento della vita degli oggetti.

 

In sintesi, il rapporto conferma che non è possibile raggiungere la sostenibilità solo con il riciclo, e punta sull’adozione di quattro principi chiave della circolarità: usare meno, usare più a lungo, usare di nuovo e “rendere pulito”, evitando cioè materiali tossici.

 

Secondo lo studio, i bisogni fondamentali della società, come l’alimentazione e la casa, potrebbero essere soddisfatti con appena il 70% dei materiali che l’economia mondiale consuma attualmente. Inoltre, la riduzione del 30% dell’estrazione potrebbe migliorare enormemente la salute dell’ambiente.

 

La chiave di questa riduzione starebbe nella transizione dai combustibili fossili a fonti di energia più rinnovabili e nella riduzione della domanda di minerali ad alto volume, come la sabbia e la ghiaia, che sono in gran parte utilizzati per le abitazioni e le infrastrutture, rinnovando i vecchi edifici e le infrastrutture invece di costruirne di nuovi, in combinazione con altre misure.

 

Il report insiste poi su un percorso di riduzione delle materie estratte che deve essere diverso a secondo del Paese: ad esempio, Stati Uniti e Stati membri dell’Ue dovranno ridurre radicalmente l’estrazione e l’uso di materiali, dato che attualmente ne consumano il 31%. Mentre altri, come la Cina, dovranno stabilizzare il loro consumo.

 

di Silvia Santucci

 

Fonte: https://economiacircolare.com/circularity-gap-report-economia-circolare/

 

Brasile, i mercati accolgono negativamente la nuova presidenza Lula

 La Borsa di San Paolo si muove in negativo nella seduta odierna, che rappresenta il primo giorno lavorativo del governo del neo presidente della Repubblica, Luiz Inácio Lula da Silva, i cui annunci di politica economica sono stati accolti con apprensione dal mercato. Lula, che ha sconfitto l'ex leader di estrema destra Jair Bolsonaro, ha promesso un drastico cambiamento di rotta per salvare una nazione afflitta da fame, povertà e razzismo. Il Bovespa, il principale indice della borsa brasiliana, mostra un calo di quasi il 3%.

 

Nella giornata odierna, il presidente ha incaricato i ministri di revocare le misure per privatizzare le società statali adottate dalla precedente amministrazione, compresi gli studi per vendere la compagnia petrolifera Petrobras, la società postale e la società di radiodiffusione statale.

 

Tra i titoli sotto osservazione c'è quello della compagnia petrolifera Petrobras, che mostra una diminuzione di circa il 6%. Domenica Lula ha firmato un decreto che estende per 60 giorni l'esenzione per i carburanti dalle tasse federali, una misura approvata dal suo predecessore e volta ad abbassarne il costo. Venerdì il CEO entrante di Petrobras ha dichiarato di voler modificare la politica dei prezzi del carburante del paese, ma ha affermato che gli investitori non devono preoccuparsi.

 

Fonte: https://finanza.repubblica.it/News/2023/01/02/brasile_i_mercati_accolgono_negativamente_la_nuova_presidenza_lula-127/