Ricerca EucoLight: i cittadini europei sono consapevoli dell’importanza di riciclare

La ricerca è stata condotta in Austria, Germania, Italia, Paesi Bassi e Spagna da GfK Italia[1] e commissionata dai membri di EucoLight, l’associazione europea dei sistemi di conformità per i RAEE di illuminazione, di cui il consorzio italiano Ecolamp è socio fondatore. Commentando i risultati della ricerca, Fabrizio D’Amico, Direttore Generale del consorzio Ecolamp, ha dichiarato: «È incoraggiante constatare una positiva predisposizione e consapevolezza dei cittadini europei verso la raccolta differenziata e il riciclo delle apparecchiature elettriche ed elettroniche. Una crescita della cultura ambientale anche in Italia che incoraggia tutti gli attori della filiera del riciclo a fare sempre meglio e a supportare il consumatore virtuoso con una comunicazione ancora più efficace».

 

LO SMALTIMENTO DELLE LAMPADE – Osservando in particolare i dati riferiti allo smaltimento e al riciclo delle lampadine, emerge che:

 

• tra il 62% e l’88% degli intervistati identifica correttamente il giusto luogo di smaltimento;

 

• tra il 61% e il 75% usa le isole ecologiche per riciclare le lampadine esauste.

 

. Con una maggiore incidenza in Italia e in Austria, dove oltre il 30% ricorre regolarmente ai centri di raccolta comunali per smaltire questi rifiuti.

 

• La percentuale di smaltimento delle lampadine esauste con il servizio di restituzione su base 1contro1 o 1contro0 presso i punti vendita della distribuzione è invece inferiore, attestandosi tra il 38% e il 59%, con un’applicazione più significativa in Spagna, Paesi Bassi e Germania.

 

I dati raccolti sugli apparecchi di illuminazione sono simili a quelli per le lampadine.

 

I CITTADINI SENTONO LA NECESSITÀ DI AVERE MAGGIORI INFORMAZIONI SUL CORRETTO SMALTIMENTO DEI RAEE – I dati sembrano confermare l’efficacia delle campagne di comunicazione e sensibilizzazione, insieme alla crescente cultura ambientale e alla volontà di applicare comportamenti ecosostenibili. I risultati suggeriscono, inoltre, la necessità di intensificare l’attività di informazione e comunicazione per raggiungere quella parte della popolazione, in Italia il 22% del campione, che non è ancora consapevole della necessità di separare lampadine e gli altri RAEE dai rifiuti generici.

 

Il bisogno di ricevere più informazioni è stato anche esplicitamente espresso dai cittadini intervistati. Considerano gli orari di apertura e la distanza dei luoghi di smaltimento per i RAEE in media adeguati. Ma tra il 40% e il 57% riferisce una mancanza di informazioni disponibili presso i punti vendita che dovrebbero operare la raccolta e, tra il 24% e il 42% (a seconda del Paese di riferimento), dichiara che lo stesso personale dei negozi non è adeguatamente informato.

 

Infine, un’ampia maggioranza in tutti e cinque i Paesi coinvolti nell’indagine (tra il 76% e l’84%) afferma che produttori, distributori, negozi e piattaforme di vendita online di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche dovrebbero informare sui servizi di raccolta e riciclo offerti. Questo contribuirebbe ad accrescere la consapevolezza sui corretti comportamenti per il riciclo adeguato di questi rifiuti.

 

[1] La ricerca è stata condotta con metodologia CAWI (Interviste Web assistite da computer) su un target di 1000 tra uomini e donne, in un’età compresa tra i 16 e 70 anni, per ciascun Paese, tra il 13 e il 27 gennaio 2020.

 

Fonte: https://www.ecoincitta.it/ricerca-eucolight-i-cittadini-europei-sono-consapevoli-dellimportanza-di-riciclare/

Dai rifiuti un contributo all’economia circolare, grazie a 10 miliardi di euro in 5 anni

Nella discussione sul Piano nazionale di rilancio economico arriva una proposta forte sui rifiuti. Le principali associazioni di impresa italiane (Utilitalia, Confindustria e Assoambiente) e le principali organizzazione sindacali (Cgil, Cisl e Uil) hanno firmato un documento congiunto indirizzato al Governo e al Parlamento, intitolato “Dai rifiuti, un contributo all’economia circolare”.

 

Un documento unitario, quindi, che condivide analisi e proposte e mette insieme le idee delle imprese e dei lavoratori, questa la prima novità e la forza del documento.

 

L’analisi: in Italia mancano impianti, le norme sono troppo complesse e ci sono differenze abissali fra il sud ed il nord del Paese. La soluzione: serve una strategia di modernizzazione del settore, una politica industriale che rafforzi il comparto, un piano di investimenti in impianti stimato in 10 miliardi di euro in 5 anni.

 

L’Italia rappresenta un paradosso: è uno dei più importanti distretti industriali del riciclo del mondo, ma presenta enormi criticità nella gestione degli scarti e dei rifiuti non riciclabili. Mancano impianti di recupero energetico, le discariche stanno esaurendosi, non ne abbiamo in numero sufficiente per i rifiuti pericolosi. Inoltre mancano piattaforme per il riciclo e impianti di digestione anaerobica e compostaggio, specie al centro-sud.

 

Conseguenza di questa situazione è che importiamo rottami di ferro ed esportiamo rifiuti da termovalorizzare e rifiuti pericolosi, sia urbani che speciali. Il sistema è in equilibrio precario, aumentano gli stoccaggi e l’emergenza rifiuti è dietro l’angolo ogni giorno, come testimoniano i molti incendi e l’enorme quantità di rifiuti trasportati da una regione all’altra.

 

La novità: le aziende e i sindacati lanciano un appello al Governo. Inserire gli investimenti nel settore dei rifiuti nel piano di rilancio economico del paese, puntando anche ad usare le risorse europee, per gli obiettivi di economia circolare previsti dalle direttive europee e dalla legge di recepimento nazionale che fra poche settimane entrerà in vigore.

 

Una proposta che tende a raggiungere obiettivi ambientali (riciclo, meno discarica) ma anche a generare valore aggiunto, ricchezza e posti di lavoro stabili e qualificati. Investimenti ed innovazione per un settore centrale nelle politiche green, ma spesso dimenticato. Una scelta urgente già negli anni scorsi, ma che diventa indispensabile dopo la crisi Covid-19.

 

Servono nuovi impianti di termovalorizzazione, ampliamenti di discarica, impianti di digestione anaerobica, piattaforme di riciclo, stoccaggi. Superato ogni tabù ideologico sulle scelte tecnologiche, in particolare per realizzare termovalorizzatori, aziende e sindacati chiedono che si facciano gli impianti che servono, tutti i tipi di impianto.Ma non basterà fare impianti. Occorre una regolazione moderna di un sistema complesso.

 

Non a caso aziende e sindacati propongono al Governo una strategia nazionale chiara ma anche una cabina di regia istituzionale (all’interno della governance del Green New Deal).

 

Per promuovere il mercato del riciclo occorrono regole semplici (end of waste), competenze chiare, semplificazione, ma anche strumenti economici nuovi, incentivi e disincentivi, una regolazione efficace a livello nazionale e locale. Deve funzionare meglio la responsabilità estesa del produttore e il green public procurement. Tutte cose che devono vedere il coordinamento del Governo attraverso il Mattm, il Mise e il Me), del Gse, di Arera, delle Regioni, accanto alle rappresentanze di imprese e lavoratori. Un’alleanza inedita ma efficace.

 

Le imprese vogliono crescere e vedono nell’economia circolare un’opportunità industriale. I sindacati vedono la possibilità di migliorare la qualità del lavoro (con l’innovazione e la limitazione del lavoro manuale), la riduzione dei rischi ed il miglioramento della sicurezza, ma vogliono anche generare nuova occupazione, specie per le nuove generazioni. Servono azioni ed investimenti rapidi, serve un programma nazionale di medio lungo periodo, ma servono anche accordi locali e regionali, sviluppando modelli di impresa a livello territoriale che esaltino le specificità e le caratteristiche locali.

 

Insomma una proposta forte, che il Governo non può non ascoltare.

 

di Alfredo De Girolamo, presidente Confservizi Cispel Toscana

 

Fonte: https://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/dai-rifiuti-un-contributo-alleconomia-circolare-grazie-a-10-miliardi-di-euro-in-5-anni/

Il Ministro Costa: “Ulteriore spinta A Green New Deal” con il Dl Semplificazioni

Tempi più rapidi per l’assegnazione ai Commissari dei fondi per contrastare il dissesto idrogeologico; razionalizzazione degli interventi nelle Zone economiche ambientali; semplificazione di progetti e interventi sugli impianti da fonti rinnovabili, nonché per la realizzazione di colonnine elettriche per la ricarica dei veicoli.

 

Sono alcuni dei punti introdotti dal decreto semplificazioni, approvato nella notte dal Cdm, in tema di tutela dell’ambiente e green economy.

 

“Abbiamo voluto imprimere una ulteriore accelerazione alla green economy e al green new deal – ha affermato il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – con un occhio particolare agli interventi per lo sviluppo di energie rinnovabili e mobilità sostenibile, per la semplificazione e accelerazione delle bonifiche nei Siti di interesse nazionale, la prevenzione del dissesto idrogeologico”.

 

Il decreto prevede una nuova disciplina sui trasferimenti di energia rinnovabili dall’Italia agli altri Paesi europei, l’estensione ai Comuni fino a 20mila abitanti del meccanismo dello «scambio sul posto altrove» per incentivare l’utilizzo di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. E, ancora, un piano straordinario di manutenzione del territorio forestale e montano, semplificazioni per il rilascio delle garanzie pubbliche da parte di SACE a favore di progetti del green new deal.

 

Tra le altre misure introdotte, anche la semplificazione delle procedure per interventi e opere nei luoghi oggetto di bonifica nei Siti di Interesse Nazionale (SIN) e la razionalizzazione delle procedure di valutazione d’impatto ambientale (VIA) associate alle opere pubbliche.

 

Fonte: https://protectaweb.it/news/il-ministro-costa-ulteriore-spinta-a-green-new-deal-con-il-dl-semplificazioni/

Auto elettrica contro benzina e diesel. Ora che succede?

L’Italia sulle auto fa due passi avanti e uno indietro, o uno solo avanti e due indietro.

 

Per capirlo bisognerà attendere i dati sulle vendite dei prossimi mesi, ma è certo che il nostro paese non è riuscito a mantenere una politica univoca sui bonus per la rottamazione, come si è visto con la conversione in legge del DL Rilancio.

 

Al potenziamento del bonus per auto elettriche e ibride (questi sono i passi avanti) si è affiancato l’incentivo per l’acquisto di vetture a benzina/diesel Euro 6 (ecco la marcia indietro), incentivo ampiamente dibattuto nelle scorse settimane, da quando era stato proposto da Pd, Italia Viva e Leu un emendamento che prevedeva di estendere il bonus auto ai modelli tradizionali con motore a combustione interna.

 

Ora il gioco è fatto. Con il rischio, come ha già spiegato Andrea Poggio di Legambiente, di creare i presupposti per una nuova tornata di incentivi ai veicoli benzina/diesel appena saranno finiti i 50 milioni stanziati inizialmente.

 

Le critiche ambientaliste

 

Intanto anche Transport & Environment (TE) – con i suoi membri italiani: Kyoto Club, Legambiente, Cittadini per l’aria – ha criticato il provvedimento, perché contrasta con gli obiettivi ambientali del Green Deal europeo e incentiva l’acquisto di veicoli che emettono fino a 110 grammi di CO2 per km, malgrado il limite di 95 grCO2/km entrato in vigore quest’anno (da intendersi come valore medio per i veicoli venduti in Europa nel 2020).

 

Veronica Aneris, direttrice per l’Italia di TE, ha dichiarato che (neretti nostri) “alla vigilia del lancio sul mercato della Fiat500e, il primo modello full-electric di FCA, il governo avrebbe dovuto destinare i fondi solo alle nuove tecnologie. Per una solida e lungimirante strategia industriale il prestito garantito dallo stato avrebbe dovuto essere concesso a FCA a fronte di condizionalità verdi e il meccanismo di rottamazione destinato solo alle auto a emissioni zero”.

 

Ricordiamo, ad esempio, che la Germania nel suo piano di ripresa economica ha destinato tutti gli incentivi auto ai soli modelli elettrici.

 

Cosa dice FCA

 

E proprio FCA per la prima volta ha partecipato alla stesura del rapporto di Enel e Fondazione Symbola sulla mobilità elettrica in Italia, “100 Italian E-Mobility Stories 2020” (allegato in basso).

 

Perché le auto elettriche siano accessibili a tutti, ha affermato Pietro Gorlier, chief operating officer di FCA, nella nota di presentazione dello studio, “è necessario un sistema a contorno fatto di infrastrutture di ricarica, costi dell’energia adeguati, parcheggi dedicati, gestione semplificata del suolo pubblico per l’installazione di colonnine, misure di supporto alla domanda, oltre che un piano di riqualificazione della filiera industriale”.

 

A proposito di riqualificazione della filiera, Volkswagen ha già annunciato la riconversione all’elettrico dello storico stabilimento di Zwickau, dopo aver prodotto l’ultima auto con motore termico nella storia pluridecennale di quella fabbrica.

 

Vedremo se FCA riuscirà a colmare il ritardo accumulato finora e trainare il resto della filiera automotive italiana sulla strada delle auto plug-in.

 

Emissioni: elettrico batte diesel… e nettamente

 

Nello studio ci sono diversi dati che smentiscono alcuni falsi miti che continuano a circolare sull’auto elettrica, in particolare la bufala che l’auto a batteria inquina più del diesel o della benzina.

 

Nel rapporto a pagina 109 si legge che “l’auto elettrica ha emissioni inferiori del 40% rispetto ad un veicolo a benzina”, considerando, per il confronto, le emissioni medie dei veicoli con motori a combustione interna nei paesi Ue, e le emissioni medie del mix elettrico europeo (fonte ERM).

 

E il vantaggio, spiega Fondazione Symbola, “migliorerà ulteriormente nel tempo grazie all’accelerazione del processo di decarbonizzazione nel settore energetico e il graduale aumento della quota di rinnovabili nel mix generativo mondiale”.

 

Il dato è in linea con la letteratura scientifica che assegna un netto vantaggio, in termini ambientali, all’auto elettrica rispetto a quella diesel-benzina.

 

Già nel 2018 l’Agenzia europea per l’ambiente parlava di un -30% in media di emissioni dell’auto elettrica vs quella diesel in Europa in ottica LCA (Life Cycle Assessment, cioè considerando il ciclo di vita complessivo di un’automobile), mentre Bloomberg New Energy Finance l’anno dopo riportava un -40% come dato medio globale.

 

E secondo le analisi più recenti di RSE, nella guida urbana il risparmio complessivo di CO2 di un’auto elettrica in ottica LCA varia tra il 40-55% rispetto alle analoghe versioni a benzina e tra il 22-40% rispetto alle versioni diesel.

 

Molto dipende dai paesi di riferimento: più il mix elettrico è “verde”, più si riducono le emissioni di CO2 associate all’uso di una vettura a batteria.

 

Il mercato auto di giugno e del primo semestre

 

Infine la parola ai dati dell’Unrae sul mercato auto di giugno in Italia.

 

A fronte del continuo crollo delle immatricolazioni di veicoli a benzina e diesel, che hanno segnato rispettivamente un -28% e -34% rispetto a giugno 2019, le auto elettriche “pure” hanno fatto il +53% con oltre 2.200 immatricolazioni lo scorso mese.

 

E guardando al primo semestre 2020, le elettriche vendute in Italia sono state quasi 10.000, il doppio in confronto a gennaio-giugno del 2019, anche se la loro quota di mercato è rimasta appena sotto il 2% (1,7%).

 

Ma sommando la quota di mercato dei modelli ibridi plug-in ricaricabili alla presa di corrente, il totale per l’elettrico sale di un punto percentuale, sfiorando così il 3% delle vendite nel primo semestre; le immatricolazioni di vetture ibride plug-in sono aumentate del 132% tra gennaio e giugno 2020 rispetto allo stesso periodo di un anno fa (5.796 vs 2.498).

 

Ancora più alti i numeri delle vetture ibride non ricaricabili: oltre 62.000 le vendite nei primi sei mesi, in crescita del 12% sul 2019, con una quota di mercato superiore al 10% nel mix delle alimentazioni.

 

di Luca Re

 

Fonte: https://www.qualenergia.it/articoli/auto-elettrica-vs-diesel-e-ora-che-succede/

Legambiente, 654 rifiuti in 100 metri spiaggia, l'80% è plastica

Mozziconi di sigaretta, contenitori per bevande e alimenti, stoviglie in plastica usa e getta e le new entry: guanti e mascherine. Rifiuti a ogni passo, ben 654 in media ogni cento metri di spiaggia. È il risultato dell'indagine Beach Litter 2020, condotta dai Circoli di Legambiente, realizzata grazie al contributo di E.ON e Novamont e raccontata da Goletta Verde, la campagna estiva dell'associazione ambientalista in difesa del mare e delle coste italiane. Cumuli e cumuli di spazzatura frutto d'incuria, maleducazione, mancata depurazione e cattiva gestione dei rifiuti sulla terraferma che, attraverso corsi d'acqua e scarichi, arrivano in mare e sui litorali.  43 le spiagge monitorate in 13 regioni italiane per un totale di 28.137 rifiuti censiti in un'area di 189 mila metri quadri: all'opera i volontari di Legambiente, protagonisti della prima attività associativa in presenza organizzata nel post-lockdown. Su circa la metà delle spiagge campionate, la percentuale di plastica eguaglia o supera il 90% del totale dei rifiuti, mentre in una spiaggia su tre sono stati rinvenuti guanti, mascherine e altri oggetti riconducibili all'emergenza sanitaria. Sebbene il numero di rifiuti rilevati sia in lieve calo rispetto allo scorso anno, complice il sostanziale stop di ogni attività durante il lockdown, il Covid-19 rischia di rendere meno efficaci i passi avanti fatti proprio nella riduzione della plastica e dell'usa e getta. Le spiagge monitorate Nel 2020 sono state monitorate una spiaggia in Basilicata; due spiagge in Calabria; dieci in Campania; due in Emilia-Romagna; due in Friuli Venezia Giulia; tre nel Lazio; una in Liguria; una nelle Marche; cinque in Puglia; otto in Sardegna; quattro in Sicilia; tre in Veneto; una in Umbria (sul lago Trasimeno). Complessivamente l'80% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge nel 2020 è in plastica, al primo posto tra i materiali censiti, seguita da vetro/ceramica (10%), metallo (3%), carta/cartone (2%), gomma (2%), legno lavorato (1%). Il restante 2% è costituito da altri materiali. A farla da padrone per i polimeri artificiali sono per lo più frammenti di plastica e polistirolo con dimensioni comprese tra 2,5 e 50 cm, mozziconi di sigaretta, tappi e coperchi per bevande. Vetro e ceramica si ritrovano soprattutto in forma di frammenti e di materiale da costruzione come tegole, mattonelle, calcinacci. Allarmante la quantità elevata, e in alcuni casi incalcolabile, di materiale da costruzione rinvenuta sulle spiagge del Baraccone a Bari, del Caterpillar a Salerno e di Romagnolo a Palermo, diventate vere e proprie discariche abusive. Il metallo è rappresentato soprattutto da lattine, tappi e linguette, mentre carta e cartone si ritrovano in frammenti, ma in misura importante anche come pacchetti di sigarette.  La principale fonte di questi rifiuti è classificabile come indefinita, frammenti che non possono cioè essere associati a oggetti o riconosciuti (40%), seguita da fonti varie (20%), dagli imballaggi, non solo per alimenti e in vari materiali (15%), e dai rifiuti derivanti da abitudini dei fumatori, principalmente mozziconi di sigaretta, ma anche accendini, pacchetti di sigarette e loro imballaggi (15%). Chiudono la lista, i rifiuti legati al consumo di cibo, come stoviglie, tappi, cannucce (10%). Oltre la meta' (il 67%) dei rifiuti registrati e' costituita da sole dieci tipologie di oggetto. Prodotti usa e getta Il 42% di tutti i rifiuti monitorati da Legambiente riguarda i prodotti usa e getta al centro della direttiva europea che vieta e limita gli oggetti in plastica monouso. Tra questi, le bottiglie e i contenitori di bevande (inclusi tappi e anelli), ritrovati in più di 3 mila pezzi da Legambiente; i mozziconi di sigaretta (onnipresenti sulle spiagge europee), rinvenuti con una media di uno a ogni passo; le reti e gli attrezzi da pesca e acquacoltura in plastica, per il 28% calze per la coltivazione dei mitili; i contenitori per alimenti e i bicchieri in plastica, che rappresentano rispettivamente il 49% e il 26% dei rifiuti derivanti da consumo di cibi da asporto censiti da Legambiente, ma per i quali attualmente e' stato posto solo un obiettivo di riduzione nel consumo; i cotton fioc in plastica, anch'essi ritrovati con una media di uno per ogni passo sulla sabbia. Al centro di una recente battaglia di Legambiente che ha contribuito alla loro messa al bando in Italia dal gennaio 2019 (in anticipo sul divieto di commercializzazione contenuto nella proposta della direttiva UE), i bastoncini cotonati sono anche simbolo della cattiva abitudine di buttare i rifiuti nel wc e della mala depurazione per cui ciò che viene gettato negli scarichi di casa arriva a inquinare l'ambiente marino. Che cosa dice la direttiva UE La direttiva (UE) 2019/904, detta anche SUP (Single Use Plastics), ricorda Legambiente, si concentra su dieci prodotti in plastica monouso e sulle reti e gli attrezzi da pesca e acquacoltura, in quanto tutti insieme rappresentano il 70% dei rifiuti maggiormente rilevati sulle spiagge europee. Il testo "propone che il divieto di utilizzo (a partire dal 2021) dei prodotti per i quali esistono alternative (posate, piatti, bastoncini cotonati, cannucce, mescolatori per bevande e aste dei palloncini) venga esteso anche ai prodotti di plastica oxodegradabile e ai contenitori per cibo da asporto in polistirene espanso. Per i prodotti monouso per cui, invece, non ci sono alternative, gli Stati membri dovranno mettere a punto misure per ridurne significativamente l'utilizzo, mentre per altri sono stati definiti obiettivi di riciclo, raccolta e revisione della progettazione del prodotto".      

 

"Quasi la metà dei rifiuti monitorati riguarda proprio i prodotti al centro della direttiva europea sulla plastica monouso: anche alla luce di questi risultati l'Italia deve recepirla prima della scadenza del luglio 2021 - commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente -  Dopo la messa al bando dei cotton fioc non biodegradabili e delle microplastiche nei cosmetici, cui abbiamo contribuito con le nostre instancabili denunce, diverse delibere comunali hanno anticipato il bando delle stoviglie usa e getta, mentre intere catene di supermercati ne hanno abolito la vendita: non possiamo vanificare gli sforzi fatti verso l'adeguamento alla direttiva, che vieterà alcuni prodotti monouso sul territorio nazionale e indicherà forti limitazioni e la responsabilità estesa dei produttori ad altri prodotti". La Plastic Tax "Alla luce dell'ipotesi di varare una tassa europea sulla plastica per cofinanziare il Recovery Fund, ribadiamo la nostra richiesta di non prorogare ulteriormente, oltre l'1 gennaio 2021, l'avvio della plastic tax varata con la legge di bilancio a dicembre. Si deve poi arrivare, al più presto, all'approvazione della legge SalvaMare che consentirebbe ai pescatori di riportare a terra i rifiuti pescati accidentalmente: il disegno di legge, approvato a ottobre alla Camera, è completamente fermo al Senato, in Commissione ambiente, sottraendo tempo prezioso al recupero dei rifiuti affondati, il 70% di quelli che finiscono in mare, con danni alla biodiversità e all'economia della pesca. Servono passi avanti - conclude Zampetti - nella leadership normativa in contrasto al marine litter. Importante includere anche i bicchieri di plastica nel bando nazionale, che la direttiva europea prevede solo di limitare, e consentire l'uso di oggetti sostitutivi fatti con materiali biodegradabili e compostabili non derivanti dal petrolio, così da potenziare la filiera del compostaggio dei rifiuti organici in cui l'Italia è leader in Europa. Misure utili ad accompagnare la transizione". La plastica monouso al tempo del coronavirus Per combattere l'emergenza globale dei rifiuti in mare, ricorda Legambiente, "occorrono leggi e indirizzi dei Governi, la riconversione industriale verso l'economia circolare, ma anche l'impegno di cittadini e consumatori nel prevenire la produzione di rifiuti". Pertanto, l'associazione sollecita "a non disperdere nell'ambiente oggetti inquinanti di quotidiano utilizzo e smaltirli correttamente. L'emergenza Covid-19, in particolare, sta alimentando il falso mito che dall'utilizzo di dispositivi usa e getta derivi una migliore prevenzione del contagio, nonostante non vi siano motivazioni scientifiche o epidemiologiche a supporto. A tal riguardo, Legambiente invita a scegliere, ad esempio, mascherine lavabili e riutilizzabili per preservare risorse e ambiente in modo decisivo. La sfida dell'Estate Legambiente, invita inoltre i cittadini a partecipare alla sfida social dell'estate, la #GolettaChallenge: a chi aderirà sarà chiesto di ripulire dai rifiuti un pezzetto di spiaggia e di condividere la foto sui social, sfidando tre o più amici a fare altrettanto e includendo nel post il tag di Legambiente e l'hashtag #GolettaChallenge. 

 

Fonte: https://www.rainews.it/dl/rainews/media/Legambiente-654-rifiuti-in-100-metri-spiaggia-l-80-di-plastica-2527707a-c15d-42e9-9079-a9d9125c7601.html

Coronavirus, a maggio in Cina +4-5% di emissioni di CO2

Le emissioni di CO2 in Cina a maggio sono tornate ai livelli pre-Covid, registrando un aumento del 4-5% su base annua. A dirlo sono gli ultimi rilevamenti sull’inquinamento atmosferico diffusi dal governo di Pechino. L’aumento esponenziale di CO2 nell’aria è collegato principalmente alla ripresa delle attività delle industrie del carbone, del cemento e delle altre industrie pesanti.

 

Dunque come era prevedibile, e come era già stato anticipato a inizio giugno dal Center for Research on Energy and Clean Air, Pechino non ha “perso tempo”. E gli effetti del calo senza precedenti del 25% di emissioni di CO2 nei mesi di lockdown, imposti dal governo cinese per contenere il contagio del virus Sars-Cov-2, stanno già svanendo.

 

Secondo i dati di Wind Information e del National Bureau of Statistics cinese riportati da Carbon Brief, ad oggi le emissioni di CO2 continuano a essere inferiori di circa il 6% rispetto allo stesso periodo del 2019. Ma è un dato che non durerà ancora a lungo. Lo spegnimento di fabbriche e centrali elettriche e il congelamento del traffico stradale e aereo, hanno migliorato sensibilmente la qualità dell’aria nel gigante asiatico. Al contempo ciò, però, ha fatto sì che per la prima volta in trent’anni la Cina non sia riuscito a centrare gli obiettivi di crescita economica che si era posto, spingendo il governo ad accantonare la “linea verde” a favore dello sfruttamento di fonti fossili.

 

Tra i principali fattori che hanno portato all’aumento di emissioni di CO2 a maggio è stato, in particolare, l’incremento del 9% della generazione di energia termica. In parallelo sono aumentate anche le produzioni di energia nucleare (14%), eolica (5%) e solare (7%), che però nel complesso non sono state sufficienti per compensare il calo del 17% di energia idroelettrica.

 

Oltre al settore energetico, a maggio è lievitata anche la produzione di cemento, fattore che ha rappresentato un quinto dell’aumento complessivo delle emissioni mensili di CO2 rispetto allo scorso anno. La crescita della domanda di cemento è stata favorita da grandi investimenti in nuove infrastrutture e nel settore immobiliare.

 

Anche la domanda di petrolio e la sua trasformazione nelle raffinerie del petrolchimico è tornata ai livelli pre-pandemia, complici i prezzi bassi del greggio. Così come è aumentato in modo repentino la domanda di acciaio per il settore delle costruzione, l’uso del diesel per il trasporto di merci e per le attività industriali, e quello di benzina per le auto private.

 

Prima del lockdown Pechino prevedeva un aumento fino al 50%, entro la fine del 2020, di impianti fotovoltaici. Ma dopo il blocco delle attività produttive, la stima è stata ovviamente rivista al ribasso. Il fotovoltaico dovrebbe chiudere l’anno con una crescita di circa il 15-30% (35-40 GW installati), mentre eolico e solare potrebbero registrare un segno positivo del 25% (70 GW installati). A giugno dal governo centrale è stato dato mandato a tutte le province del Paese di dare priorità alla produzione di energia pulita. Una richiesta che sa di slogan, dietro la quale l’industria pesante cinese sta tornando a marciare a ritmi forsennati.

 

di Rocco Bellantone

 

Fonte: https://www.lanuovaecologia.it/coronavirus-a-maggio-in-cina-4-5-di-emissioni-di-co2/