Venezia: con sostenibilità è "più antica città del futuro"

Sostenibilità, è questa la chiave per rendere Venezia "la più antica città del futuro". L'evento Strategy innovation forum, ideato da Carlo Bagnoli, docente di strategia a Ca' Foscari, vuole porre l'attenzione sulla città, di recente candidatasi a capitale mondiale della sostenibilità.

    

«Siamo alla sesta edizione, il più grande Think tank sul tema dell'innovazione strategica in Italia. Lo facciamo a Venezia perché strategia vuol dire dare significato alle tecnologie, quindi luogo perfetto», ha spiegato il docente.

Con il forum oggi c'è stato il contestuale via a Venisia (Venice sustainability innovation accelerator), un acceleratore di startup che consenta di andare oltre ai problemi della città, lo spopolamento in particolare, ma che sia in grado di fornire indirizzi alle aziende del Paese.

 

"Rilanciare Venezia e farne un nuovo modello di sviluppo attraverso l'innovazione tecnologica, coinvolgendo direttamente i giovani. È questo lo spirito di Venisia, grazie al quale Ca' Foscari attrae in città startup e talenti da tutto il mondo", ha affermato Tiziana Lippiello, Rettrice dell'Università Ca' Foscari Venezia.

Nella giornata hanno preso parte i rappresentanti delle aziende interessate direttamente, come Enel, Eni, Snam, Bcg, ma anche realtà istituzionali e rilevanti nel panorama internazionale, come Intesa San Paolo, Generali, Tim e Cassa depositi e prestiti.

 

Fonte: https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/infrastrutture_citta/2021/09/10/venezia-con-sostenibilita-e-piu-antica-citta-del-futuro_0eb84855-ac67-4e08-ba6e-12cb4651aae3.html

Il costo della plastica: di questo passo sarà di 7 mila miliardi di dollari al 2040

Se non si fa qualcosa, il costo della plastica prodotta nel 2040 avrà un impatto di settemila miliardi di dollari, l’85% della spesa sanitaria mondiale nel 2018. Mentre già oggi il costo della sola plastica prodotta nel 2019 è di 3.700 miliardi di dollari per la per società, l’ambiente e l’economia. È una cifra che supera il Pil dell’India.

 

«Senza interventi urgenti, questi costi sono destinati a raddoppiare e nel 2040 la plastica prodotta avrà impatti per un valore pari a 7.100 miliardi di dollari, somma equivalente all’85% della spesa globale per la sanità nel solo 2018 e addirittura superiore al PIL 2019 di Germania, Canada e Australia messi insieme».

 

È quanto denuncia il nuovo rapporto di Dalberg, commissionato dal WWF “Plastica: Il costo per la società, l’ambiente e l’economia”.

 

Un sistema basato sulla plastica. Che inquina

Viviamo in un sistema basato sulla plastica. L’inquinamento da plastica è già una realtà perversa. E continuando di questo passo, senza fare nulla, il fenomeno diventerà sempre più grave, col raddoppio della produzione di plastica da qui al 2040. Negli oceani ci sarà più plastica che pesci.

 

Il Mediterrano è una delle aree più a rischio. Già oggi ogni anno 570 mila tonnellate di plastica finiscono nelle acque del Mediterraneo, l’equivalente di 33.800 bottigliette di plastica gettate in mare ogni minuto. E senza azioni concrete entro il 2050 l’inquinamento da plastica nel Mediterraneo crescerà di quattro volte.

 

L’allerta del WWF è chiaro. Ed è anche funzionale a chiedere l’azione su scala mondiale di un trattato globale sull’inquinamento da plastica.

 

«L’incapacità di comprendere e rimediare ai costi reali della plastica si aggraveranno ancora di più in futuro: in uno scenario business as usual (cioè sostanzialmente non cambiando nulla) – denuncia l’associazione ambientalista – si stima che nel 2040 la produzione di plastica raddoppierà e la quantità di plastica dispersa negli oceani triplicherà arrivando a 29 milioni di tonnellate, portando la quantità totale di plastica accumulata negli oceani a 600 milioni di tonnellate. Le emissioni di gas serra (GHG) connesse al ciclo di vita della plastica arriveranno a rappresentare fino al 20% dell’intero bilancio globale del carbonio, accelerando ulteriormente la crisi climatica e i suoi effetti devastanti».

 

WWF: serve un trattato globale vincolante sull’inquinamento da plastica

Per affrontare questa vera e propria crisi globale e per ridurre il costo che la plastica determina sulle società, il WWF chiede ai governi di avviare la definizione di un Trattato globale legalmente vincolante sull’inquinamento della plastica marina alla Quinta Assemblea per l’Ambiente delle Nazioni Unite che si terrà a febbraio 2022. Il costo globale della plastica sulla società, sull’ambiente e sull’economia è dieci volte superiore al prezzo di mercato della plastica vergine.

 

Dice Marco Lambertini, direttore generale del WWF International: «È la prima volta che abbiamo una valutazione così chiara di alcuni dei costi non contabilizzati che l’inquinamento da plastica impone alla società ed è un peso troppo alto da sopportare – sia per le persone sia per l’ambiente. Drammaticamente l’inquinamento da plastica non mostra segni di rallentamento, ma la consapevolezza che vada fermato è oggi molto più diffusa di ieri. Abbiamo bisogno di un Trattato delle Nazioni Unite sull’inquinamento della plastica che aggreghi governi, aziende e consumatori intorno a obiettivi chiari di riduzione, raccolta, riciclo, individuando alternative sostenibili per fermare la dispersione di plastica nell’ambiente entro il 2030».

 

Fonte: https://www.helpconsumatori.it/primo-piano/il-costo-della-plastica-di-questo-passo-sara-di-7-mila-miliardi-di-dollari-al-2040/

Clima, l’estate del 2021 la più calda in Europa da 30 anni

L’estate del 2021 è stata la più calda che l’Europa abbia visto negli ultimi 30 anni. Lo ha reso noto l’osservatorio Europeo sul clima Copernicus, spiegando che la temperatura media registrata sul Vecchio Continente tra giugno e agosto è stata di un grado superiore alla media del periodo 1991-2020.

 

Non solo: la stagione ha anche superato di 0,1 gradi le precedenti estati più calde, quelle del 2010 e del 2018. Record invece su scala globale per i singoli mesi: il luglio appena trascorso è stato il terzo più caldo mai registrato dopo quello del 2010, con temperature di 1,4 gradi superiori alla media trentennale. Stessa cosa per agosto, anch’esso al terzo posto (a pari merito con quello 2017) e con temperature superiori di poco più di 0,3 gradi a quelle del periodo 1991-2020. “Il cambiamento climatico significa che le temperature pericolosamente alte ora colpiscono più frequentemente le città europee”, hanno commentato dall’Osservatorio.

 

Copernicus Climate Change Service, implementato da European Centre for Medium-Range Weather Forecasts per conto dell’Unione Europea, pubblica regolarmente bollettini meteo mensili relativi ai cambiamenti osservati nella temperatura dell’aria in superficie, la copertura del ghiaccio marino e variabili idrogeologiche. I risultati sono basati su analisi generate da computer usando miliardi di misurazioni da satelliti, navi, aerei e stazioni meteorologiche nel mondo.

 

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/09/08/clima-lestate-del-2021-la-piu-calda-in-europa-da-30-anni-un-grado-in-piu-rispetto-alla-media-1991-2020/6314638/

Nucleare, al via il seminario sul deposito nazionale dei rifiuti radioattivi

Si concluderà il 15 dicembre. A seguire si aprirà la seconda fase della consultazione pubblica, della durata di trenta giorni, durante la quale potranno essere inviate eventuali ulteriori osservazioni e proposte tecniche finalizzate alla predisposizione e alla pubblicazione della Carta nazionale aree idonee (Cnai).

 

Si è tenuta questa mattina la sessione plenaria di apertura del Seminario nazionale che ha l’obiettivo di approfondire, con tutti i soggetti interessati, gli aspetti tecnici legati al progetto del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e Parco tecnologico, a seguito della pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), avvenuta il 5 gennaio scorso. La plenaria di questa mattina si è conclusa dando risposta in diretta a 14 domande raccolte sull’argomento nel corso dell’incontro. Tale modalità di interlocuzione verrà replicata anche nelle prossime sessioni di lavoro.

 

“Il processo di localizzazione del Deposito Nazionale - ha affermato Vannia Gava, sottosegretario di Stato al Ministero della Transizione Ecologica - deve svolgersi nella massima trasparenza e completezza informativa verso i cittadini, spiegando in modo chiaro i motivi per cui l’Italia, come altri Paesi interessati dalle medesime problematiche, debba farsi carico di una gestione in sicurezza dei propri rifiuti radioattivi. Pertanto, - ha concluso - la localizzazione del Deposito Nazionale scaturirà solo a valle di una procedura ampiamente partecipativa, che comprende la valutazione concertata di ogni elemento radiologico, territoriale e ambientale utile a selezionare il sito in modo ottimale”.

 

“Questo percorso - ha commentato Emanuele Fontani, amministratore delegato di Sogin - si colloca all’interno della prima consultazione pubblica in Italia su un’infrastruttura di rilevanza nazionale, che consentirà al Paese di chiudere il ciclo del nucleare italiano e di ottimizzare in modo sostenibile e sicuro la gestione dei rifiuti radioattivi, fra i quali quelli prodotti ogni giorno nella medicina nucleare, nell’industria e nella ricerca scientifica”.

 

“Oggi ha inizio un essenziale momento di trasparenza e confronto – ha dichiarato Maurizio Pernice, direttore dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione - che vedrà l’Isin impegnato a garantire la rigorosa e corretta applicazione delle normative nazionali e internazionali affinché gli interessi generali siano conseguiti nel pieno rispetto dei diritti dei territori”.

 

“All’inizio l’85% della comunità era contraria al Deposito" – ha dichiarato Philippe Dallemagne, Vice Presidente del Dipartimento de l’Aube e Sindaco di Soulaines-Dhuys. “Temevamo rischi per la salute e danni all’economia. Il confronto e l’esperienza hanno fugato tutte le nostre paure. Il deposito nazionale è accolto dalla popolazione come il modo più sicuro per gestire i rifiuti radioattivi di un paese e un volano per lo sviluppo del territorio che lo accoglie”.

 

In occasione del Seminario Nazionale verranno approfonditi diversi temi, legati al deposito, con particolare riferimento alla rispondenza delle aree individuate nella Cnapi, ai requisiti internazionali stabiliti dalla Iaea (International Atomic Energy Agency) e a quelli nazionali individuati dall’Isin (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione). Saranno illustrati, inoltre, gli aspetti relativi alla sicurezza dei lavoratori, della popolazione e dell'ambiente, e i benefici economici e di sviluppo territoriale collegati alla realizzazione dell’opera e alle misure compensative previste.

 

Il Seminario nazionale si articolerà in nove incontri, trasmessi in diretta streaming sul sito seminariodepositonazionale.it. Oltre alle sedute plenarie di apertura e chiusura sono programmate sette sessioni di lavoro, una nazionale e sei territoriali, che interesseranno le aree potenzialmente idonee presenti nelle regioni coinvolte: Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia e Basilicata, Sicilia, Sardegna. Il Seminario Nazionale si concluderà il 15 dicembre, con la pubblicazione del resoconto complessivo dei lavori che termineranno il 24 novembre.

 

A seguito della pubblicazione degli atti, si aprirà la seconda fase della consultazione pubblica, della durata di trenta giorni, durante la quale potranno essere inviate eventuali ulteriori osservazioni e proposte tecniche finalizzate alla predisposizione e alla pubblicazione della Carta nazionale aree idonee (Cnai). Al termine di questa fase le Regioni e gli Enti locali potranno esprimere le proprie manifestazioni d’interesse, non vincolanti, ad approfondire ulteriormente l’argomento.

 

Fonte: https://www.adnkronos.com/green-pass-obbligatorio-entra-in-vigore-quello-sul-lavoro_57buSBXEZZ2SwgwVNmgHsP

Un’Area marina protetta può far aumentare di più del 400% le popolazioni ittiche

Secondo lo studio “Ecosystem Approach to Fisheries Management Works: how switching from mobile to static fishing gear improves populations of fished and non-fished species inside a Marine Protected Area”, pubblicato sul Journal of Applied Ecology da un team di ricercatori della School of Biological & Marine Science dell’università di Plymouth, «La protezione delle aree dell’oceano e delle coste con lo status di Area Marina Protetta (AMP) “whole-site” può comportare un aumento di 4 volte dell’abbondanza e della diversità delle popolazioni ittiche».

 

I ricercatori hanno monitorato l’impatto dell’AMP di Lyme Bay fin da quando è stata istituita nel 2008 e hanno scoperto che «Il numero di diverse specie ittiche all’interno della zona controllata è ora più di 4 volte (430%) maggiore rispetto a quello riscontrato al di fuori della I confini dell’AMP. In termini di abbondanza complessiva, all’interno dell’AMP si trova il 370% in più di pesce rispetto ad aree simili al di fuori di essa, dove è ancora consentita la pesca a strascico di fondale». Lo studio ha anche mostrato che «Negli 11 anni successivi alla sua istituzione, al di fuori dell’AMP la gamma di specie ittiche commercialmente importanti è aumentata».

 

I biologi di Plymouth dicono che, nel loro insieme, questi dati dimostrano «L’importanza di implementare la protezione dell’intero sito per gli habitat marini – dove le attività più distruttive come il dragaggio delle capesante sono escluse dall’intera AMP – e come tale pratica possa beneficiare e mantenere la pesca sostenibile e le specie di importanza per la conservazione».

 

Lo studio è il risultato di un monitoraggio regolare tramite videocamere subacquee. Ogni anno, i ricercatori hanno registrato, all’interno e all’esterno dei confini dell’AMP, video delle interazioni di specie marine con esche per monitorare la popolazione ittica dell’area. In 11 anni sono stati avvistati oltre 13.000 singoli organismi che vanno da piccoli invertebrati spazzini, alle stelle marine e paguri, fino a grandi vertebrati predatori altamente mobili come squali e razze.

 

Il principale autore dello studio, Bede Davies, sottolinea che «Questa ricerca è il culmine di anni di duro lavoro e collaborazione tra i ricercatori dell’università e i pescatori di Lyme Bay. Dimostra come il compromesso tra conservazione e gestione della pesca possa influenzare interi ecosistemi, habitat locali e coloro che vi fanno affidamento. Evidenzia inoltre la necessità di un monitoraggio a lungo termine delle AMP e che, se gestite in modo appropriato, possono fornire vantaggi significativi alla pesca e alla conservazione».

 

L’Area marina protetta di Lyme Bay è stato il primo e più grande esempio del Regno Unito di un approccio ambizioso e completo alla protezione marina, progettato per gestire, recuperare e proteggere la biodiversità del reef prendendo in considerazione l’intero ecosistema. Grazie all’istituzione di questa AMP è stata vietata la pesca a strascico di fondale su 206 km2 al largo della costa meridionale dell’Inghilterra, proteggendo un mosaico di habitat da danni che gli venivano inferti regolarmente, pur consentendo metodi di pesca meno distruttivi, come attrezzi da posta, canne e lenze e le immersioni.

 

LO studio dell’università a Lyme Bay, che è stato finanziato da Department for Environment, Food and Rural Affairs (Defra), Natural England, European Maritime and Fisheries Fund e Blue Marine Foundation, è stato svolto in collaborazione con i pescatori locali e altri gruppi comunitari lungo la costa del Dorset e del Devon.

 

Le raccomandazioni di questo lavoro ancora in corso sono state incluse nel 25-year Environment Plan del governo britannico e nell’importante rapporto governativo “Highly Protected Marine Areas” (HPMAs), readatto da un team guidato da Richard Benyon, l’ex ministro della pesca del Defra.

 

L’autrice senior dello studio, Emma Sheehan, che ha guidato il lavoro dell’università di Plymouth a Lyme Bay , ha concluso: «A livello globale, l’implementazione delle AMP è aumentata rapidamente negli ultimi 25 anni. Sono un elemento chiave dei piani internazionali per proteggere e preservare l’oceano, tuttavia, allo stato attuale, solo il 7,9% dell’oceano mondiale è coperto da tale protezione. Il nostro lavoro in corso a Lyme Bay ha mostrato gli effetti positivi dell’affrontare questo problema e, di fronte alle crisi globali del clima e della biodiversità, la necessità di farlo non è mai stata più urgente».

 

Fonte: https://greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/unarea-marina-protetta-puo-far-aumentare-di-piu-del-400-le-popolazioni-ittiche/

 

La regina delle Dolomiti si sta sciogliendo: il ghiacciaio della Marmolada ridotto del 90%

La crisi climatica si sta mangiando il ghiacciaio della Marmolada, la regina delle Dolomiti, come del resto sta accadendo al resto dei ghiacciai alpini italiani, che nell’ultimo secolo hanno perso il 50% della loro area.

 

Ma sulla Marmolada l’incedere del clima che cambia è particolarmente evidente, come mostrano le ultime misurazioni annuali realizzate dei geografi e glaciologi dell’Università di Padova, a cui partecipa anche l’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto (Arpav).

 

«Le misure – afferma Aldino Bondesan, coordinatore delle campagne glaciologiche per il Triveneto – si svolgono andando a registrare la posizione delle fronti glaciali rispetto a dei segnali noti. Accanto a queste, oggi vengono impiegate tecnologie all’avanguardia che consentono di esplorare l’interno del ghiacciaio e quindi determinare i volumi in gioco. Nel caso della Marmolada, quello che registriamo è che il volume perduto in cent’anni arriva quasi al 90%, è un dato estremamente significativo».

 

Un trend che anche quest’anno non ha accennato a invertirsi, nonostante le apparenze. «Nonostante la candida apparenza dovuta a nevicate tardoestive e un’annata tra le più nevose degli ultimi trent’anni – spiega Mauro Varotto, responsabile delle misurazioni per il Comitato glaciologico italiano – il ghiacciaio della Marmolada continua la sua inesorabile ritirata: le misure effettuate in questi giorni sui nove segnali frontali registrano infatti un arretramento medio di oltre sei metri rispetto allo scorso anno».

«Che i ghiacciai delle Dolomiti siano in ritiro è sotto gli occhi di tutti, segnale di qualcosa che sta cambiando nel nostro ambiente», conclude il tecnico ricercatore di Arpav Mauro Valt (in coda all’articolo riportiamo il suo videointervento, ndr).

 

A cambiare è il clima, in Italia in modo particolarmente rapido dato che rispetto al 1880 la temperatura media nazionale è aumentata di quasi 2,4°C, molto più velocemente della media mondiale intorno a +1°C. Eppure nel nostro Paese rinnovabili e decarbonizzazione sono al palo: a fine 2019 le emissioni nazionali di CO2 italiane erano pressoché paragonabili a quelle registrate nel 2014 – di fatto, cinque anni di stallo – e lo stesso vale per le rinnovabili, le cui installazioni sempre dal 2014 crescono col contagocce.

 

Fonte: https://greenreport.it/news/clima/la-regina-delle-dolomiti-si-sta-sciogliendo-il-ghiacciaio-della-marmolada-ridotto-del-90/