Emergenza Rifiuti, ecco l'ordinanza di Zingaretti: Roma ha 30 giorni per un piano o sarà commissariata

Trenta giorni per trasmettere un piano impiantistico “ai fini dell’autosufficienza in termini di trattamento, trasferenza  e smaltimento”, quindi TMB e discariche. La Regione Lazio lancia l’ultimatum a Roma Capitale ed Ama, proprio all’alba dell’ennesima emergenza rifiuti: quella dovuta dall’improvvisa chiusura della discarica di Roccasecca che, raggiunta la capacità massima, ha decretato lo stop ai conferimenti.

 

L’ultimatum della Regione al Campidoglio: 30 giorni per piano autosufficienza

Cancelli chiusi anche ai rifiuti di Roma che così perde un prezioso ingranaggio del suo fragile sistema, inevitabile l’effetto domino: senza sbocco finale, la discarica, rallentano anche gli impianti di trattamento. Così in città riprende la corsa contro il tempo per evitare la crisi.

 

Nel mese di aprile andranno incontro alla Capitale gli impianti di smaltimento MAD a Civitavecchia Fosso Crepacuore ed Ecologia Viterbo nei quali conferiranno gli scarti i TMB di Malagrotta e il TMB Saf di Colfelice. Ai gestori degli impianti di smaltimento la Regione ha ordinato “di garantire la massima operatività, con turni ulteriori di lavoro anche nei festivi e prefestivi per soddisfare le richieste di smaltimento”.  Il gestore della discarica  Ecologia Viterbo dovrà poi applicare, in via provvisoria e per il periodo di durata dell’ordinanza (20 aprile), “considerata l’emergenza e l’urgenza”, a stessa tariffa applicata dalla  MAD di Roccasecca. 

 

Il nodo Rocca Cencia: quale futuro per il TMB?

Intanto Ama dovrà provvedere alla gara per esportare i rifiuti all'estero tramite Invitalia, predisporre gli accordi con impianti fuori regione e, insieme al Comune, chiarire cosa intende fare con il TMB di Rocca Cencia, in vista della conferenza dei servizi per il rinnovo dell'autorizzazione. Il Campidoglio ha già fatto sapere che presenterà istanza di revoca/riesame dell’Autorizzazione: la volontà è quella di chiudere e riconvertire il sito, diventerà un “impianto di selezione multimateriale" per la differenziazione della carta, della plastica, dei metalli. Ma bisognerà trovare delle alternative concrete per il trattamento dei rifiuti: nel piano industriale di Ama 2021-2024 c’è la costruzione di un nuovo TMB, più moderno ed efficiente con la speranza che non abbia un impatto devastante sul territorio circostante. Ma la realizzazione è troppo lontana nel tempo per risolvere una crisi che rischia di mordere già nelle prossime settimane. 

 

Sulla questione rifiuti a Roma il tempo stringe. Il Campidoglio avrà trenta giorni per dare un segnale concreto, altrimenti sarà commissariamento.

 

di Sara Mechelli“

 

Fonte: https://www.romatoday.it/politica/emergenza-rifiuti-ordinanza-zingaretti-aprile-2021.html

Energia, ambiente e Pnrr: le 10 opere faro secondo Legambiente

Concretizzare la transizione ecologica partendo dai territori e da quelle dieci opere faro che possono proiettare l’Italia verso un 2030 più sostenibile e verde.

 

È questa la strada che il nostro paese deve seguire secondo Legambiente per non sprecare le risorse del Next Generation EU e realizzare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che il Governo Draghi dovrà ultimare e inviare a Bruxelles entro la fine di aprile.

 

Il messaggio dell’associazione ambientalista è stato lanciato all’evento “La nostra Italia. Più verde, innovativa e inclusiva”, organizzato da Legambiente negli studi Sky di Milano.

 

Al talk, che si è svolto ieri, martedì 30 marzo sul canale 501 di Sky e in streaming (vedi video sotto ), hanno partecipato sei ministri dell’esecutivo Draghi: Roberto Cingolani (Transizione ecologica), Enrico Giovannini (Infrastrutture e mobilità sostenibili), Andrea Orlando (Lavoro e politiche sociali), Luigi Di Maio (Affari esteri), Mara Carfagna (Sud e politiche territoriali), Stefano Patuanelli (Politiche agricole, alimentari e forestali), oltre al sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri, Vincenzo Amendola (rendendo importanti dichiarazioni .

 

Ricordiamo che Legambiente ha anche pubblicato un rapporto con le sue proposte per il Pnrr, indicando 23 priorità di intervento, 63 progetti territoriali da mettere in campo, le opere da non realizzare, e un pacchetto di riforme trasversali e settoriali necessarie per accelerare la transizione ecologica.

 

“Ormai mancano 30 giorni alla scadenza fissata da Bruxelles per l’invio del Pnrr”, ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. “Dal nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi ci aspettiamo scelte coraggiose e radicali sui progetti da finanziare, puntando solo sulle tecnologie pulite per la produzione di energia rinnovabile, sull’idrogeno verde, sugli impianti di economia circolare, sulla mobilità a emissioni zero in città e sulle tratte extra urbane, sulla rigenerazione urbana, sull’agroecologia, sul turismo sostenibile e sulle aree protette”.

 

Legambiente, spiega una nota, ha inoltre ricordato che le risorse pubbliche vanno indirizzate diversamente da quanto fatto finora. Un esempio arriva proprio dal fronte mobilità. Nel 2020 con il bonus auto è stato destinato un miliardo di euro di soldi pubblici per rottamare 125.000 vecchie auto e ridurre le emissioni di 61.000 tonnellate di CO2 all’anno. Con un miliardo avremmo potuto acquistare 2.500 autobus elettrici o 40.000 taxi e car-sharing elettrici, in 100 città, riducendo le emissioni di oltre 100.000 tonnellate di CO2 all’anno.

 

Infine, per accelerare la transizione ecologica, l’associazione ambientalista ritiene urgente aprire anche una nuova stagione di riforme trasversali, partecipazione dei cittadini e condivisione territoriale: si va dalle necessarie semplificazioni per velocizzare l’iter autorizzativo dei progetti di economia verde (a partire dagli impianti a fonti rinnovabili e quelli dell’economia circolare), al miglioramento qualitativo dei controlli ambientali attraverso il potenziamento del Sistema Nazionale di Protezione dell’Ambiente per combattere la concorrenza sleale, senza dimenticare l’aumento delle competenze della pubblica amministrazione con un vasto programma di formazione e aggiornamento professionale, la nuova legge sul dibattito pubblico per prevenire le contestazioni e aumentare la condivisione di cittadini e istituzioni locali nella necessaria realizzazione delle opere.

 

Queste le dieci opere-faro segnalate da Legambiente:

 

Distretto industriale green di Taranto e Brindisi;

Mobilità a emissioni zero in Pianura Padana e nei capoluoghi di provincia;

Bonifica di Terra dei fuochi, Valle del Sacco, Val d’Agri, Gela e delle falde inquinate da PFAS;

Parchi eolici off-shore nel canale di Sicilia, in Sardegna e in Adriatico;

Riduzione del rischio idrogeologico in Campania, Calabria e Sicilia;

Impianti dell’economia circolare nel centro sud;

Connessione ecologica, digitale e cicloturistica dell’Appennino;

Ricostruzione innovativa delle aree terremotate del centro Italia;

Infrastrutture ferroviarie per Calabria e Sicilia;

Sviluppo del biologico e dell’agroecologia sulle Alpi, negli Appennini e nelle aree rurali attraverso la creazione di biodistretti.

 

Fonte: https://www.qualenergia.it/articoli/energia-ambiente-pnrr-le-10-opere-secondo-legambiente/

Quale idrogeno per l’Italia? Le idee del ministro Cingolani e delle grandi partecipate italiane

Seguendo le orme dell’Europa, anche l’Italia sta portando avanti una strategia per alimentare la transizione ecologica (anche) con l’idrogeno: un percorso di respiro ancora molto lungo, ma sul quale si sta innestando un ampio dibattito pubblico. Una preziosa occasione di confronto è arrivata oggi dall’evento del Sole 24 Ore “La strategia sull’idrogeno e la transizione energetica. Prospettive e opportunità per un’Italia green”, cui ha partecipato anche il ministro Roberto Cingolani.

 

«L’idrogeno è degno di grande attenzione, c’è un trend internazionale da cui non ci possiamo tagliare fuori – dichiara il ministro della Transizione ecologica – In questo momento costa troppo, ma dobbiamo creare le condizioni perché questo diventi il vettore principale. La transizione ci deve portare nel più breve tempo possibile a usare l’idrogeno a un prezzo congruo, questo vale per i trasporti ma anche per i settori energivori».

 

Sui principali settori dove l’idrogeno potrà trovare le applicazioni più proficue, come sulle fonti da cui ricavare idrogeno – che è solo un vettore energetico – le opinioni emerse nel corso del talk non sono però unanimi.

 

Per capirne di più è importante un focus sull’attuale sviluppo della tecnologia: secondo l’Irena, l’idrogeno verde – ovvero quello prodotto da fonti rinnovabili – potrebbe diventare competitivo in termini di costi. Ad oggi però  l’idrogeno verde è 2-3 volte più costoso dell’idrogeno blu, ovvero quello prodotto a partire da combustibili fossili ma in combinazione con la discussa tecnologia carbon capture and storage (Ccs), che gli ambientalisti non vedono di buon occhio.

 

L’Ue nel mentre ha già adottato una strategia sull’idrogeno, proponendo una strategia di progressiva implementazione che parta dall’immediato per arrivare ad un orizzonte – tra il 2030 e il 2050 – in cui le tecnologie che utilizzano l’idrogeno rinnovabile dovrebbero raggiungere la maturità ed essere implementate su larga scala in tutti i settori che sono difficili da decarbonizzare: in primis l’industria, ma anche trasporti e costruzioni. L’Italia si è già inserita in questo percorso, partecipando al Progetto di comune interesse europeo (Ipcei) sull’idrogeno, ma non mancano i ritardi da recuperare. Per andare dove?

 

Il ceo di Enel, Francesco Starace, osserva che «per produrre 1 kg di idrogeno dalle rinnovabili servono 50 kWh: l’utilizzo migliore dell’idrogeno è quello che tiene conto del suo alto contenuto energetico. All’inizio deve essere usato per chimica, fertilizzanti, cemento e per la decarbonizzazione dell’acciaio. Sarebbe una sciocchezza invece produrre dall’elettricità idrogeno e poi ancora una volta elettricità così come usarlo per il riscaldamento. Creare gas arricchito di idrogeno è un altro discorso ma non è la soluzione alla transizione energetica».

 

Diverso il punto di vista portato dal ceo di Eni, Claudio Descalzi, che al 2050 pronostica che quasi la metà dell’idrogeno prodotto arriverà ancora dai fossili: «L’idrogeno è un vettore energetico che può dare grosse soluzioni al campo industriale e alla mobilità. Noi possiamo parlare di idrogeno perché lo produciamo, lo utilizziamo e lo usiamo anche nel sistema elettrico. Se guardiamo al 2050 vediamo che ci sarà una quadruplicazione della produzione di idrogeno. Il 43% sarà idrogeno blu e il 48% sarà verde».

 

Il ceo di Snam, Marco Alverà, preferisce invece un’ottica internazionale rispolverando il progetto che vede per l’Italia il ruolo di hub europeo dell’energia: prima si parlava di gas, ora di idrogeno. «Abbiamo un vantaggio geografico importante – argomenta Alverà – e un vantaggio infrastrutturale grazie a una rete interconnessa con Algeria, Tunisia, Libia e Medio Oriente attraverso la Grecia. Abbiamo anche un vantaggio tecnologico con aziende di eccellenza. Noi abbiamo investito in De Nora, che è leader mondiale nei componenti per gli elettrolizzatori: tutto questo ci può consentire di sviluppare una partnership con il Nord Africa e diventare un hub di esportazione di idrogeno verso l’Europa».

 

Per quanto riguarda invece le possibili applicazioni di questo vettore energetico, le auto a idrogeno restano una poco auspicabile chimera, mentre diverso è il discorso – sul fronte della mobilità – per i trasporti pesanti o quelli su ferro.

 

«Le applicazioni potrebbero essere tante. Auto a idrogeno sono convinto che non ne vedremo, l’elettrico grazie alle soluzioni offerte dalle batterie taglia fuori soluzioni più complesse, il discorso è diverso per track e treni», suggerisce l’ad di A2A Renato Mazzoncini. Sulla stessa linea Andrea Gibelli, presidente di Fnm, che proprio in collaborazione con A2A ed Enel punta a mettere in funzione dal 2023 i primi treni a idrogeno in Val Camonica: «La sfida è ridurre al minimo il periodo di utilizzo dell’idrogeno blu e poi con importanti investimenti arrivare all’idrogeno verde per l’economia circolare. Cioè ricavare idrogeno dall’acqua delle Alpi e dai rifiuti e costruire un sistema che serve al Paese».

 

Per ricavare idrogeno però, servono appunto impianti alimentati a fonti rinnovabili: il problema non è da poco, perché su questo fronte l’Italia è praticamente ferma dal 2013.

 

Non a caso per investire i capitali provenienti dal Recovery plan sulla transizione energetica «serve una catena di procedure rapida», secondo il ministro Cingolani, e per questo in parallelo con il Pnrr il Governo sta studiando un’azione decisa «sulla semplificazione e sulla catena dei permessi», in cui l’intero processo è molto lungo e complesso, sottolineando che nell’installazione degli impianti rinnovabili negli ultimi anni, a fronte di una programmazione di un certo tipo, a consuntivo si arrivava al 10% del programmato: «Così non si può andare avanti, anche perché con il Recovery plan si va avanti con saldi di avanzamento lavori, non riuscire a sfruttare questi capitali sarebbe una doppia sconfitta».

 

Fonte: https://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/quale-idrogeno-per-litalia-le-idee-del-ministro-cingolani-e-delle-grandi-partecipate-italiane/

Rinnovabili, dal 2023 stop all’uso di olio di soia e palma per produrre elettricità e biodiesel

La Camera approva lo stop agli oli di palma e di soia nella produzione di biocarburanti e di elettricità dal 1 gennaio 2023. Dopo il voto al Senato del 30 ottobre scorso, anche Montecitorio dà l’ok alla norma che fa parte del disegno di legge di delegazione europea, testo con cui si dà mandato al Governo di stabilire le rinnovabili del futuro. E l’esecutivo dovrà includere nella prossima legge sulle rinnovabili la novità che, aspetto da non sottovalutare, non riguarda solo la materia prima, ma anche gli scarti il cui mercato può risultare anche più conveniente ma non privo di conseguenze dal punto di vista ambientale. La norma sancisce, infatti, che saranno esclusi dal 1 gennaio 2023 dagli obblighi di miscelazione al combustibile diesel e dalla produzione elettrica rinnovabile “così come dal relativo conteggio delle fonti rinnovabili e dai sussidi di mercato” olio di palma, fasci di frutti di olio di palma vuoti (il cosiddetto Pome), acidi grassi derivanti dal trattamento dei frutti di palma da olio (Pfad), olio di soia e acidi grassi derivanti dal trattamento della soia di importazione. Questo in ragione degli impatti causati dal mercato di queste materie in termini di deforestazione. Ora il testo dell’intero ddl di delegazione europea, passerà di nuovo al Senato e poi al governo che presenterà la proposta completa di decreto legislativo sulle rinnovabili ai due rami del Parlamento entro l’estate per l’approvazione finale.

 

LE REAZIONI E LE ASPETTATIVE – Legambiente e Transport&Environment ricordano che questa vittoria parte “dalla condanna della pubblicità ‘ingannevole’ del biodiesel Eni, il 15 gennaio 2020”, dopo la quale Eni ha deciso di abbandonare l’olio di palma dal suo biodiesel entro il 2023. Tra l’altro, lo stop ai sussidi dannosi agli olii di palma e di soia è legge in Francia, Danimarca, Austria, Olanda, Svezia e Portogallo. “Vigileremo sul governo perché l’obiettivo si realizzi, anche con l’aiuto del gruppo informale di deputati e senatori ‘stop palmoil’ spiega Legambiente. “La decisione – aggiunge il presidente Stefano Ciafani – faciliterà soprattutto la crescita della mobilità elettrica, da fonti energetiche davvero rinnovabili, come solare, eolico e biogas o etanolo da scarti e rifiuti”. Secondo Veronica Aneris, direttrice di Transport&Environment per l’Italia “solo i carburanti veramente sostenibili dovrebbero essere promossi, come gli elettroni verdi da solare ed eolico ed i biocarburanti avanzati da rifiuti e residui”.

 

I CONSUMI IN ITALIA – Nel 2019 l’Italia ha consumato poco più di 1,4 milioni di tonnellate di olio di palma, destinandolo per oltre il 70% alla produzione di energia, metà nei serbatoi dei diesel e per metà in centrali elettriche “verdi”: il tutto incentivato con almeno 700 milioni di euro all’anno pagati dai cittadini ad ogni pieno carburante e in ogni bolletta elettrica. “Ovviamente senza saperlo e senza poter scegliere prodotti alternativi. La crescita dei consumi di biodiesel ha causato, dal 2015 ad oggi, il 90% della deforestazione in Indonesia e Malesia per far posto a piantagioni di olio di palma” ricorda Legambiente. Dall’inizio del secolo (2001) ad oggi nei due paesi asiatici sono andati perduto 33 milioni di ettari di foresta: una superficie pari all’Italia e la Svizzera insieme.

 

COSA PAGHIAMO – Meno di un anno fa, nel suo dossier ‘Più olio di palma nei motori che nei biscotti, la mappa degli impianti in Italia’, Legambiente ha denunciato che l’Italia è uno dei Paesi europei che consuma più olii vegetali alimentari per l’energia. Con dei costi per i cittadini: ogni automobilista italiano paga, in media, 16 euro all’anno per le cosiddette rinnovabili nel serbatoio, una cifra complessiva di circa 300 milioni di euro nel 2019 per la sola componente olio di palma (quasi metà del biodiesel). Cittadini e imprese, pagano nella bolletta elettrica anche una piccola quota aggiuntiva per i biocombustibili (che sono per il 69% da olio di palma e di soia): quasi 600 milioni di euro di sussidi attribuibili alla sola componente degli oli alimentari. “Eni ha annunciato che entro il 2023 abbandonerà l’uso dell’olio di palma – spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Poggio, responsabile mobilità di Legambiente – ma c’è anche il problema legato agli scarti, sostanzialmente di due tipi”. Parliamo del Pfad, ossia gli acidi grassi derivanti dal trattamento dei frutti di palma da olio “che però Eni non ha mai usato” e del cosiddetto Pome (Palm oil mill effluent), ossia gli effluenti “che invece la multinazionale utilizza e in merito ai quali non ha fatto alcun annuncio”, spiega Poggio, autore dell’ebook ‘Scegli l’olio giusto’, che racconta due anni di lotte sullo spreco di olio di palma in Italia. Va detto che Eni rappresenta un quarto delle importazione dell’olio di palma bruciato in Italia. “È molto importante – aggiunge Poggio – che la norma venga approvata così com’è, proprio perché include anche gli scarti nel divieto. Il Pome, infatti, conviene molto alle aziende: venendo considerata un sottoprodotto, infatti, beneficia di una doppia contabilità. Insomma, viene considerata due volte nell’incentivo. Ed è questo il motivo per cui spesso viene miscelata con la materia prima, con effetti dannosi da diversi punti di vista”.

 

 

di Luisiana Gaita

 

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/04/01/rinnovabili-dal-2023-stop-alluso-di-olio-di-soia-e-palma-per-produrre-elettricita-e-biodiesel-ok-della-camera-entro-lestate-il-via-libera-finale/6152952/

 

Nel 2020 abbiamo perso una foresta tropicale grande quanto i Paesi Bassi

Nel 2020 sono stati abbattuti o bruciati 4,2 milioni di ettari di foreste tropicali primarie. In altre parole, è stata disboscata una superficie pari a quella dei Paesi Bassi, o di Lombardia e Veneto messi insieme, dove prima cresceva quel tipo di foreste che, oltre a essere molto importante per la biodiversità, contribuisce maggiormente ad assorbire l’anidride carbonica (CO2) presente nell’atmosfera. Rispetto al 2019, c’è stato un aumento del 12 per cento nella distruzione di foreste tropicali primarie: è stato il secondo aumento annuale consecutivo dopo che tra il 2016 e il 2018 il tasso di perdita di foreste primarie era diminuito.

 

Questi e altri dati sono stati diffusi da Global Forest Watch, una piattaforma online per monitorare lo stato delle foreste del mondo realizzata dall’istituto di ricerca ambientale World Resources Institute, e arrivano da uno studio dell’Università del Maryland, che dal 2002 analizza fotografie satellitari di tutto il pianeta per verificare in che misura, da un anno all’altro, siano diminuite le superfici coperte da foreste. I ricercatori hanno stimato che la distruzione di foreste tropicali primarie nel 2020 ha diffuso nell’atmosfera 2,6 miliardi di tonnellate di CO2, cioè del principale gas che causa il riscaldamento globale. È una quantità di emissioni comparabile a quella di 570 milioni di automobili, il doppio di quelle presenti negli Stati Uniti, in un anno.

 

Gli alberi, come tutte le piante, emettono ossigeno e assorbono anidride carbonica durante il giorno, e il contrario durante la notte. Tuttavia una certa quantità del carbonio che ottengono dalla CO2 viene immagazzinata nella parte “morta” dei loro corpi, il legno interno, e per questo c’è uno scarto tra l’anidride carbonica assorbita dalle piante durante la fotosintesi (di giorno) e quella che viene poi diffusa nell’atmosfera nella respirazione (di notte): facendo un bilancio complessivo, gli alberi assorbono più CO2 di quella che emettono. Almeno finché non muoiono.

 

Le foreste tropicali immagazzinano maggiori quantità di anidride carbonica rispetto alle foreste che crescono in altre aree del pianeta e soprattutto producono moltissimo vapore acqueo, che si concentra nelle nuvole e ritorna sulla Terra come pioggia. Le nuvole create con il contributo delle foreste tropicali (in particolare di quella dell’Amazzonia, in Sud America) contribuiscono a riflettere la luce del Sole verso lo Spazio (dunque a ridurre il riscaldamento della Terra) e a mantenere gli equilibri climatici in generale.

 

Per questo, e perché in assenza di foreste i Tropici sarebbero molto più caldi, le foreste tropicali sono le più importanti per contrastare il cambiamento climatico. Ed è importante preservare quelle primarie, cioè “naturali”, non piantate dalle persone, sia perché una foresta impiega molto tempo per crescere, sia perché prospera meglio ed è più efficace nell’immagazzinare anidride carbonica se è ben sviluppata, e cioè se oltre agli alberi ospita tutte quelle altre forme di vita, dai funghi agli animali predatori, che rendono stabile e in salute un ecosistema.

 

La Foresta Amazzonica è la foresta pluviale più grande della Terra e si stima che conservi circa 100 miliardi di tonnellate di carbonio: il totale di carbonio emesso sotto forma di anidride carbonica da tutte le centrali elettriche a carbone nel 2017, per fare un confronto, è stato di 15 miliardi di tonnellate. Sul totale del carbonio immagazzinato globalmente dalle piante terrestri, il 17 per cento è in Amazzonia.

 

La Foresta Amazzonica però è anche quella che secondo i dati raccolti dall’Università del Maryland subisce le maggiori distruzioni. Il Brasile, che la ospita per la maggior parte, è il primo paese per quantità di foresta primaria distrutta nel 2020, così come lo era stato nel 2019 e nel 2018: ha perso 1,7 milioni di ettari l’anno scorso (di cui 1,5 milioni proprio di Foresta Amazzonica), più del triplo del secondo paese che ha disboscato di più, cioè la Repubblica Democratica del Congo. Tra il 2019 e il 2020 la perdita di foresta primaria è aumentata del 25 per cento in Brasile.

 

La riduzione della Foresta Amazzonica in Brasile avviene in particolare in una zona chiamata “arco della deforestazione”, che passa lungo i limiti meridionali e orientali della foresta, e lungo le autostrade che l’attraversano, molte delle quali verranno espanse nei prossimi anni.

 

Una buona parte della distruzione della foresta avviene per abbattimento degli alberi, ma c’è anche il contributo degli incendi, che in un ambiente umido come quello amazzonico sono esclusivamente causati dalle persone, non da eventi naturali come i fulmini. Nel 2019 le notizie sugli incendi in questa parte del mondo erano state molto diffuse: l’anno scorso meno, anche se ce ne sono stati molti di più. Inoltre si è trattato di incendi diversi: quelli del 2019 erano avvenuti perlopiù in aree già deforestate, dove agricoltori e allevatori volevano preparare la terra per le coltivazioni o per il bestiame, mentre nel 2020 una buona parte degli incendi ha distrutto pezzi di foresta primaria dove le fiamme si erano propagate per via di condizioni meteorologiche più secche del solito.

 

In generale, il 2020 avrebbe dovuto essere un anno positivo per le foreste tropicali perché molti paesi, molte aziende e organizzazioni internazionali avevano promesso di dimezzare o eliminare del tutto le perdite di foreste primarie dovute alle loro attività entro quest’anno. Il 22 aprile è stato diffuso l’annuale Global Forests Report di CDP, un’organizzazione non profit che verifica che le aziende mantengano gli impegni sociali e ambientali che si prendono: dice che solo 4 delle 687 società prese in considerazione – e cioè L’Oréal, Mars, Tetra Pak ed Essity, l’azienda svedese che produce i fazzoletti Tempo e gli assorbenti Nuvenia – hanno veramente rispettato le promesse fatte, assicurandosi che nessuno dei loro fornitori fosse causa di deforestazione. Nel complesso, il 2020 non è stato un anno buono per la preservazione delle foreste.

 

Secondo l’analisi del World Resources Institute, c’è stato un progresso solo in alcuni paesi del Sud-Est Asiatico, in particolare in Indonesia, che tra il 2019 e il 2020 è passata dall’essere il terzo paese per ettari deforestati – posizione che manteneva dal 2002 – al quarto: il suo tasso di perdita di foresta primaria è diminuito per quattro anni di seguito. Il merito di questa diminuzione si deve a varie iniziative introdotte dal ministero dell’Ambiente e delle Foreste dopo che nel 2015 una serie di incendi fece grandi danni nel paese. Da allora sono state portate avanti molte opere di prevenzione degli incendi e sono state introdotte regole di protezione per le foreste primarie e le mangrovie.

 

Inoltre il governo aveva interrotto il rilascio di nuove licenze per realizzare piantagioni di palme da olio, una delle principali ragioni per cui nel mondo vengono distrutte le foreste tropicali primarie. In Indonesia erano state la principale causa di deforestazione tra il 2009 e il 2012. La moratoria sulle nuove licenze però scadrà quest’anno: se non sarà rinnovata (e può darsi, perché i prezzi dell’olio di palma sono tornati ai livelli del 2012 dopo anni di declino), il tasso di perdita di foreste primarie potrebbe tornare ad aumentare.

 

Fonte: https://www.ilpost.it/2021/04/04/deforestazione-perdita-foresta-pluviale-2020/

Cnh: a Torino prima stazione biometano del Nord-Ovest

E' a Torino la prima stazione di rifornimento del Nord Ovest che eroga biometano, vettore energetico 100% green e made in Italy. L'hanno realizzata insieme Iveco, Engie e Vulcangas nella sede industriale del gruppo Cnh Industrial, su strada delle Cascinette, nella zona strategica a est di Torino, all'incrocio della rete di trasporto (autostrade e tangenziale) e adiacente a una sede della concessionaria Iveco Orecchia, dealer Iveco di riferimento per la provincia di Torino e la Valle d'Aosta. Oggi è stato effettuato il primo rifornimento in Piemonte di un Iveco S-Way con Bio-Lng, reso possibile grazie al contributo di tutta la filiera.

 

Il biogas per la stazione viene prodotto da un impianto situato in provincia di Lodi, purificato e liquefatto sul posto e successivamente trasportato presso la stazione. La stazione è, quindi, punto di immissione a consumo del biometano, erogando così combustibile verde di matrice organica, a chiusura di una filiera 100% green. Inaugurata lo scorso febbraio 2020, la stazione, copre una superficie di oltre 5mila mq ed è stata realizzata in particolare per i veicoli pesanti, ed è composta da due erogatori di Lng (Gas Naturale Liquefatto) e quattro di Cng (Gas Naturale Compresso), nonché da una colonnina di ricarica per veicoli elettrici alimentati da un impianto fotovoltaico situato sul tetto.

 

Fonte: https://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/energia/2021/03/15/cnh-a-torino-prima-stazione-biometano-del-nord-ovest_e02a518a-5c78-4afc-b64f-15699be61448.html